Il mondo sarà dei piccoli. Me ne convinco osservando divertito le esplosioni bambinesche di Samy, la conducente mia, quasi cieca, in questo viaggio inatteso e per questo esistenziale. Un trombettista in metrò per lei diventa un’orchestra Jazz, un coro improvvisato da alcuni turisti nella chiesa di Saint Germain è un sublime canto gregoriano che eleva lo spirito alle sfere insondabili. E di tutto ringrazia, delle occasioni, delle possibilità, della musica rapita per strada, delle piccole cosa che la rendono, inspiegabilmente, alla mia cecità moderna, indissolubilmente felice. E dinnanzi a tanta gratitudine ed infantile stupore non posso che inginocchiarmi, perché la parte migliore del mondo sarà sua, perché la sua originale insipienza renderà il pianeta un posto migliore. Erediterà la terra perché è giusto, ha atteso il momento con la pazienza di chi confida immersa nel buio e le verrà fatta giustizia. Noi abbiamo ceduto alla ragione e questo ci darà torto.
Bella cena con amici, aglio ed olio con dei Barilla, una rarità, bagnati da un discreto bordouax. Ora passeggiata. I nostri amici hanno condiviso i loro viaggi e le loro esperienze. Un moto di sana invidia e rispetto per chi ha voluto far proprio lo status di cittadino del mondo. Qualche rimpianto riaffiora, ma sono felice e questi basta. Ora partita per il terzo posto mondiale in un bar Parigino, birra e un po’ di nostalgia. Notte mondo.
Al Pompidu passeggi tra installazioni di artisti contemporanei dal 1980. L’arte è l’ombra dell’umanità. La può deformare, ma in questa proiezione sopravvive l’animosità della civiltà che invita se stessa a pensarsi, a guardarsi. Con il Rinascimento la ricerca di una bellezza che offuscasse la storia. Poi il Barocco e il teatro, la scena del mondo. L’Illuminismo e il ritorno ad una linea che fosse ordine. Oggi un’arte che cerca se stessa nascendo quasi controvoglia. Un venire al mondo come un impulso ineluttabile. La contemporaneità non vuole dire nulla all’alterità, cerca solo se stessa, ricomporre una forma individuale, un’identità. Accusandosi ed autodenunciandosi, sperando di venir liberata da un’epifania di senso, anche non compiuto, basta sia primordiale. Avvalendosi della facoltà di non rispondere.
Un’arte che ha smesso i panni della relazione per suscitare l’esperienza dell’inclusione ambientale. Utopia della spersonalizzazione, un’avanguardia intesa come “vado avanti io è poi ti racconto”. Un presidio nella terra della predizione, che forse non avverrà. Il concetto e la sua prole lascia una libertà tale da non percepirne più il bisogno.
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Poi salgo il niveau secondo e mi immergo nella pittura dei primi del novecento: Matisse, Picasso , Leger, Otto Dix, Chagall, Carrà e Dalì. Tutto torna a vestirsi di emozione e ricerca.
Il gesto si riappropria della potenza che gli fu consegnata nei graffiti delle grotte di Lascaux.
La lontananza, quando vi sono legami profondi, assume un sapore introspettivo. Il tempo a disposizione per il pensiero apre i battenti alla purezza dei ruoli. Debora, mia moglie, ha un posto di sovranità indiscussa nel mondo sentimentale che abito. Un affidamento, una scelta mia, la costrizione è altrove, non con lei. In questa settimana d’immersione nell’arte è palese quanto la mia donna sia perfettamente terrena. Intesa nel senso più alto, quasi mistico. La sua gravità mi ancora al bene del qui e ora, la sua prudenza è la materia che compone il colore e da la consistenza al segno che imbratta le pagine della vita. Senza nulla da perdere il carboncino non solcherebbe la carta e la lascerebbe bianca, senza memoria. Il suo sorriso é la conferma che Dio è un creativo che sa fare il suo lavoro ed è una grande consolazione. La mia sposa operosa e concreta mi trattiene alla terra e mi immerge nell’amore che produce l’arte del mestierante, dell’artigiano. Mia moglie è così: perfettamente umana e dolcissima. Il crinale sul quale cammino con lei tra sacro e profano è l’avventura del nostro matrimonio, del sentimi suo totalmente e pienamente. A lei che è un punto attorno al quale orbito, che è divisionista quando affrontiamo la vita ed impressionista quando l’accogliamo, dedico un’opera di Pierre Bonnard le grand jardin del 1894-1895, che la rappresenta e dipinge, come ogni sera, con i nostri figli, divina sul far del tramonto.
