Pregiudizi

di michelecasella

YAYOI KUSAMA_Fireflies on the Water (2002), con l’artista in primo piano, New York, Whitney Museum of American Art. credits Art Dossier, Giunti editore

Mia figlia, la più piccola, la mia cucciola, mi ha redarguito. Un bagliore nella quiete della notte.

Con quella precisione disarmante, da chirurgo militare durante lo sbarco in Normandia,  mi ha spiegato che io ho dei pregiudizi. La cosa mi ha lasciato un po’ così, “appesantito”.

Ci ho pensato poi. Molto. Ci ho riflettuto, pure. Mi sono anche un po’ risentito, credo.

Mi sono chiesto: ma davvero scopro a cinquant’anni, morbidosi e abbastanza vissuti, di avere dei pregiudizi?

Sì, è vero. Ho dei pregiudizi, dei preconcetti, delle sovrastrutture di pensiero. Come li si voglia chiamare non importa, non sono un tabula rasa, un contenitore vuoto in attesa della Verità. Ho delle idee mie, alcune anche radicate, quasi indissolubili, monolitiche, piantate dentro come certi dolmen antichi che sembrano essere escrescenze ossee del nostro pianeta. 

Però … c’è un però … non sono così stupido da non aver mai cambiato idea. Anzi, sono la mutvolezza fatta persona. I risoluti, gli ideologhi radicali, certo, brave persone, ma le idee cambiano perché sono impastate di tempo e di incontri.

Quindi, crescendo, vivendo, sbattendo la testa contro le cose e contro le persone, ho capito che anche quelle idee, che sembravano dure, erano in realtà composte, impastate di mutabilità. Evviva il cambiamento di idea. Oggi, è catartico avercela un’idea.

Una cosa la devo confessare. Non mi ero mai impantanato nell’idea di essere un uomo pieno di pregiudizi. Forse “pieno” è eccessivo. 

Pieno…

Forse è stato proprio quell’aggettivo a infastidirmi più della parola stessa. Non “pregiudizi”, ma “pieno”. Come se fossi saturo. Come se non ci fosse più spazio. Come se dentro di me non passasse aria, non entrasse luce, non ci fosse possibilità di incontro, di correzione, di ripensamento. Come se fossi impossibilitato ad arieggiare il mio “dentro”,il mio “io”, il mio pensiero.

E invece quella frase fulminante della mia bambina (bambina!)  mi ha costretto a fermarmi. A domandarmi: ma poi, in fondo, che cosa c’è di sbagliato nell’avere un pregiudizio?

Ripeto, non intendo il pregiudizio come muro. Non come limite autoimposto  alla conoscenza. Non come rifiuto dell’altro, dell’incontro, della possibilità straordinaria — e sempre un po’ miracolosa — di cambiare idea.

Lo intendo piuttosto come una partenza.

Un’idea iniziale. Una mia idea. Personale. Forse fragile, forse sbagliata, forse parziale, forse intimamente corrotta, ma mia. Un punto da cui muovere il passo. Una base. Un trampolino. Perché bisogna pur partire da qualcosa, anche solo per arrivare, un giorno, a scoprire che quel qualcosa andava corretto, limato, tradito, superato.

Allora sì: se il pregiudizio è un’idea che non pretende di restare immobile, se porta dentro di sé la potenza dell’evoluzione, della revisione, della mutevolezza, posso dirlo con estrema pace. Ho dei pregiudizi, ma non molti

Sono un uomo che ha dei pregiudizi. L’ho detto!

Ma di pienezza non se ne parla … forse.