michele casella

Diario minimo

Tag: arte concettuale

Nonsense

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Non dispiace l’idea di scrivere su un vecchio quadernino il post che poi pubblicherò sul blog. Sembra quasi un nonsense. Di certo è un’involuzione tecnologica. Anzi, è un dono della provvidenza, della sorte o del genio della lampada, questa possibilità di rivivere, inaspettatamente, sensazioni fisiche sepolte da anni in un cassetto dimenticato della memoria e della pelle. Per tutta una serie di circostanze, in questi giorni, mi sono più volte ritrovato testarmi con la scrittura a penna, su carta, solcando le righe di un vecchio residuo delle scuole elementari dello scorso secolo ( temo che l’oggetto fosse addirittura mio ). È stata una bella sensazione.
La carta porosa che accarezza le dita mentre trascino la biro, la penna che affatica le dita, quasi inesperte. La paginetta giallognola che scivola con tutto il quaderno un po’ ovunque.
Anni ed anni che non mi cimentavo con questa “gentil tenzone” creativa. A contorno di tutto, la bellezza dei segni infissi dalle scritture precedenti, portate vie con le pagine strappate. Un dedalo di ragnatele da decifrare, da fissare come segni arcani che ci richiamano ad altre parole, ad altri lidi, ad altre vite. Un artificio della Memoria, del tempo, dei suoi ricorsi e delle occasioni sparpagliate.

Il tempo distillato della Memoria
mi attraversa dentro,
scompiglia e scopre come nella stanza il vento.
Certo non sono, ma conservo
tra il disordine organizzato
le iniziazioni, la fragranza dei gesti
il gusto per la lontananza
e le paure di una sentinella
nell’attesa dei Tartari.
I vuoti sembrano gli stessi,
le Ore a caccia d’amore
li hanno tutti ingialliti.
I volti sono avvolti dalla nebbia,
di loro resta forse il refrigerio
e ciò che di loro ho dimenticato
per inciso o per iscritto,
sulle cortecce, nelle tasche
e sulle rive dell’Ade.
La processione di questi,
con l’ordine di un’evacuazione,
interminabile batte le vie
del Ritorno e degli Addii,
tra dogmi, allusioni e costruzioni mancate.
Osservo tutto nel silenzio del buio,
da dietro, in disparte,
come al funerale di uno sconosciuto.

La coerenza una virtù reazionaria

Al Pompidu passeggi tra installazioni di artisti contemporanei dal 1980. L’arte è l’ombra dell’umanità. La può deformare, ma in questa proiezione sopravvive l’animosità della civiltà che invita se stessa a pensarsi, a guardarsi. Con il Rinascimento la ricerca di una bellezza che offuscasse la storia. Poi il Barocco e il teatro, la scena del mondo. L’Illuminismo e il ritorno ad una linea che fosse ordine. Oggi un’arte che cerca se stessa nascendo quasi controvoglia. Un venire al mondo come un impulso ineluttabile. La contemporaneità non vuole dire nulla all’alterità, cerca solo se stessa, ricomporre una forma individuale, un’identità. Accusandosi ed autodenunciandosi, sperando di venir liberata da un’epifania di senso, anche non compiuto, basta sia primordiale. Avvalendosi della facoltà di non rispondere.
Un’arte che ha smesso i panni della relazione per suscitare l’esperienza dell’inclusione ambientale. Utopia della spersonalizzazione, un’avanguardia intesa come “vado avanti io è poi ti racconto”. Un presidio nella terra della predizione, che forse non avverrà. Il concetto e la sua prole lascia una libertà tale da non percepirne più il bisogno.

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Poi salgo il niveau secondo e mi immergo nella pittura dei primi del novecento: Matisse, Picasso , Leger, Otto Dix, Chagall, Carrà e Dalì. Tutto torna a vestirsi di emozione e ricerca.
Il gesto si riappropria della potenza che gli fu consegnata nei graffiti delle grotte di Lascaux.

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