Haiez e la sensualità dell’incazzatura

I pittori italiani dell’Ottocento sono figli di un dio minore. Esempi straordinari come Fattori, Signorini, Cecioni dimostrano quanto ancora di pregiato possa celarsi nella disattenzione. Gli anni del Risorgimento e Post-unità d’Italia sicuramente sono noti per altri fatti, più di natura politica, letteraria. L’arte figurativa è rimasta sepolta sotto le macerie di un cambiamento geopolitico immane. Gli Asburgo furono cacciati, col loro mondo di rigorosa nettezza borghese e nasce qualcos’altro, una sensibilità provinciale con la voglia di emergere e di imporre una cultura percepita come nuova, distintiva, sovrana a casa propria. I nostri artisti non sapevano più “essere moderno senza essere stranieri” né “essere italiani senza essere di un altro secolo“. Questo non è stato semplice. Tempo, influssi esterni assimilati profondamente e la mancanza di riferimenti in casa di estrazione moderna, hanno delimitato il percorso in un incubatoio che ha potuto germogliare sono nella Parigi in fase di decollo verso la Belle Epoque. In italia, lavoro di bottega, grande cuore e poca fama. Andavano fatti gli italiani, un pubblico che sostenesse l’arte della nuova nazione. Qualcuno che la capisse magari.

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Odoardo Borrani. Le cucitrici di camicie rosse (1863 )

Forse solo Telemaco Signorini, all’inizio, non naviga a vista e traspone artisticamente questa composizione identitaria nazionale, questo work in progress, che non disdegna il tema sociale, la natura e le sue macchie, il travaglio di chi sta nascendo, una nazione con una grande eredità ancora da riscuotere. Dipinge la “realtà” grazie all’adattamento nostrano del Realismo francese. L’esperienza verista, l’ispirarsi al “vero” in quegli anni, è di per se in atto rivoluzionario. Pensare all’esperienza dei Macchiaioli come ad un percorso di unificazione ( dalla macchia all’intero ) è suggestivo a parer mio.

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Telemaco Signorini, La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze, 1865

I colori del Risorgimento sono cangianti di patriottismo. Tinte cupe, funebri, colori vivaci e densi solo quando si riporta la bellezza della terra patria in mano ad altri, non libera, non unita. Il cromatismo risorgimentale è triste.

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Ippolito Caffi, Bombardamento notturno a Marghera del 25 maggio 1849, Venezia

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Giuseppe Abbati, Campagna a Castiglioncello (1863 )

I toscani in questo ricerca di tonalità e di originalità sono dei precursori. Gli stantii fasti del Granducato e la presunzione di una eredità culturale attorno alla quale costruire l’Italia, li anima di una verve più prolifica. Fattori ne è l’emblema: artisticamente dimesso nei toni ( sembra che nessuna dei personaggi ritratti sappia cosa stia facendo ) ma raffinato nell’esposizione, rappresenta quel l’avvio di linguaggio nazionale apparentemente sperimentale, in cui si evidenziato delle potenzialità straordinarie. La forza degli illegittimi: In realtà si tratta solo di una paternità incerta da ricercare, da riscoprire, di rivendicare. Il Risorgimento è questa ricerca di paternità artistica.

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Giovanni Fattori, Il campo italiano alla battaglia di Magenta, ( 1861 – 1862 )

Hayez tra tutti questi è il meno dotato. Accademico da poster, da serigrafia Pop ante litteram. Scontato come un souvenir. L’ho conosciuto in uno dei miei primi turbamenti erotici. Da bambino una statua con un giovanotto avviluppato attorno alla ragazza che bacia, ha sempre destato la mia curiosità. Soprattutto perché i volti erano celati dal loro amore. In un recinto di visibilità assoluta un manifesto di intimità. La mediocrità può partorire dei capolavori. Ed io sono sempre stato travolto dalla forza che si può celare sotto di essa.

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Francesco Haiez, Il bacio ( 1859 )

Concludo con quest’opera. Famosa è presente nella mia Verona. Ve ne sono due versioni. La ragazza, personificazione della patria, dell’Italia, della storia nostra, ha negli occhi l’incazzatura di chi è stata violata. Lo sguardo fiero che ti fissa quasi a dire:”puoi fare di me quello che vuoi, ma non mi avrai mai”. La sensualità della bellezza che non si piega, della fierezza di chi sa perdere senza piegarsi. Lei é la personificazione della forza degli italiani, che alla fine risorgono sempre. Questa oltre che un’affermazione è un auspicio per il presente e per il futuro.

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Francesco Hayez, Meditazione, 1851