Osteria n. 1!

Per motivi imperscrutabili da tempo mi ritrovo, accompagnando mia figlia agli allenamenti, ad attenderla in un bar, adagiato in un grande piazzale, in uno dei tanti paesini della Valpolicella disabitati e ricchissimi, corrotti da un verde prepotente e da case ordinatamente tristi. Qui mi porto il lavoro e attendo, correggo verifiche, faccio le mie valutazioni, sostanzialmente faccio tutto ciò che solitamente non si fa in una “mescita” contemporanea.
Un locale che prova ad essere moderno, con la giovinezza che copula freddamente con la tradizione. Pregio e patatine, qualità finissima e vinaccio da avvinazzati. In poche parole, un’osteria.
La parola osteria gioca su una specie di presunta nobiltà. La parola “bar” invece è volgare, scontata, basso corporale, gargantuesca. Dal letame nascono i fiori, così cantava il poeta. Nei bar c’è una poesia che ricorre e mi riporta a Cecco, alla fauna che segue un copione consolidato da secoli, Il bar è verace, ruspante, vivo, pulsa, puzza di vita. Il bar è un luogo in cui la frustrazione ha un retrogusto sapido di bontà.
Qui, nel bar, la vita che non si finge, non si copre, non si preoccupa del dresscode e della scialberia come apparenza: la vita qui esplode come un rutto. Nella mia osteria si squaderna la vita di un bar qualsiasi, senza finzioni, con tutti i suoi personaggi
C’è il tuttologo, c’è lo spaccone che nel nostro dialetto è detto “lo sborone”. C’è quello che ride senza un apparente motivo, c’è quello che non paga mai, c’è quello che viene a riversare tutta la sua vita come un conato post sbornia, c’è lo spirito delle sensatezza che si prende una vacanze, c’è la politica vera fatta dalla gente, il pensiero grezzo, lo sport che conta un cazzo. In questi locali c’è chi, tra bestemmie e trattati filosofici meschini e raffazzonati, spera (anzi, sprizta, ma lo vediamo dopo) e vuole vedere qualcuno che se la passa peggio di lui. C’è chi invece è lì per grattare il fondo in cerca di un riscatto. Nei bar c’è l’odore della nostalgia, della prevedibile perdizione, del nulla cosmico che si mescola a arachidi discount, vini di scarsa fattura, ma di straordinaria portata onirica. Al bar si sogna fuggendo non perché lo si voglia, ma perché si è costretti. E poi, eccolo …, c’è lo “Spritz”, la divinità assoluta, il totem originario che ha portato freschezza olimpica in un mondo sempre uguale a se stesso, ma che ogni tanto cerca di darsi un nuovo contegno
Una sera c’è stata una piccola rappresentazione pirandelliana dei tipi da bar. Mi sono dilettato a dipingerli.
Nel quadro c’è Ivo “il superfluo” quello che dopo i due spritz comincia già a perdere la ragione:- “Dammene un’altro” (errore grammaticale voluto perché dopo il terzo spritz Ivo perde ogni capacità di controllo anche della grammatica). Ivo è inutile. Lo sa, ma finge di no. Ivo fa contorno, parenchima, complemento.
Poi c’è Piero, il sornione che ride, ride, ride senza darlo a vedere. Un uomo barocco, un ridere che ho visto solo nei quadri di Rembrandt, o dove venivano rappresentati gli aguzzini nell’Hecce Homo. Un ridere pieno di cattiveria e indifferenza. Piero non dice nulla, non corregge e non pesa, non interviene e non si scontra mai, ride, asseconda, ride bene, ride, poi ancora e ancora.
Poi c’è Franco “l’acceleratore”, quello che alza il tono, non solo dei decibel ma anche nei contenuti della conversazione. Solitamente le conversazioni da bar sono fatte in modo tale da lasciare sempre uno spazio alla ripetizione. Ripetere per dimenticare, ripetere per ordinare un altro bicchiere. Il repetita iuvant che vuole solo celare la fumosità dei pensieri dopo una giornata di lavoro. Ecco, l’acceleratore è quello che rompe questa monotonia: parte da un concetto, un insulto, dalle offese a nostro Signore e riesce a ridestare l’attenzione sul niente. Riempire di futilità i minuti. Per questo Franco accelera, accelera con le parole per tenere il galleggiamento.
Poi c’è Gino il silenzioso, lui non ride, lui ascolta, annuisce, osserva. È l’emblema che la vita è fatta anche un po’ di serietà e lui questa funzione la vuole difendere, con burocrate attendimento, contro la smisurata, sgualcita ed epidermica allegria.
E poi c’è Marika, la barista. Solitamente è giovane, è sempre giovane anche se aleggia nel locale da 60 anni. Avvenente ma prudente, sorridente sempre, sta al gioco, ma non supera mai la soglia, sempre che non lo voglia. Armeggia le oscenità con maestria, senza mai schizzarsi. É un’equilibrista straordinaria. É lì, rassicura, accoglie, consola, ascolta. È la quintessenza della confidente, della psicologa, della madre mancata, della compagna vaporizzata nelle occasioni perdute. Marika è la boa degli avventori perduti.

Poi ci sono tutti gli altri, i passanti, quelli che vanno al bar, ma non si compromettono, non scendono nell’arena. Tanta inutile gente di buon senso, che partecipa per fare la cosa più ottusa che si possa fare in un bar: bere qualcosa. Io faccio parte di questa anonima categoria. Osservo, dipingo, ma non sono all’altezza della compromissione, del discorso, della presenza sul campo che costringe al gioco.
Voglio solo celebrare questa umanità bella, senza spessore, senza gravità, che si ritrova per celebrare il rito della noia che ognuno porta dentro di sé.
Un’umanità densa, come l’alito del fedele discepolo da bar al mattino quando beve l’Aperol dopo il caffè con la sambuca (con o senza mosca); c’è chi fugge dalla noia, chi ne nega l’esistenza, chi invece l’affoga in un bicchiere di spritz e cerca di dare un senso a quel momento di offuscamento che precede per un attimo l’apertura istantanea del varco della serenità. Poi tutto si chiude e riparte la giostra, tra una patatina rancida e un bianchetto.