michele casella

Diario minimo

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#Session 1 PARLA BENE E PENSA SANO. 

C’è un diaframma tra il pensiero nella sua originalità, schiettezza, potenza e la parola, mediata, ripassata e alla fine scagliata con prudenza nel mare magnum della comunicazione.  

Il poter dire “Mi son rotto il cazzo” oppure un più maccheronico “ ma vai a cagare” o addirittura un pittoresco “vaffanculo” (doverosamente  tutto attaccato per i puristi accademici postprandiali) è un’esperienza liberatoria come una cagata dopo giorni di stipsi (per restare in tema). 

Aulico e scurrile, basso e alto, la varietà della parola e del tono che si fonde che dal caos fa nascere un suono, una parola. Ma non è meraviglioso? 

Le parole possono dire qualcosa di noi, ma non dicono tutto. Anzi, spesso non dicono niente. Niente o nulla. “Niente” inteso come qualcosa che potrebbe esserci ma non c’è per un qualcosa che non dipende da ciò che non c’è. Il “Nulla” non c’è mai stato e ontologicamente non potrà esserci. Il nulla è il non è. 

Mi piacciono le dicotomie. Nella stagione della polarizzazione, del dialogo bipolare, il sano aut aut o vel vel  categoriale è una certezza, un bene rifugio, è una conferma. Il grigio c’è, la mediazione ci avvolge, ma è meraviglioso nella finzione della scrittura ridurre tutto ad una positività o negatività. Con me o contro me, bianco e/o nero. E/o … Questo è il grimaldello, il senso del disquisire, il ponte di Eraclìto. 

Quando parli devi sempre mediare preliminarmente. Devi pensare a quale sarà l’effetto del tuo dire. Cazzo… che bello invece sarebbe poter parlare senza che il decantato delle parole lasci il segno. UN fluire, un fiume in cui l’acqua bagna e basta e lo fa sempre in modo nuovo, ma con diverse carezze. 

Un filo diretto pensiero e parola. Senza aggiustamenti. Un flusso, una corrente che trascina nell’Infinito. 

La volgarità infondo è il tentativo della natura delle cose di sopravvivere, di liberarsi dalle costrizioni i sociali e linguistiche. La potenza della parola è l’abbattimento della diga che contiene il pensiero. È un flusso naturale. È un diretto, una valanga, un’eiaculazione di immediatezza e di vita pulsante. 

Immagini forti? Chissenefrega (sempre in accademica ortodossia).  

Non mi legge nessuno, qui. Questo è il mio angolo di intimità in un locale chiassoso e intasato da umanità multiforme, ridicola e meravigliosa, appagante e meschina, dolente e dolorosa… un po’ come me.  

Non sono nessuno e questo è maledettamente liberante. Cazzo.  

Pensiero e parola. Sfumature del canto dell’Essere. Divise nel mondo, partorite nella stessa caverna. 

Sessione aperta, sull’argomento ci torno. 

Santa Lucia e il grande inganno

Una sera a cena le mie due bambine tra un boccone e l’altro se ne escono con una di quelle domande che un genitore non vorrebbe mai affrontare: «Ma esiste Santa Lucia?».

Lo sguardo mio e di mia moglie ha certamente lasciato trasparire tutto l’orrore e l’angoscia innescata dalla domanda… Ma anni di genitorialità spavalda e feroce ci hanno permesso di affrontare la sfida, credendo da illusi che con poche mosse saremmo riusciti a cavarcela. Uno sguardo di intesa, gli occhi penetranti di mia moglie che mi invitano a parlare ed io, dopo aver protratto a lungo, troppo a lungo, il mio ruminare, mi accingo come un oracolo a riportare l’ordine, da pseudo gesuita, svincolando dalla domanda e rispondendo con un’altra domanda. Posso farcela, hanno meno di dieci anni, abboccheranno sicuramente. Guardo mia  moglie con quell’aria idiota di che ha la soluzione in tasca, ha l’asso in mano ed è pronto a calarlo… Sono un adulto, sono un papà, sto affrontando una pandemia… posso farcela, cazzo, a non farmi abbattere dalla verità impellente.

