A mia moglie che amo in modo sconsiderato

La lontananza, quando vi sono legami profondi, assume un sapore introspettivo. Il tempo a disposizione per il pensiero apre i battenti alla purezza dei ruoli. Debora, mia moglie, ha un posto di sovranità indiscussa nel mondo sentimentale che abito. Un affidamento, una scelta mia, la costrizione è altrove, non con lei. In questa settimana d’immersione nell’arte è palese quanto la mia donna sia perfettamente terrena. Intesa nel senso più alto, quasi mistico. La sua gravità mi ancora al bene del qui e ora, la sua prudenza è la materia che compone il colore e da la consistenza al segno che imbratta le pagine della vita. Senza nulla da perdere il carboncino non solcherebbe la carta e la lascerebbe bianca, senza memoria. Il suo sorriso é la conferma che Dio è un creativo che sa fare il suo lavoro ed è una grande consolazione. La mia sposa operosa e concreta mi trattiene alla terra e mi immerge nell’amore che produce l’arte del mestierante, dell’artigiano. Mia moglie è così: perfettamente umana e dolcissima. Il crinale sul quale cammino con lei tra sacro e profano è l’avventura del nostro matrimonio, del sentimi suo totalmente e pienamente. A lei che è un punto attorno al quale orbito, che è divisionista quando affrontiamo la vita ed impressionista quando l’accogliamo, dedico un’opera di Pierre Bonnard le grand jardin del 1894-1895, che la rappresenta e dipinge, come ogni sera, con i nostri figli, divina sul far del tramonto.

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