Poi arrivi al Louvre e ti manca il respiro. Il mondo è qui e per soli 12 euro. Una miseria per godere della storia dell’umanità degli ultimi 5000 anni distillata in segno, colore e materia. Come ci si sente piccoli e fortunati. Il mistero degli egizi, il protobarocco etrusco. La razionalità artistica dei greci, i volumi e il realismo romano e il ritratto alessandrino. Poi tanta Italia per arrivare a quel fenomeno di costume che è la Gioconda irrisa da quel francese secco e vitale di Duchamp. Tizian, Caravaggio, Mantegna. Una degna delegazione.
L’esserci vale il viaggio.
Se la Parigi diurna è un crogiolo di fretta e di diffidenza cosmopolita, durante la notte si ubriaca di retorica e poesia. È una città fatta per il buio, per le luci elettriche aranciate che la fanno un po’ deco’, signora attempata ma ancora piacevole. La notte Parigi è una città dipinta, un poster sdrucito dalla storia, appartiene ad una dimensione che solo l’arte, con approssimazione, può argomentare. È il ritratto fedele di tutti quelli che la amano.
Nella metropoli parigina ci si sente come un batterio in una cucina malsana. Una fiumana di volti, vite, preoccupazioni che corrono ininterrottamente. Non si trattiene l’umanità! Cola ovunque. Si è una parte infinitesimale di un sistema ecologico nelle relazioni ed economico nella ragioni. Inizio in differita ad apprezzare la provincia. La dolcezza della mia campagna. Pur villani ma pur sempre qualcuno. La Grandeur è un insieme immenso di non persone. È un tutto. Mi è bastata una giornata per sentirmi solo.
Perché scrivere quotidianamente un diario, un blog? Per fuggire dall’oblio. Il bisogno profondo di sopravvivere alla memoria attanaglia chiunque. Un fumettista definiva gli artisti in due categorie: i marziani, quelli che segnano uno spartiacque tra il prima e il dopo; poi ci sono gli artigiani, quelli che animano le pagine di storia e del divenire di ogni giorno. Aggiungo io, sommessamente, la categoria dei graffittari. Quelli come me che graffiano la storia trattenendone un’inezia sotto le unghie. Un po’ vandali, artisti nelle intenzioni, banali per tutto il resto. Ma quel segno rimane, per sempre. E questo concede una misera sensazione di eternità. Tra un ‘ora sono in aereo quindi non ho accesso alla rete. Lascio il mio segno ora, qui al gate 2 per Parigi. Bonne nuit.