«Come mai questa domanda piccole?» chiedo bonariamente alle mie creaturine cercando di prendere tempo, ma con il sorriso di chi ha già vinto.

«A scuola tutti mi prendono in giro perché mi dicono che Santa Lucia non esiste, che in realtà sono i genitori a fare i regali … pensa papà, hanno detto che neppure Babbo Natale esiste…dove andremo di questo passo». Miriam mi osserva con aria fiera e Rachele annuisce vigorosamente a sostegno delle istanze della sorella. Io e mia moglie raggeliamo. Il terrore abita ora stabilmente nei cuori di entrambi. Sanno più del dovuto. La loro domanda non nasce dalla speculazione filosofica. Nasce da un fatto, da un riscontro, da un’esperienza.

Abbiamo paura. Tanta paura. Cosa fare? Dire la verità e distruggere la magia di un momento così inteso, forse il più bello dell’infanzia di ognuno di noi? Chi tra gli oriundi della terra della Serenissima non ha vissuto con trepidazione lo scrivere la letterina a Santa Lucia, ha ascoltato tutte le storie a corollario della Santa e dei suoi viaggi, l’ha attesa pieno di eccitazione il mattino dopo il suo passaggio, oppure, per i più fortunati, ha goduto della visita della Santa in carne ed ossa, vestita di bianco, con il “Gastaldo”, una sorta di zoticone acciaccato che accompagna la Santa cieca con un asinello dagli occhi smarriti che sembra chiedersi «Ma io che c’entro?».

Oppure svelare l’inganno, dire alle bambine che è così, che sono i genitori a fare i doni per Santa Lucia ai loro cuccioli?

I secondi scorrono, mia moglie mi guarda sofferente, come se avesse il ventre squarciato. Io penso di fuggire, fingere un’urgenza e andare in bagno per glissare la prova e riorganizzare le idee, Debora capisce e mi afferra l’avambraccio con una presa che sembra un arpione e dal suo respiro affannoso sento sibilare una frase che più o meno suona così: “Non andartene vigliacco…”.

Sono un vigliacco, lo so. Infrangere una magia è terribile. Ma non ce la faccio, non ce la posso fare.

Tento la carta della diplomazia. “Bambine ne parliamo dopo”.

In pochi secondi la morte beffarda e scheletrica armata di falce su un cavallo bianco comincia a scorrazzare per la cucina falcidiando le mie buone intenzioni e mozzandomi la testa per giunta. Distrugge piatti, taglia il divano con due rasoiate, distrugge la tv e la mia testa rotolante va ad ammaccare il frigorifero.

Una tragedia. Le bambine iniziano ad urlare disperate. «Ma allora è così! Santa Lucia non esiste. Perché ci avete ingannato?».

La fine è vicina. Ma questa è un’altra storia.

Cosmologia artistica: breve trattato sull’arte, chiave interpretativa dell’Universo

