La coerenza una virtù reazionaria

Al Pompidu passeggi tra installazioni di artisti contemporanei dal 1980. L’arte è l’ombra dell’umanità. La può deformare, ma in questa proiezione sopravvive l’animosità della civiltà che invita se stessa a pensarsi, a guardarsi. Con il Rinascimento la ricerca di una bellezza che offuscasse la storia. Poi il Barocco e il teatro, la scena del mondo. L’Illuminismo e il ritorno ad una linea che fosse ordine. Oggi un’arte che cerca se stessa nascendo quasi controvoglia. Un venire al mondo come un impulso ineluttabile. La contemporaneità non vuole dire nulla all’alterità, cerca solo se stessa, ricomporre una forma individuale, un’identità. Accusandosi ed autodenunciandosi, sperando di venir liberata da un’epifania di senso, anche non compiuto, basta sia primordiale. Avvalendosi della facoltà di non rispondere.
Un’arte che ha smesso i panni della relazione per suscitare l’esperienza dell’inclusione ambientale. Utopia della spersonalizzazione, un’avanguardia intesa come “vado avanti io è poi ti racconto”. Un presidio nella terra della predizione, che forse non avverrà. Il concetto e la sua prole lascia una libertà tale da non percepirne più il bisogno.

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Poi salgo il niveau secondo e mi immergo nella pittura dei primi del novecento: Matisse, Picasso , Leger, Otto Dix, Chagall, Carrà e Dalì. Tutto torna a vestirsi di emozione e ricerca.
Il gesto si riappropria della potenza che gli fu consegnata nei graffiti delle grotte di Lascaux.

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