michele casella

Diario minimo

Categoria: #arte

Osteria n. 1!

Gin Lane, William Hogarth – tratto da https://ilgin.it/the-gin-lady/gin-e-bar-nella-storia-dellarte/


Per motivi imperscrutabili da tempo mi ritrovo, accompagnando mia figlia agli allenamenti, ad attenderla in un bar, adagiato in un grande piazzale, in uno dei tanti paesini della Valpolicella disabitati e ricchissimi, corrotti da un verde prepotente e da case ordinatamente tristi. Qui mi porto il lavoro e attendo, correggo verifiche, faccio le mie valutazioni, sostanzialmente faccio tutto ciò che solitamente non si fa in una “mescita” contemporanea.
Un locale che prova ad essere moderno, con la giovinezza che copula freddamente con la tradizione. Pregio e patatine, qualità finissima e vinaccio da avvinazzati. In poche parole, un’osteria.

La parola osteria gioca su una specie di presunta nobiltà. La parola “bar” invece è volgare, scontata, basso corporale, gargantuesca. Dal letame nascono i fiori, così cantava il poeta. Nei bar c’è una poesia che ricorre e mi riporta a Cecco, alla fauna che segue un copione consolidato da secoli, Il bar è verace, ruspante, vivo, pulsa, puzza di vita. Il bar è un luogo in cui la frustrazione ha un retrogusto sapido di bontà.

Qui, nel bar, la vita che non si finge, non si copre, non si preoccupa del dresscode e della scialberia come apparenza: la vita qui esplode come un rutto. Nella mia osteria si squaderna la vita di un bar qualsiasi, senza finzioni, con tutti i suoi personaggi

C’è il tuttologo, c’è lo spaccone che nel nostro dialetto è detto “lo sborone”. C’è quello che ride senza un apparente motivo, c’è quello che non paga mai, c’è quello che viene a riversare tutta la sua vita come un conato post sbornia, c’è lo spirito delle sensatezza che si prende una vacanze, c’è la politica vera fatta dalla gente, il pensiero grezzo, lo sport che conta un cazzo. In questi locali c’è chi, tra bestemmie e trattati filosofici meschini e raffazzonati, spera (anzi, sprizta, ma lo vediamo dopo) e vuole vedere qualcuno che se la passa peggio di lui. C’è chi invece è lì per grattare il fondo in cerca di un riscatto. Nei bar c’è l’odore della nostalgia, della prevedibile perdizione, del nulla cosmico che si mescola a arachidi discount, vini di scarsa fattura, ma di straordinaria portata onirica. Al bar si sogna fuggendo non perché lo si voglia, ma perché si è costretti. E poi, eccolo …, c’è lo “Spritz”, la divinità assoluta, il totem originario che ha portato freschezza olimpica in un mondo sempre uguale a se stesso, ma che ogni tanto cerca di darsi un nuovo contegno

Una sera c’è stata una piccola rappresentazione pirandelliana dei tipi da bar. Mi sono dilettato a dipingerli. 
 Nel quadro c’è Ivo “il superfluo” quello che dopo i due spritz comincia già a perdere la ragione:- “Dammene un’altro” (errore grammaticale voluto perché dopo il terzo spritz Ivo perde ogni capacità di controllo anche della grammatica). Ivo è inutile. Lo sa, ma finge di no. Ivo fa contorno, parenchima, complemento. 

Poi c’è Piero, il sornione che ride, ride, ride senza darlo a vedere. Un uomo barocco, un ridere che ho visto solo nei quadri di Rembrandt, o dove venivano rappresentati gli aguzzini nell’Hecce Homo. Un ridere pieno di cattiveria e indifferenza. Piero non dice nulla, non corregge e non pesa, non interviene e non si scontra mai, ride, asseconda, ride bene, ride, poi ancora e ancora. 

Poi c’è Franco “l’acceleratore”, quello che alza il tono, non solo dei decibel ma anche nei contenuti della conversazione. Solitamente le conversazioni da bar sono fatte in modo tale da lasciare sempre uno spazio alla ripetizione. Ripetere per dimenticare, ripetere per ordinare un altro bicchiere. Il repetita iuvant  che vuole solo celare la fumosità dei pensieri dopo una giornata di lavoro. Ecco, l’acceleratore è quello che rompe questa monotonia: parte da un concetto, un insulto, dalle offese a nostro Signore e riesce a ridestare l’attenzione sul niente. Riempire di futilità i minuti. Per questo Franco accelera, accelera con le parole per tenere il galleggiamento.

Poi c’è Gino il silenzioso, lui non ride, lui ascolta, annuisce, osserva.  È l’emblema che la vita è fatta anche un po’ di serietà e lui questa funzione la vuole difendere, con burocrate attendimento,  contro la smisurata, sgualcita ed epidermica allegria.