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È evidente che il mondo sta procedendo in modo irrefrenabile nella sua corsa entropica verso il disfacimento. Anzi, mesciando altre teorie, verso la “ricreazione”. L’universo non è votato all’autodistruzione, procede inesorabile ad un qualcosa “altro” che non possiamo concepire. In questa pillola ci sta dentro ogni teoria: quella del “Tutto”, della “Generazione continua”, “L’eterno immobile” e del “Sommo orologiaio”. Troppi virgolettati, ma sono un principiante del pensiero. Noi cosa ci facciamo su questo veliero alla deriva nello spazio-tempo? Siamo semplici clandestini che possono mirare i flutti dell’eterno senza comprenderne il senso? Alcuni strumenti per intrappolare nello scibile questa immane vicenda dell’evolversi del tempo e dello spazio ci sono stati dati. Voglio parlare brevemente solo di alcuni: la linea, il colore e l’occhio.
La linea è una codice umano, non esiste in natura. Grazie ad essa però possiamo delimitare virtualmente lo spazio. Lo possiamo contenere al fine di una possibile traccia. Dargli forma, recintarlo, antropomorfizzarlo. La linea fissa razionalmente la percezione dello spazio. Lo fa dapprima imprigionandolo, poi reinterpretandolo in uno slancio di assoluto. È una causa ed un effetto: l’esigenza impellente dell’uomo di decifrare e nel contempo, dopo un percorso di astrazione, liberare il visibile, con il segno, travestendolo in pensiero. Dalla razionalità rinascimentale all’astrattismo, dal turbinio barocco al neoclassicismo, tutto si può fissare in una lotta interpretativa dello spazio, nel tentativo di contenerlo nella mente occlusa dell’uomo. Piero della Francesca e Canova insegnano.
Poi c’è il colore. Questo è la sintesi della luce e della materia. Cos’è l’universo se non luce e materia? L’uomo è una delle creature privilegiate. Può percepire il mondo sensibile a colori. Molte altre creature non sono attrezzate per vivere questa esperienza. Qual privilegio! La nostra vita come dono cromatico, come esperienza della luce che impastandosi con la materia, genere se stessa. Il colore è il timbro del tempo sulle stagioni, l’alfabeto del sensibile infinitamente vario e del percettibile alla mente limitatamente eterno. Il colore basterebbe a se stesso per una rappresentazione della realtà. Ma resterebbe eternamente solo, malinconico. Ma il colore può peccare di autoreferenzialità. Eccone le prove. La pittura materica dell’ultimo Tiziano, macchie di colore stese con le dita, El Greco con la placche cromatiche della sua espressività trasognante, Rubens e l’approssimazione della luce sviluppata con il colore. Sino ad arrivare agli impressionisti, Seruat e il divisionismo, sino a Mondrian, il blue di Yves Klein, Rothko e i suoi monocromi spirituali, tutto l’espressionismo zolloso e maniacale di Pollock, sino a “Le Gros” di Franz Kline con la sua linea di colore, tratto dell’individualità della pennellata, stigma del Novecento. L’esperienza cosmica del cromatismo, dei suoi elementi materia e luce, è avvincente.
Arriviamo all’ultimo compagno di merende: l’occhio. Senza di lui sarebbe la notte, una notte senza stelle. L’occhio é la finestra del pensiero. Solo grazie a questo, trova un senso l’arte Concettuale, quella Povera, Land Art e Minimal Art e il Melting Pot.
Tutto questo per affermare che l’universo è un’immensa opera d’arte, che con la linea, il colore e grazie l’intercessione dell’occhio, possono essere possedute in modo fittizio ma carnale. Ma l’uomo questo non lo capisce, condannato a sbranare senza conoscere l’essenza.
Cinque opere che rappresentano questo pensiero.
Una raffigurazione del cosmo, con la tangibile esperienza della linea e del colore: Vasilij Kandinskij, Ognissanti I, 1911
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Piero della Francesca e la linea: Flagellazione di Cristo
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Cattelan, il Dito. L’occhio viatico del pensiero.
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La solitudine dei punti e del colore: Study for ‘The Channel at Gravelines, Evening’ – Georges Seurat

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Tiziano, autoritratto, particolare. L’occhio, la luce e la ricerca della linea.
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Alla prossima.

