Non sono pronto
di michelecasella

Qualche sera fa, all’ora di cena, è venuta a farmi una visita una vecchia conoscenza, un’amica di infanzia.
Ci siamo un po’ persi di vista, ma passava di lì e ha pensato di venirmi a trovare.
La situazione è stata un po’ imbarazzante, stavo pelando le patate, preparando la cena, il forno da controllare.
Lei è arrivata con tutta la sua vita, con tutto il suo bagaglio, l’ha scaricato lì, in cucina, tra il bancone e la tavola da apparecchiare.
Abbiamo cominciato a parlare, lei è sposata, ma vive la sua relazione della vedovanza. Ha voluto precisare: Lei è ancora sposa di suo marito, due anni fa, dopo una lunga malattia, è andato Altrove. Per lui lo stesso ospite indesiderato che ha piantato le tende nel mio intestino. Coincidenze. Assonanze di morte che mi hanno spaventato.
Mi ha confuso sentire raccontare da un’amica la morte del marito con la mia stessa malattia, cosa che mi ha lasciato un po’ senza parole, cosa che veramente mi ha disorientato.
É stata la normalità con cui si è parlato della fine, della morte, del viaggio, ma anche della presenza, del legame, della eco di un legame che si proietta nella mia cucina, all’ora di cena, come ombre cinesi che ho cercato di dimenticare.
Ho capito che non sono ancora pronto a parlare della morte, se non in un modo espiatorio, oppure come una sorta di esorcismo da compiere metodicamente per allontanare l’idea della fine. La morta mi ha posseduto, ora sembra essersene andata,
Ma nel dirlo mi sento così stolto. Domani, all’alba, potrei essere anch’io nell’Aldilà.
La mia amica, con molto candore invece mi ha parlato della fine, di come si fosse preparata, di come si fosse preparato il suo sposo.
Mi ha descritto la presenza che sente ancora, di come la fede l’abbia aiutata, abbia aiutato entrambi a vivere la malattia, lo stranezza della situazione, la morte, il dolore. MI ha fatto le sue foto, dolente e sorridente.
Ma io non sono pronto. Non sono pronto. La vita mi scorre ancora dentro e mi stordisce.
La vita mi trascina e mi incita a cantare tanti desideri, con parole sprovvedute, tanti concetti, con pensieri sparuti.
Questo sarà l’aspetto più doloroso del mio dover dire addio.
La mole solida di vita che poggia sul mio cuore, così grave, tanto da schiacciarlo.
Tutto la lunga cucitura sul mio ventre, la firma che autentica la mia fine, il mio viaggio, la svolta, il perdersi e il ritrovarsi nel bosco del dolore.
Penso a tutto questo. E il mio sguardo cade ancora sulla mia amica, che continua con dolcezza furente la sua litania.
Il disagio ormai era palese.
Forse lei ha interpretato tutta la mia sofferenza malcelata come una sorta di empatia. Per questo entrava ferocemente nei dettagli.
La lunga ferita lasciata dalla malattia si è lacerata dentro la mia anima.
Ho sanguinato e poi, da solo, ho pianto.
In un momento prezioso condito di pace, di distrazione, di ozio e di ombra, come un baleno Lei è tornata.
“Non ci lasceremo mai”. La voce vellutata della Signora tornava, suadente. Tornava a farmi compagnia.