Il Fair Play è andato a farsi fottere ….

Oggi provo a metterla sulla filosofia. Lo faccio per diletto e premetto già che ho voglia di divertirmi. Sono da poco “sceso” o “salito” ,dipende dai punti di vista, nella vita amministrativo – politica – ideologica – nazionalpopolare dell’amena cittadina in cui la Provvidenza mi ha condotto. Devo dire che sono ancora in fase di svezzamento ma ho già riempito un quadernino di osservazioni che ora provo a condividere. Non c’ho scritto un granché su: qualche frase, qualche idea, piccoli fioretti a cui quasi sicuramente verrò meno. In questi giorni però ho fissato una massima, anzi, l’ho scritta a caratteri cubitali. Ad essere sincero non l’ho scritta personalmente, me medesimo; l’ha scritta il mio doppio, Casella Secondo, che si sta rivelando il doppio cinico del Casella che scrive, l’uomo vestito di buone intenzioni. Cosa ha scritto il mio doppio? Semplice:“non c’è più far play”. Una frase strana, fuori contesto, lapidaria quasi come una condanna. I due Casella che si avvicendano nell’amministrate gli umori del corpo che abitano, hanno iniziato un’indagine sul perché di tale affermazione, anzi, di tale sentenza. Perché mai è stata buttata sul quadernino. Il tutto è stato distillato nella recente esperienza amministrativa. Ho dovuto amaramente constatare che il confronto delle diverse idee è il primo ring in cui si combatte senza esclusioni di colpi. È il luogo in cui si è smarrita la lealtà. Potrà sembrare strano, ma il luogo del confronto, del costrutto, si è evoluto nel luogo della distruzione. A quale pro? Temo, e purtroppo ne ho conferme tutti i giorni, che questa situazione non sia stata cercata. Non è neppure dettata dal caso. Ci siamo arrivati perché come uomini ci siamo un po’ persi, ci siamo rassegnati al ribasso, ad accontentarci. Un’osservazione che riguarda tutti e non solo una parte. Nessuno si distingue. Siamo peggiori dei nostri padri. Non siamo più capaci alla purezza dei sentimenti, né all’amore né all’odio. E di conseguenza neppure siamo più all’altezza di portare rispetto. Va bene tutto, ci accomoda tutto e siamo disposti a tutto pur di ottenere “qualcosa” che ci interessa, da un risultato “politico” ai 5 minuti di notorietà. Ma la cosa che ci abbruttisce ancor di più, riguarda il come viviamo lo scontro. Non ci sono più regole interne etiche, non c’è più il buon senso del galantuomo. Siamo disposti, oggi, a tutto, anche all’imbestialirci, a fare del male gratuitamente, magari vestendoci con l’abito del “difensore della legge”. Casella secondo a questo punto sbotta urlando scocciato che uomini per bene non sono mai esistiti, che è sempre stato così, che sono un piccolo borghesuccio benpensante. Mi manda per giunta a “vaffanculo”. Il mio alter-ego si incazza ed io incasso. Come posso sperare di diffondere la virtù del fair play se interiormente una parte di me la ripugna con tutta se stessa? La schizofrenia del mio dibattito interiore mi confonde. Anche perché si proietta all’esterno inesorabilmente. Il fair play è una rappresentazione teatrale di un ideale. Temo di una fantasticheria. Non può esistere. Molti fatti me lo dimostrano. Che dire ancora? Non ci resta che la nostalgia. In un bellissimo film, Il Divo di Sorrentino, viene fatto dire a Giulio Andreotti, che fu uno degli uomini più influenti e potenti d’Italia una frase che è la sintesi dello stato di salute del fair play, un epitaffio che è singolare, che è pesante, che purtroppo sembra, al doppio che si dibatte in me, una conferma. Ricordando Nenni, il suo avversario più acerrimo, il Divo Giulio afferma laconicamente: ”quanto ci odiavamo… ma quanto rispetto c’era tra noi”. Altri tempi, altri uomini.