Carnevale Alieno

Carnevale di mezza quaresima. Gli ortodossi direbbero che si tratta di un frutto fuori stagione. Si tratta invece di una grande occasione. Gli eventi inattesi sono premesse  minime per le rivoluzioni cosmiche. Dico questo perché oggi, impalato a salutare le mie bambine sul carro dal marciapiede affollato di bizzarria, dopo aver deglutito la mia dose giornaliera di coriandoli ( avrete certo notato la facilità con cui si infilano ovunque? È incredibile! ), ho fatto un viaggio della mente incredibile. Un trip direbbero alcuni dei miei famigliari più sgamati. Nel bel mezzo della bolgia, mi sono sentito magnificamente solo, e quasi d’incanto si è aperta una voragine spazio temporale tra me è il Tutto. Non ho esagerato con gli alcolici, pur avendone licenza. Ma nel bel mezzo del carosello, con la banda musicale vestita da messicani, magiorette attempate che vagavano un po’ confuse davanti a carri di un kitch travolgente, con musiche latino-americane amplificate a tal punto da sentirsi sino su Venere, bambini festanti e piangenti, machi nostrani e starlette sommerse di schiuma, ho avuto l’illuminazione. Non siamo soli nell’universo. L’ho capito perché lo spazio astrale che si è creato ha fatto da eco ad una voce lontana, anni luce, forse su un altro pianeta. Non ho capito letteralmente, ma dal tono divertito sicuramente chiamava altri a venir a vedere lo spettacolo pop che si stava consumando in un minuscolo paese della pianura padana. Contatto possibile grazie ad un imbecille, il sottoscritto, che in mezzo a quel casino pensava all’universo. Non sto scherzando: ho avuto la percezione certa che si fosse stabilito tale canale. Ho sentito lo sguardo divertito di un extraterrestre, che fissava incuriosito la carovana festosa, gli avvinazzati improvvisare simpatia e strabordi di verità, gli adolescenti molestare altri adolescenti ( di sesso opposto ) nel gioco eterno del corteggiamento travestito da scherzo puerile. E i suoi occhi ( sempre che l’entità aliena li abbia ) erano languidi di tenerezza e voglia di capire, come quelli di un bambino davanti ad una coppia di pesciolini rossi che copulano ( sempre che lo facciano ) nella limpida boccia d’acqua. Quel guardare mi ha attraversato e nel farlo ho sentito che non sono solo, anzi in ottima compagnia. Stupendo! Pensiamoci bene. Possibile che ci sia solo questo, piccole gioie, sofferenze e fatiche, eroismo e banalità? Come possiamo credere che le cose che si riproducono con diverse sfumature in spazi diversi del pianeta, che alla fine si rifanno sempre all’uomo e ai suoi eccessi o recessi, siano uniche. La creatura che spesso rappresentiamo in modo imbarazzante ha prevalso nella gerarchia naturale, ma siamo le uniche dotate di pensiero ed umorismo nello spazio interstellare? Chi ha un minimo di ragione non può contraddirmi. Immagino una carovana di carri allegorici spaziali, ballerine dalle forme inconsuete ballare su un altro pianeta, scimmiottando la tenerezza prodotta da quegli individui pallidi che abitano il pianeta Terra. Lo scrivo anche se credo che alcuni inizieranno a dubitare della mia stabilità mentale. Ma in fondo siamo carnevale. Ragionevoli sbavature sono concesse.

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Consolazione

Dopo tanto sono riuscito a sbloccarmi. C’è voluto del tempo. Ho dovuto fare alcuni conti con chi o cosa conduce discretamente il nostro cammino. Ho sindacato a lungo per accettare quanto la vita possa essere crudele. Ho cercato tenerezza in quel che ho, toccando il limite delle occasioni che ci sono concesse. Ho fatto questo con la voglia di superare tutto. Ma il dripping sfacciato della morte mi si spalanca davanti ogni volta che chiudo gli occhi e sono solo. Sono semplicemente debole o troppo umano. Mi sono aggrappato alla vita perché non so affrontare una fine orribile, senza senso, che travolge degli innocenti.
Ho dovuto scrivere tutto questo per liberarmi di un peso, per solcare ancora, con la lentezza che infligge una slogatura, il sentiero delle possibilità . Ho ritrovato la poesia a dettare la storia, l’arte a consolarmi. Per chi mi ha capito e sa di che cosa parlo, un quadro insolito di Munch: Consolazione, 1907, olio su tela

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Nonsense

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Non dispiace l’idea di scrivere su un vecchio quadernino il post che poi pubblicherò sul blog. Sembra quasi un nonsense. Di certo è un’involuzione tecnologica. Anzi, è un dono della provvidenza, della sorte o del genio della lampada, questa possibilità di rivivere, inaspettatamente, sensazioni fisiche sepolte da anni in un cassetto dimenticato della memoria e della pelle. Per tutta una serie di circostanze, in questi giorni, mi sono più volte ritrovato testarmi con la scrittura a penna, su carta, solcando le righe di un vecchio residuo delle scuole elementari dello scorso secolo ( temo che l’oggetto fosse addirittura mio ). È stata una bella sensazione.
La carta porosa che accarezza le dita mentre trascino la biro, la penna che affatica le dita, quasi inesperte. La paginetta giallognola che scivola con tutto il quaderno un po’ ovunque.
Anni ed anni che non mi cimentavo con questa “gentil tenzone” creativa. A contorno di tutto, la bellezza dei segni infissi dalle scritture precedenti, portate vie con le pagine strappate. Un dedalo di ragnatele da decifrare, da fissare come segni arcani che ci richiamano ad altre parole, ad altri lidi, ad altre vite. Un artificio della Memoria, del tempo, dei suoi ricorsi e delle occasioni sparpagliate.