E poi c’è Marika, la barista. Solitamente è giovane, è sempre giovane anche se aleggia nel locale da 60 anni. Avvenente ma prudente, sorridente sempre, sta al gioco, ma non supera mai la soglia, sempre che non lo voglia. Armeggia le oscenità con maestria, senza mai schizzarsi. É un’equilibrista straordinaria. É lì, rassicura, accoglie, consola, ascolta. È la quintessenza della confidente, della psicologa, della madre mancata, della compagna vaporizzata nelle occasioni perdute. Marika è la boa degli avventori perduti.

Édouard Manet, Un bar delle Folies-Bergère (1881-1882; olio su tela, 96 x 130 cm; Londra, Courtauld Gallery) tratto da https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/un-bar-aux-folies-bergere-edouard-manet-disorientante-vita-moderna



Poi ci sono tutti gli altri, i passanti, quelli che vanno al bar, ma non si compromettono, non scendono nell’arena. Tanta inutile gente di buon senso, che partecipa per fare la cosa più ottusa che si possa fare in un bar: bere qualcosa. Io faccio parte di questa anonima categoria. Osservo, dipingo, ma non sono all’altezza della compromissione, del discorso, della presenza sul campo che costringe al gioco. 

Voglio solo celebrare questa umanità bella, senza spessore, senza gravità, che si ritrova per celebrare il rito della noia che ognuno porta dentro di sé.
Un’umanità densa, come l’alito del fedele discepolo da bar al mattino quando beve l’Aperol dopo il caffè con la sambuca (con o senza mosca); c’è chi fugge dalla noia, chi ne nega l’esistenza, chi invece l’affoga in un bicchiere di spritz e cerca di dare un senso a quel momento di offuscamento che precede per un attimo l’apertura istantanea del varco della serenità. Poi tutto si chiude e riparte la giostra, tra una patatina rancida e un bianchetto. 

Un caffè con Dio

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Caro Dio, ti aspetto per un caffè.
Due parole, per sentirci, da vecchi amici.
Sapere come stai e cosa ti fa star bene oggi.
Quattro parole per raccontarci la vita,
Affacciati alle nostre finestre,
La tua più luminosa,
La mia invece, coperta in parte
Da un muro pieno di edera verde.
Un caffè ed una sigaretta, insieme.
Con la Realtà che ci fa da sfondo,
Filtrata da una vetrata che dà sulla strada.
Le mie aspirazioni e le tue delusioni.
Le tue fatiche e i mie fallimenti.
La tua gioia e il mio stupore.
La tua fedeltà, la mia grandissima pochezza.
Un caffè soltanto,
Da vecchi compagni e confidenti,
Che si sentono poco, ma si pensano,
Di tanto in tanto.
Per passare oltre al “non fatto”, al “non detto”.
Per guardarci alla fine, dopo che ho pagato,
con una pacca sulla spalla e dirci:
“Alla prossima, stammi bene e
fatti sentire quando passi”.

L’arte è arte. Serve solo tempo per digerirla.

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In questi giorni, a Palermo una mostra di uno degli artisti più eclettici e controversi del “secolo terribile”.
Hermann Nitsch è questo: uno che divide. Soprattutto sul tema dell’arte. Provocatore, artista totale, umanista post moderno. Molte sono le definizione che lo possono investire e travolgere. A mio modesto avviso è ciò che più si addice a chi produce arte. È un uomo che non lascia indifferenti. Con la sua arte, con l’immancabile tensione vicina al conato a far sì che il pubblico non possa “attraversare” la sua proposta senza rimanerne “macchiato”. Certo, perché le sue opere non sono filtrabili dalla vista, sono schizzi che lasciano traccia nel “buon gusto” e nel “buonsenso”. Sono esperienze fisiche, maledettamente materiali e senza tregua, sospensione di vissuti grumosi, carneficine in cui il sangue diventa colore, il corpo materia da sfigurare, tutto il resto contorno comprensibile dalla mente e concepibile solo dopo aver superato la nausea.

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A Palermo, come dicevo,, una mostra che sta creando non poco dibattito. L’arte è questo: interrogativi, domande e confronto, incomprensioni che aprono nuove prospettive. Oggi non può essere che questo. Un po’ pulp, senza risposte politicamente corrette e convenienti da un punto di vista accademico.
L’arte in generale è diventata quasi esclusivamente un’esperienza della mente. Gli altri sensi sono orpelli, spesso imbarazzanti, per gli effetti collaterali. Personalmente sono per la fattura artigianale che distingue. Mettere nelle viscere animali, delle frattaglie su un corpo femminile, lo trovo lontano dal mio percorso estetico.
Una sintesi feroce dell’opera dell’artista in questione: un teatro tragico un po’ splatter, come la storia dell’occidente recente. Sangue e “non senso” apparente. Nulla di più.

