Licoldi lontani

Giorno di festa paesana. Anzi sagra, come si dice nella mia lingua del cuore. Giorni in cui la vita rallenta e il paese si trasforma, si veste di un’aria trasognata, che si ha solitamente dopo una sbornia. Mi capita da anni, in queste giornate intensamente paesane, di intraprendere viaggi memorabili nella Memoria. Ma devono essere innescati da un qualcosa. Il casus belli del viaggio odierno, che ora vi racconto, è questo: Casualmente mi sono fermato in uno dei bar della mia infanzia. Entro nel bar con lo spirito gagliardo con cui ci entravo da ragazzo, quando con la mia vespa special ingrossavo sterminate distese di piccoli bolidi truccati. Entrato mi accoglie un cinese magrissimo dallo sguardo infossato che mi dice in una lingua impossibile “plego ?”. Dopo un primo impulso di risata, sono precipitato nella nostalgia. Mi sono guardato attorno, la vecchia osteria era spoglia e deserta. Anzi, peggio, silenziosa… Il barista un po’ ebete aspettava il mio segnale, ma con il pensiero frugavo nelle immagine e situazioni accatastate nella memoria. Ho rivissuto il baccano dei miei tempi alimentato da futilità ed oscenità. Le risate grasse degli avvinazzati che rivendicavano una presenza che non fosse contorno. I calendari osé appesi in giro e nel bagno quello di Selen fermo perennemente al mese di febbraio. Nel cesso si era fermato il tempo e la turca sembra inghiottire le ore dei maschi frequentatori, dalla mira scarsissima. Non c’erano slot ma il calcetto e il bigliardo ed una coltre di fumo che ci rendeva tutti uguali. La volgarità poteva quasi essere letta come poesia. Il canto del macina caffè, il ripiano pieno di “tazze” di bianchetti, unte già prima di essere bagnate dal vino proletario che impastava gli aliti dei vecchi con le sigarette e le bestemmie. E poi il bancone, pieno di uova sode, pane e cotechino, nervetti, bocconcini con la “bondola” e i boero, straripanti dai grappoli maturi color rosso luccicante. E le bestialità delle parole inutili che uscivano da chi pontificava, che duravano, nella loro assoluta e vana verità, l’intervallo tra un bicchiere e l’altro. Ed io, ancora bambino ma con la sfrenata voglia di essere uomo, che avrei voluto mangiare le patatine, ma non era virile… Finché il pensiero navigava a vista nei ricordi, il barista, con la grazia di chi fa un lavoro per cui non ha la vocazione, mi chiede ancora “plego?”. Io “scusi, il bagno? “. “Fuoli selvizio”. Andate a cagare! Non potete profanare così il contenitore dei miei ricordi da osteria…. Ridatemi il frastuono insopportabile, i vecchi ululanti, i bicchieri tintinnanti, l’odore di fumo e sudore, i giornali spiegazzati, il disordine accogliente e la vetrina con gli specchi, con Padre Pio in compagnia della Madonna e della nazionale del mondiale ’82, piena di liquori, disposti come reliquie. Ridatemi tutto questo e tornatevene a casa. Qui sarete solo tristi ed incompresi…. Ma il mio pensiero viene confuso ed ora mi si guarda in cagnesco. “Plego?”. “Un caffè grazie.” Mi dedico un quadro Pietro Borettini, che ha l’amalgama e l’intensità scenica di Brugell il vecchio. L’unica osteria ammissibile è quella rocambolesca inscenata nel quadro. I caffè parigini degli impressionisti o quelli letterari dei macchiaioli non mi sono mai piaciuti. L’osteria è il caos, fatta da gente pasciuta, che parla una lingua imperfetta ma conosciuta. Pietro Borettini (Pédar) Viadana, 1928.

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