Sono due le cose che posso dire con assoluta certezza in politica. Non sono mai stato leghista e berlusconiano. Comunista da giovane, in fondo tutti quelli che non avevano successo con le ragazze lo erano, democristiano in divenire. Fatta la premessa arrivo al dunque. Il discorso di Renzi in Europa è stato un esempio assoluto del nulla retorico. La luna di miele sta finendo rovinosamente ( le tasse condite dalla ripresa tardiva faranno precipitare gli Italiani verso la realtà ) e il timore è che stiano finendo le azioni di prestigio che hanno fatto innamorare il popolo italiano del Magnifico. Spero ovviamente di venire smentito dalla storia e dai fatti. Gufare non piace a nessuno. Purtroppo, da Renziano della prima ora, quando esserlo significava essere perdenti, ora pentito, non posso che riconoscere che la discontinuità con il governo Letta e Monti non c’è, gli ottanta euro sono stati un abile manovra elettorale che verrà cancellata dalle nuove tasse sui servizi ( TASI in primis ). A tal proposito TASI in dialetto veneto è l’imperativo del verbo tacere, traduce il “TACI!”. Una triste coincidenza. Evoca frasi del substrato leghista del tipo “tasi e paga mona ….” Ricorsi storici di un celodurismo duro a morire. Cosa c’entra Salvini. Il suo intervento, dopo il discorso del buon Matteo, è stato lineare, chiaro, inappuntabile su tutte le questioni. Anche per quelle più barbare, come l’operazione “mare nostrum”, che sta mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei disgraziati che tentano la traversata. Non condivido la posizione leghista ma non posso che cedere alla ragion pura seconda la quale il leghista detenga un minimo di ragione. L’Europa è una somma di egoismi e non vuole assolutamente condividere il peso dell’accoglienza di questi disperati che fuggono. L’Europa continua nel suo rigore ragionieristico, confermando il fatto che non è più un consorzio di popoli ma una struttura in mano alle banche. Le pance degli Italiani si svuotano lasciando l’eco alla dialettica impietosa del leghista Salvini, che con barbara ragione demolisce l’ottimismo oramai inconsistente di Renzi. È finito il miele, ora tocca il fiele. Poi, alla luce degli interventi innescati dalle dichiarazioni di Renzi, l’idea che sia possibile cambiare l’Europa da dentro, onestamente pare una bischerata pazzesca. Cosa c’entra tutto questo ora, dopo una calda domenica oziosa e famigliare? Niente. Ma di fatto scrivo per me e quindi…
Penso capiti anche ad altri, ma spesso sento in modo sensibile un distacco tra il mondo esteriore e quello interiore. Una specie di dissociazione che presumo essere il preludio allo svelarsi della mia natura psicolabile ed istrionica. Non mi reca disagio tutto ciò, semplicemente un senso di vuoto da riempire. La stessa sensazione che si prova scendendo precipitosamente da uno scivolo ripido. É una parentesi veloce, poi subentra profumatamente un agio indescrivibile, paragonabile all’emozione che provo quando mi arabesco la mente di parole e situazioni improbabili, di congetture che altrove potrebbero essere lette come poesia o delirio letterario. Una pace che nasce dalla compattezza e dalla solidità che vive dell’accontentarsi. Robustezza e distacco, le mie due vive di fuga. Scollegamento tra vita e interiorità, così nettamente separate da potermi permettere il lusso dello spettatore pagante che può sbadigliare anche davanti al dramma dell’esistenza, non la mia, per fortuna, felicemente anonima e serena. I demoni del progresso mi invitano a svoltare, a scompormi, a prendere una posizione netta, irriducibile, a macchiarmi della rovina del tempo e dell’affanno. Ma il male di vivere non mi appartiene, troppo alto per la mia ordinarietà. Hanno ragione però i saggi, dovrei visitarlo; non ne ho voglia. Desidero solo bearmi del meriggio caldo nel mio letto fresco e sfatto, aspettando sera, lavorando il giusto, fumando con moderata adorazione un sigaro stagionato e pensando alla cena. Nichilismo, esistenzialismo di provincia, non so…? Con questo piccolo stratagemma, la decadenza del mondo mi passa attorno senza sconvolgimenti, come un intervallo malriuscito di un’opera che vale per lo meno il biglietto. La decadenza, la scenografia costante alle gesta della nostra storia attuale, senza speranza e slanci, un po’ cafona, ridicola come un cieco conducente, è il palco migliore per riprendere il volo. Alla fine la morte arriverà, mi troverà in ritardo, ma avrà gli occhi chiusi e la bonaria pazienza di una madre oramai stanca ed anziana.