Qui di seguito un articolo interessante sulla mostra prima citata.

http://www.artribune.com/2015/07/hermann-nitsch-si-racconta-un-teatro-tragico-per-palermo/

Haiez e la sensualità dell’incazzatura

I pittori italiani dell’Ottocento sono figli di un dio minore. Esempi straordinari come Fattori, Signorini, Cecioni dimostrano quanto ancora di pregiato possa celarsi nella disattenzione. Gli anni del Risorgimento e Post-unità d’Italia sicuramente sono noti per altri fatti, più di natura politica, letteraria. L’arte figurativa è rimasta sepolta sotto le macerie di un cambiamento geopolitico immane. Gli Asburgo furono cacciati, col loro mondo di rigorosa nettezza borghese e nasce qualcos’altro, una sensibilità provinciale con la voglia di emergere e di imporre una cultura percepita come nuova, distintiva, sovrana a casa propria. I nostri artisti non sapevano più “essere moderno senza essere stranieri” né “essere italiani senza essere di un altro secolo“. Questo non è stato semplice. Tempo, influssi esterni assimilati profondamente e la mancanza di riferimenti in casa di estrazione moderna, hanno delimitato il percorso in un incubatoio che ha potuto germogliare sono nella Parigi in fase di decollo verso la Belle Epoque. In italia, lavoro di bottega, grande cuore e poca fama. Andavano fatti gli italiani, un pubblico che sostenesse l’arte della nuova nazione. Qualcuno che la capisse magari.

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Odoardo Borrani. Le cucitrici di camicie rosse (1863 )

Forse solo Telemaco Signorini, all’inizio, non naviga a vista e traspone artisticamente questa composizione identitaria nazionale, questo work in progress, che non disdegna il tema sociale, la natura e le sue macchie, il travaglio di chi sta nascendo, una nazione con una grande eredità ancora da riscuotere. Dipinge la “realtà” grazie all’adattamento nostrano del Realismo francese. L’esperienza verista, l’ispirarsi al “vero” in quegli anni, è di per se in atto rivoluzionario. Pensare all’esperienza dei Macchiaioli come ad un percorso di unificazione ( dalla macchia all’intero ) è suggestivo a parer mio.

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Telemaco Signorini, La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze, 1865

I colori del Risorgimento sono cangianti di patriottismo. Tinte cupe, funebri, colori vivaci e densi solo quando si riporta la bellezza della terra patria in mano ad altri, non libera, non unita. Il cromatismo risorgimentale è triste.

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Ippolito Caffi, Bombardamento notturno a Marghera del 25 maggio 1849, Venezia

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Giuseppe Abbati, Campagna a Castiglioncello (1863 )

I toscani in questo ricerca di tonalità e di originalità sono dei precursori. Gli stantii fasti del Granducato e la presunzione di una eredità culturale attorno alla quale costruire l’Italia, li anima di una verve più prolifica. Fattori ne è l’emblema: artisticamente dimesso nei toni ( sembra che nessuna dei personaggi ritratti sappia cosa stia facendo ) ma raffinato nell’esposizione, rappresenta quel l’avvio di linguaggio nazionale apparentemente sperimentale, in cui si evidenziato delle potenzialità straordinarie. La forza degli illegittimi: In realtà si tratta solo di una paternità incerta da ricercare, da riscoprire, di rivendicare. Il Risorgimento è questa ricerca di paternità artistica.

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Giovanni Fattori, Il campo italiano alla battaglia di Magenta, ( 1861 – 1862 )

Hayez tra tutti questi è il meno dotato. Accademico da poster, da serigrafia Pop ante litteram. Scontato come un souvenir. L’ho conosciuto in uno dei miei primi turbamenti erotici. Da bambino una statua con un giovanotto avviluppato attorno alla ragazza che bacia, ha sempre destato la mia curiosità. Soprattutto perché i volti erano celati dal loro amore. In un recinto di visibilità assoluta un manifesto di intimità. La mediocrità può partorire dei capolavori. Ed io sono sempre stato travolto dalla forza che si può celare sotto di essa.

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Francesco Haiez, Il bacio ( 1859 )

Concludo con quest’opera. Famosa è presente nella mia Verona. Ve ne sono due versioni. La ragazza, personificazione della patria, dell’Italia, della storia nostra, ha negli occhi l’incazzatura di chi è stata violata. Lo sguardo fiero che ti fissa quasi a dire:”puoi fare di me quello che vuoi, ma non mi avrai mai”. La sensualità della bellezza che non si piega, della fierezza di chi sa perdere senza piegarsi. Lei é la personificazione della forza degli italiani, che alla fine risorgono sempre. Questa oltre che un’affermazione è un auspicio per il presente e per il futuro.

