michele casella

Diario minimo

Tag: #poesia

Un caffè con Dio

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Caro Dio, ti aspetto per un caffè.
Due parole, per sentirci, da vecchi amici.
Sapere come stai e cosa ti fa star bene oggi.
Quattro parole per raccontarci la vita,
Affacciati alle nostre finestre,
La tua più luminosa,
La mia invece, coperta in parte
Da un muro pieno di edera verde.
Un caffè ed una sigaretta, insieme.
Con la Realtà che ci fa da sfondo,
Filtrata da una vetrata che dà sulla strada.
Le mie aspirazioni e le tue delusioni.
Le tue fatiche e i mie fallimenti.
La tua gioia e il mio stupore.
La tua fedeltà, la mia grandissima pochezza.
Un caffè soltanto,
Da vecchi compagni e confidenti,
Che si sentono poco, ma si pensano,
Di tanto in tanto.
Per passare oltre al “non fatto”, al “non detto”.
Per guardarci alla fine, dopo che ho pagato,
con una pacca sulla spalla e dirci:
“Alla prossima, stammi bene e
fatti sentire quando passi”.

Nonsense

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Non dispiace l’idea di scrivere su un vecchio quadernino il post che poi pubblicherò sul blog. Sembra quasi un nonsense. Di certo è un’involuzione tecnologica. Anzi, è un dono della provvidenza, della sorte o del genio della lampada, questa possibilità di rivivere, inaspettatamente, sensazioni fisiche sepolte da anni in un cassetto dimenticato della memoria e della pelle. Per tutta una serie di circostanze, in questi giorni, mi sono più volte ritrovato testarmi con la scrittura a penna, su carta, solcando le righe di un vecchio residuo delle scuole elementari dello scorso secolo ( temo che l’oggetto fosse addirittura mio ). È stata una bella sensazione.
La carta porosa che accarezza le dita mentre trascino la biro, la penna che affatica le dita, quasi inesperte. La paginetta giallognola che scivola con tutto il quaderno un po’ ovunque.
Anni ed anni che non mi cimentavo con questa “gentil tenzone” creativa. A contorno di tutto, la bellezza dei segni infissi dalle scritture precedenti, portate vie con le pagine strappate. Un dedalo di ragnatele da decifrare, da fissare come segni arcani che ci richiamano ad altre parole, ad altri lidi, ad altre vite. Un artificio della Memoria, del tempo, dei suoi ricorsi e delle occasioni sparpagliate.

Il tempo distillato della Memoria
mi attraversa dentro,
scompiglia e scopre come nella stanza il vento.
Certo non sono, ma conservo
tra il disordine organizzato
le iniziazioni, la fragranza dei gesti
il gusto per la lontananza
e le paure di una sentinella
nell’attesa dei Tartari.
I vuoti sembrano gli stessi,
le Ore a caccia d’amore
li hanno tutti ingialliti.
I volti sono avvolti dalla nebbia,
di loro resta forse il refrigerio
e ciò che di loro ho dimenticato
per inciso o per iscritto,
sulle cortecce, nelle tasche
e sulle rive dell’Ade.
La processione di questi,
con l’ordine di un’evacuazione,
interminabile batte le vie
del Ritorno e degli Addii,
tra dogmi, allusioni e costruzioni mancate.
Osservo tutto nel silenzio del buio,
da dietro, in disparte,
come al funerale di uno sconosciuto.

November Rain

Oggi che il grigio fa da sfondo al giorno
Un sentimento bigio, senza ritorno, mi scioglie.
Sono alle soglie, vestito di fango,
Pronto alla resa e adorno di un semplice manto,
senza munizioni, felice e vinto.
Dell’Orlando ligio ho deposto il corno e il canto,
l’incendio amoroso, la presa e la voce.
Attendo sereno ciò che non nuoce
In compagnia di novelle intuizioni,
Pregne di malinconia novembrina,
Che profuma di stelle, di farina bruna
Dolce e densa, rara oramai come la brina.
Sono accerchiato dal vento e dal cielo,
Dalle loro promesse di bombe ed acqua.
Sui prati si stende il velo del sacrificio,
Della Grande Guerra,
dei giovani in prima linea
Caduti come foglie,
Strappati dalla furia come tronchi.
Il Fiume cattivo e torbido
Porta via i resti di una stagione, come pattume,
Sordido, inutile ed ancora vivo
E della notte si riempiono i mie bronchi.