Il tempo distillato della Memoria
mi attraversa dentro,
scompiglia e scopre come nella stanza il vento.
Certo non sono, ma conservo
tra il disordine organizzato
le iniziazioni, la fragranza dei gesti
il gusto per la lontananza
e le paure di una sentinella
nell’attesa dei Tartari.
I vuoti sembrano gli stessi,
le Ore a caccia d’amore
li hanno tutti ingialliti.
I volti sono avvolti dalla nebbia,
di loro resta forse il refrigerio
e ciò che di loro ho dimenticato
per inciso o per iscritto,
sulle cortecce, nelle tasche
e sulle rive dell’Ade.
La processione di questi,
con l’ordine di un’evacuazione,
interminabile batte le vie
del Ritorno e degli Addii,
tra dogmi, allusioni e costruzioni mancate.
Osservo tutto nel silenzio del buio,
da dietro, in disparte,
come al funerale di uno sconosciuto.

November Rain

Oggi che il grigio fa da sfondo al giorno
Un sentimento bigio, senza ritorno, mi scioglie.
Sono alle soglie, vestito di fango,
Pronto alla resa e adorno di un semplice manto,
senza munizioni, felice e vinto.
Dell’Orlando ligio ho deposto il corno e il canto,
l’incendio amoroso, la presa e la voce.
Attendo sereno ciò che non nuoce
In compagnia di novelle intuizioni,
Pregne di malinconia novembrina,
Che profuma di stelle, di farina bruna
Dolce e densa, rara oramai come la brina.
Sono accerchiato dal vento e dal cielo,
Dalle loro promesse di bombe ed acqua.
Sui prati si stende il velo del sacrificio,
Della Grande Guerra,
dei giovani in prima linea
Caduti come foglie,
Strappati dalla furia come tronchi.
Il Fiume cattivo e torbido
Porta via i resti di una stagione, come pattume,
Sordido, inutile ed ancora vivo
E della notte si riempiono i mie bronchi.

Piet Mondrian – L’arbre gris

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Ognissanti

Da troppo tempo non scrivo. Sono così: altalenante, tra entusiasmo e piattume, tra slanci e riflessione. Sono un uomo di pianura, in fondo, e sono impastato con quegli spazi in cui tutto si dilata quasi a perdersi e in cui il silenzio viene inglobato da colori tragici. Oggi Ognissanti. Giornata impostata nella tradizione. Colazione in famiglia, celebrazione eucaristica rocambolesca, pranzo sobrio ma abbondante e poi al cimitero. Cercando parcheggio alcuni flash del passato mi si sparpagliano davanti. Da bambino, con la contrizione simulata di chi non capisce nulla, andavo in questa giornata “dai morti”. Penso di non essere mai mancato. Anche da ribelle lo sguardo degli avi che attendevano la cortesia mi era insostenibile. Ed era sempre una giornata freddissima. Oggi invece, una primavera imbarazzante scaldava i volti della gente che sulla tomba dei cari si guardava attorno, ringraziando Dio di essere accaldata ed indolenzita in verticale che intirizzita in orizzontale. Anch’io con le mie bambine a far visita a persone che ora vivono nella Memoria. Mia nonna, Erina, nei cataloghi della vita passata, occupa uno spazio di riguardo. E lo fa da sempre con il suo stile. Silenziosa, come fu in vita, discreta, come la sera che morì tra le mie braccia. Il suo sguardo che si spegne fissandomi, con un sorriso indecifrabile, è un quadro che mi porto in tutte le stanze dell’esistenza che vado ad abitare. Ai tempi avevo vent’anni. Il 10 di agosto, dopo cena, dopo la nostra chiacchierata vespertina al tramonto tra il rombo dei trattori che tornano a casa e le zanzare, è partita, appena giunta in camera. È morta tra i suoi ricordi, i suoi monili, le sue foto in posa, la “petteniera”, i santi colorati delle stampe un po’ kitch di moda negli anni settanta, quando ancora giovane si vestì per sempre da vedova. Mi ha lasciato quel sorriso. Dove lo abbia scovato, con tanta perizia, quel gioiello di santità, quella visione mistica, rimane un suo segreto. Rivedendo oggi la sua foto, serena ed austera come le aveva insegnato la sua vita contadina, ho nuovamente assaporato la grandezza di quella donna mite, eternamente sola, imbrigliata in un ruolo che ha dovuto sposare con l’uomo che ha amato, morto giovane per la guerra e la patria. Il suo sorriso forse è stato uno slancio di liberazione o forse in quell’attimo, ha intravisto tra i santi il suo Vittorio, giovane e roboante, che la aspettava, per concludere il film iniziato e per fare “all’amore” per tutta l’eternità. Oggi spiegando alle mie bambine chi fosse la “vecchietta” in foto, Miriam mi ha chiesto:”ma ora è in cielo?”. “Si amore mio, è in cielo con tutte le persone che ha amato”. “Allora vola?”. Si cucciola, ora vola, per sempre, eternamente felice.