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Francesco Hayez, Meditazione, 1851

Cosmologia artistica: breve trattato sull’arte, chiave interpretativa dell’Universo

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È evidente che il mondo sta procedendo in modo irrefrenabile nella sua corsa entropica verso il disfacimento. Anzi, mesciando altre teorie, verso la “ricreazione”. L’universo non è votato all’autodistruzione, procede inesorabile ad un qualcosa “altro” che non possiamo concepire. In questa pillola ci sta dentro ogni teoria: quella del “Tutto”, della “Generazione continua”, “L’eterno immobile” e del “Sommo orologiaio”. Troppi virgolettati, ma sono un principiante del pensiero. Noi cosa ci facciamo su questo veliero alla deriva nello spazio-tempo? Siamo semplici clandestini che possono mirare i flutti dell’eterno senza comprenderne il senso? Alcuni strumenti per intrappolare nello scibile questa immane vicenda dell’evolversi del tempo e dello spazio ci sono stati dati. Voglio parlare brevemente solo di alcuni: la linea, il colore e l’occhio.
La linea è una codice umano, non esiste in natura. Grazie ad essa però possiamo delimitare virtualmente lo spazio. Lo possiamo contenere al fine di una possibile traccia. Dargli forma, recintarlo, antropomorfizzarlo. La linea fissa razionalmente la percezione dello spazio. Lo fa dapprima imprigionandolo, poi reinterpretandolo in uno slancio di assoluto. È una causa ed un effetto: l’esigenza impellente dell’uomo di decifrare e nel contempo, dopo un percorso di astrazione, liberare il visibile, con il segno, travestendolo in pensiero. Dalla razionalità rinascimentale all’astrattismo, dal turbinio barocco al neoclassicismo, tutto si può fissare in una lotta interpretativa dello spazio, nel tentativo di contenerlo nella mente occlusa dell’uomo. Piero della Francesca e Canova insegnano.
Poi c’è il colore. Questo è la sintesi della luce e della materia. Cos’è l’universo se non luce e materia? L’uomo è una delle creature privilegiate. Può percepire il mondo sensibile a colori. Molte altre creature non sono attrezzate per vivere questa esperienza. Qual privilegio! La nostra vita come dono cromatico, come esperienza della luce che impastandosi con la materia, genere se stessa. Il colore è il timbro del tempo sulle stagioni, l’alfabeto del sensibile infinitamente vario e del percettibile alla mente limitatamente eterno. Il colore basterebbe a se stesso per una rappresentazione della realtà. Ma resterebbe eternamente solo, malinconico. Ma il colore può peccare di autoreferenzialità. Eccone le prove. La pittura materica dell’ultimo Tiziano, macchie di colore stese con le dita, El Greco con la placche cromatiche della sua espressività trasognante, Rubens e l’approssimazione della luce sviluppata con il colore. Sino ad arrivare agli impressionisti, Seruat e il divisionismo, sino a Mondrian, il blue di Yves Klein, Rothko e i suoi monocromi spirituali, tutto l’espressionismo zolloso e maniacale di Pollock, sino a “Le Gros” di Franz Kline con la sua linea di colore, tratto dell’individualità della pennellata, stigma del Novecento. L’esperienza cosmica del cromatismo, dei suoi elementi materia e luce, è avvincente.
Arriviamo all’ultimo compagno di merende: l’occhio. Senza di lui sarebbe la notte, una notte senza stelle. L’occhio é la finestra del pensiero. Solo grazie a questo, trova un senso l’arte Concettuale, quella Povera, Land Art e Minimal Art e il Melting Pot.
Tutto questo per affermare che l’universo è un’immensa opera d’arte, che con la linea, il colore e grazie l’intercessione dell’occhio, possono essere possedute in modo fittizio ma carnale. Ma l’uomo questo non lo capisce, condannato a sbranare senza conoscere l’essenza.
Cinque opere che rappresentano questo pensiero.
Una raffigurazione del cosmo, con la tangibile esperienza della linea e del colore: Vasilij Kandinskij, Ognissanti I, 1911
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Piero della Francesca e la linea: Flagellazione di Cristo
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Cattelan, il Dito. L’occhio viatico del pensiero.
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La solitudine dei punti e del colore: Study for ‘The Channel at Gravelines, Evening’ – Georges Seurat

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Tiziano, autoritratto, particolare. L’occhio, la luce e la ricerca della linea.
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Alla prossima.