Piet Mondrian – L’arbre gris

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Autunno tardivo

L’autunno sembra deciso a farsi valere.
Ora la calda stagione non ha più alibi.
Fuggono con abili manovre gli uccelli incerti
Tenendo concerti sui tralicci addobbati a voliere.
I tramonti affondano nei cieli tinteggiati
Di striature pastello ed oro.
Sono ferocemente sereno,
Mentre osservo il giorno spegnersi,
Volgersi alla notte con voluttà implacabile.
Sono felicemente dimesso
E la mia prostrazione adorante
Si stempera tra le grida dei fagiani,
brilla di infinita noia sognante
E si compiace dei bimbi e dei loro strilli.
Non penso a nulla.
E delle ombre del diurno
Rimane un’impronta stagnante.
Lasciano il segno solo i buoni propositi,
Il viaggiare assorto del treno veloce verso sud,
La ripugnante sostanza della Burla
E dei suoi proseliti.
Della caparra di santità,
E di ciò che mi tocca dell’eredità
Solo il profumo dell’erba esausta
E il volare sgraziato delle cimici.

O falce di luna calante.

Dedicata alla luna di queste sere, ai miei ricordi, alla mia maestra che con ostinazione cercò di farci amare D’Annunzio.

O falce di luna calante
Dalle curve molli ed andate
Che in gioventù
fosti amante del Vate.
Ora ti affacci,
un po’ matrona
Da un cielo incerto e turchese,
Un po’ volgare
A contemplar la terra,
Il suo scader piccolo borghese,
La bruttezza, lo scialare smisurato,
Il ripetersi del suo lavoro
E della sua inutilità.
Mi ammicchi, ora,
Vestita di rosa,
Pastello e fumo,
E i nostri occhi,
tra l’antenna e il cavalcavia,
Si abbassano
di pudore e di vergogna.
Sono altrove,
col ricordo.
E non capisco
Da dove tanta attenzione,
Per te, per il tuo profilo
Per i nostri segreti.
Negli anni degli slanci
Foruncolosi e pulsanti,
Pensavo parlassi proprio a me.
Invece, da sempre,
Una silenziosa discrezione,
L’indifferenza per lo sputo.
Ora non importa:
La tua voce, cantata dai poeti,
da chi lo fa per mestiere,
É un coupon da consumare,
Una cosa di carta
Che fatico a considerare.
Mi basta vederti Luna,
Avvolta nel tuo silenzio e bellissima,
Ornata di disprezzo
Per il tuo pubblico
che tramonta degnamente,
Da sempre,
Senza difficoltà alcuna,
Senza curarsi più di te.
Non è ancora notte,
E già, per tutto, ti ho perdonato.

Per congedarmi, René Magritte, Il Maestro di scuola, 1955

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Cosa sei disposto a perdere?

In questi giorni sono stato travolto. Certe scelte portano un carico di fatica che spesso si rivela più pesante del preventivato. Ma ce ne accorgiamo tardi. Da tempo, prima di ogni slancio, di ogni atto di eroismo da discount, mi faccio la stessa domanda:”cosa sei disposto a perdere…”. Non c’é mai una risposta netta. Solo una paura senza forma. Inconsistente e penetrante. Questo stato di cose l’ho riletto in una poesia di qualche anno fa. Le cose che si scrivono si attualizzano con lo stagionarsi. La poesia è un investimento di emozioni per il futuro. La scrissi quando avevo tutto da perdere ed ero confusamente felice. Me la dedico.

Ricordi la speranza di quel viaggio…
L’autostrada non più stretta:
le fermate, i caselli e gli occhi lucidi
di eccitazione e fretta,la memoria
tra giochi e truffe,
lo spiazzo dei progetti e dell’amore aperto a tutti.
Di me, rivedi il coraggio oltre il limite per quel volo?
Le senti le sirene e il loro canto:
“è ancora lontano…
…avete tempo…andate piano”
(com’era facile prenderci per mano ).
La benzina ( troppo cara per essere felici ) è calata e prossima è l’uscita.
Traguardi ne avrò ancora, ma allo scoperto, in colonna,
oppure senza sosta
con dentro quel sorriso,
del biglietto che mi hai posto,
quel frammento di ricordo
ora sporco e senza viso,
che non sono disposto a perdere.