Marc Chagall, Resurrezione

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Autunno tardivo

L’autunno sembra deciso a farsi valere.
Ora la calda stagione non ha più alibi.
Fuggono con abili manovre gli uccelli incerti
Tenendo concerti sui tralicci addobbati a voliere.
I tramonti affondano nei cieli tinteggiati
Di striature pastello ed oro.
Sono ferocemente sereno,
Mentre osservo il giorno spegnersi,
Volgersi alla notte con voluttà implacabile.
Sono felicemente dimesso
E la mia prostrazione adorante
Si stempera tra le grida dei fagiani,
brilla di infinita noia sognante
E si compiace dei bimbi e dei loro strilli.
Non penso a nulla.
E delle ombre del diurno
Rimane un’impronta stagnante.
Lasciano il segno solo i buoni propositi,
Il viaggiare assorto del treno veloce verso sud,
La ripugnante sostanza della Burla
E dei suoi proseliti.
Della caparra di santità,
E di ciò che mi tocca dell’eredità
Solo il profumo dell’erba esausta
E il volare sgraziato delle cimici.

O falce di luna calante.

Dedicata alla luna di queste sere, ai miei ricordi, alla mia maestra che con ostinazione cercò di farci amare D’Annunzio.

O falce di luna calante
Dalle curve molli ed andate
Che in gioventù
fosti amante del Vate.
Ora ti affacci,
un po’ matrona
Da un cielo incerto e turchese,
Un po’ volgare
A contemplar la terra,
Il suo scader piccolo borghese,
La bruttezza, lo scialare smisurato,
Il ripetersi del suo lavoro
E della sua inutilità.
Mi ammicchi, ora,
Vestita di rosa,
Pastello e fumo,
E i nostri occhi,
tra l’antenna e il cavalcavia,
Si abbassano
di pudore e di vergogna.
Sono altrove,
col ricordo.
E non capisco
Da dove tanta attenzione,
Per te, per il tuo profilo
Per i nostri segreti.
Negli anni degli slanci
Foruncolosi e pulsanti,
Pensavo parlassi proprio a me.
Invece, da sempre,
Una silenziosa discrezione,
L’indifferenza per lo sputo.
Ora non importa:
La tua voce, cantata dai poeti,
da chi lo fa per mestiere,
É un coupon da consumare,
Una cosa di carta
Che fatico a considerare.
Mi basta vederti Luna,
Avvolta nel tuo silenzio e bellissima,
Ornata di disprezzo
Per il tuo pubblico
che tramonta degnamente,
Da sempre,
Senza difficoltà alcuna,
Senza curarsi più di te.
Non è ancora notte,
E già, per tutto, ti ho perdonato.

Per congedarmi, René Magritte, Il Maestro di scuola, 1955

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