Per esagerare, un dipinto raffigurante il Faust, a monito mio e non solo.

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Una frase vera

<< A volte quando inizio una nuova storia e non riesco ad andare avanti, mi siedo di fronte al camino e inizio a schiacciare la buccia di alcune piccole arance verso gli angoli delle fiamme e osservo gli zampilli blu che si creano. Mi alzo e guardo fuori verso i tetti di Parigi e penso, “Non preoccuparti. Hai sempre scritto in passato e scriverai ora. Tutto ciò che devi fare è scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci.” Così finalmente scrivo una frase vera, e parto da là. Era facile perché c’era sempre una frase vera che conoscevo o che avevo sentito dire da qualcuno. Quando mi accorgevo che stavo scrivendo in maniera elaborata, o come qualcuno che introduce un tema o presenta qualcosa, mi fermavo e tagliavo la tiritera, buttavo via e ricominciavo dalla prima vera semplice frase dichiarativa che avevo scritto. >>

Questo consiglio viene da Ernest Hemingway, uno scrittore. Da tempo sono preso dalla febbrile necessità di scrivere. Prima poesie, poi un romanzo, poi un diario, alla fine delle lettere, un blog… qualsiasi cosa, purché nasca dalla mia testa ed io stesso ne sia l’ostetrico.

Ma solo oggi, tra il mare di finzioni che partorisco, nelle descrizioni verosimili o drammatiche che faccio di ciò che vivo, mi pongo questà domanda:”ma le mie, sono frasi vere?”. Uno se lo deve chiedere, altrimenti c’è il rischio di imbrattare carta e perdere tempo, da dedicare a cose importanti, come l’amore, il calcio o la lettura. Mi darò la risposta quando la pioggia scemerà un poco e non potrò più mentire  a nessuno.

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Il felice matrimonio della suicida Virginia Woolf

Nei preparativi per il ritorno alla mia vita e al mio destino, mi sono concesso un’ora di sigaro in spiaggia. Il mare merita di esistere anche solo per questo diletto. Un giovane padre, indaffarato nell’allestimento della postazione da spiaggia della vacanza per lui appena iniziata, si concede, mentre il figlioletto sonnecchia come un bozzolo sul lettino, un po’ di lettura. Non ho visto il titolo ma cerco di scorgerlo, ma a caratteri cubitali vedo l’autrice: Virginia Woolf. Per ironia della sorte, l’ossuto villeggiante ha lo stesso naso aquilino, la frangetta da bravo ragazzo e gli occhi sempre allarmati di un mio carissimo compagno di università, poeta che venerava l’americana Emily Dickinson ed appassionato lettore della Woolf. La britannica me la fece conoscere lui e per lei, anche se una “romanziera”, si bruciò lentamente nelle braci dell’arte feroce, quella che ti consuma. É morto giovane, tutti abbiamo avvallato l’alibi dell’incidente stradale, ma tutti sappiamo, che come la sua amata Virginia, anche lui era divorato dal male di vivere, dalla pena del giorno sempre uguale a se stesso. La sua poesia era seriamente partorita come grido d’aiuto. Ma sperava intimamente di rimanere inascoltato. Lo incontrai quando il suo disfacimento interiore si palesava in modo brutale e l’alcol gli si era fatto famigliare come l’impellenza dei versi. Lo andai ad incontrare con la missione datami di salvarlo. Tra una stilettata al mio moralismo da samaritano ed un ricordo di gioventù, quando si disquisiva se fosse la prosa o la poesia l’arte più grande del secolo breve, mi accorsi ed accettai che il tedio é più perforante della ricerca della felicità. Parlammo dell’amore, dei ripudi subiti che lo straziavano, degli inutili ricoveri, di cura dell’inguaribile.”Non sono pazzo” mi ripeteva “mi affatica il vivere”. Fu l’ultima volta che lo vidi. Si allontanò dalla famiglia e riparò dalla nonna nei cui occhi troneggiava il presagio. Quando mi accompagnò alla porta mi salutò proponendomi un qualcosa da farsi con la sua orchestra Jazz, ma non l’ho mai sentito suonare il clarinetto. Poi mi disse “se non ci vediamo sarà perchè sarò con Virginia, con due sassi in tasca, nelle acque del fiume Ouse, non lontano da casa”. Fini` con la sua fiat tipo in un fiume dal nome meno letterario, alla fine dell’ennesima serata in compagnia della Solitudine. Ora lo rivedo reincarnato a pochi passi da me, concentrato con lo sguardo perso nelle pagine di Orlando spero, il suo libro preferito, una poesia in prosa diceva lui, con il suo bambino accovacciato in un sonno sereno e sua moglie, che certamente lo ama, nell’appartamento a sistemarsi i bagagli. Oppure altrove, nei pressi della Monk’s House, nel Sussex con la sua musa, quella donna lunga e dal naso vittoriano, a dirgli «Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»

In riva al mare

Bonington Richard Parkes, Sull’Adriatico.

 

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Il grieco cristallino

Pettina di fino il mare.

Lo arruffa di schiuma

E di risentimento.

Il vento mi riga la faccia

Di presagi per l’avvenire.

Gabbiani annoiati, sentinelle,

presidiano gli scogli,

mentre sul bagnasciuga

si consumano

le gesta erotiche dei pavoni,

cortigiani della forma.

I pensieri,

come i giochi dei bimbi,

non lasciano traccia alcuna

né sulla sabbia, né oltre la duna.

Si riversano tutti

Nel catino grigio,

piatto sino a Levante,

bagnato dal cielo celeste.

Con loro affondano

I propositi, le attese

E il mio distinguermi.

Naufrago in villeggiatura,

mi appresto a far compagnia

a Giona e al Leviatano.

Mi suona lontano,

come campana della memoria,

solo il rumoreggiare

delle onde e del loro destino.

Volpe e il suo segreto.

Oggi muore Maria Luisa Spaziani. Poetessa e compagna intellettuale di Montale. Per chi ha studiato, per oneri universitari, il poeta di Ossi di Seppia, sicuramente sarà precipitato nel gossip letterario-fantaerotico dei rapporti di questo solenne poeta con le donne. Clizia, Mosca e Volpe, questa la sequenza. Ho sempre tifato per la Tanzi, per Mosca, sicuramente la più ordinaria, la moglie discreta, che ispirò quella poesia magnifica che è “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, la n.5 di Xenia II. La giovane poetessa, l’amica divertente e divertita dal poeta sommo che “ballava per lei”, mi ha sempre urtato. Forse per l’ambiguità di quel rapporto, di quella relazione sublimatasi nei versi, magnifici. Non ho mai creduto nell’amicizia tra uomo e donna. Nell’amicizia tra la Spaziani e Montale oggi sì, oggi ci credo, oggi che è morta sobriamente e che ha portato con sé il suo segreto, l’eredità di una stagione letteraria straordinaria, in cui i vati seppero solo dirci “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Rileggiando qualche anno fa una rivista di poesia moderna, lontanissima per spessore da Solaria e da Lacerba , ho incontrato Anniversario di Montale. Libero dalle ansie scolastiche, l’ho letta come un commiato di un uomo sazio di vita, spronato ancora alla vita dalla concretezza e dalla natura di Volpe. Volpe per quello straordinario amico, Maria Luisa per tutti gli altri. Me la dedico. Orevuar, professoressa.

 

Dal tempo della tua nascita

sono in ginocchio, mia volpe.

È da quel giorno che sento

vinto il male, espiate le mie colpe.

 

Arse a lungo una vampa; sul tetto,

sul mio, vidi l’orrore traboccare.

Giovane stelo tu crescevi; e io al rezzo

delle tregue spiavo il tuo piumare.

 

Resto in ginocchio: il dono che sognavo

non per me ma per tutti

appartiene a me solo, Dio diviso

dagli uomini, dal sangue raggrumato

sui rami alti, sui frutti.