In memoria di Bello, nato morto, sepolto ad agosto
di michelecasella
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Alberto Burri, Rosso Plastica, 1963 © Fondazione Burri
Fonte
https://www.arte.it/foto/i-cento-anni-di-alberto-burri-259/2
Stamattina, perlato di fresco,
con i miei affetti,
nelle celle del cordoglio,
ho salutato un bambino mai nato.
Per la precisione (rovello o scrupolo degli scampati)
il bambino è nato, ma avvolto dalla morte.
Tutto qui, un cortocircuito
della Natura.
Con la spensieratezza
di chi a breve partirà per le spiagge,
ho fatto una visita, ho fatto un bagno di dolore.
La piccola bara,
quasi una cassetta degli attrezzi,
bianca e anonima,
stava nel mezzo alla sala grande,
grande, così grande,
ma incapace di contenere
tutta la vita che non c’è stata; una bara così piccola,
per tutto il dolore
che questa “non vita”
non ha provato.
Tutti i convenuti ai lati,
quasi intimoriti,
quasi vergognosi dell’esserci,
con parole incerte, abbozzate
per poi essere taciute.
Quella piccola vita
è nata morta l’otto di maggio, quando la primavera ormai
aveva preso fiducia e stava per decollare, fulgida e straripante.
Lui ha smesso di vivere,
ancora al sicuro,
ancora protetto,
nel ventre di sua madre.
Ha deciso così, forse Qualcuno per lui ha così deciso.
Troppo dolore silenzioso in quella stanza.
Nessun ricordo, nessuna faccia,
nemmeno un vagito,
neppure una traccia primordiale di una comparsa,
in questo mondo urlante di dolore e florido di possibilità.
Silenzio, vuoto, smarrimento e una piccola bara di legno, bianca.
Mesi in un frigorifero,
per quel piccolo corpo,
ed una madre, che ha partorito la morte,
che geme soffocando un urlo
inesprimibile
che ha perso la bussola
per sciogliersi.
Si chiamava Bello, di secondo nome.
Bello come un’occasione data,
un lampo di vita spentosi
in un alcova buia e calda.
Bello come un certo dolore,
che ghiaccia il respiro caldo,
il torrido affanno.
Le parole si mischiano
nel mio smarrimento, che é comune, e non riescono a trovare il segno, una porta per fuggire.
Un abbraccio, tanta dignità,
e poi tornare alle cose di tutti i giorni, ove si cerca il perché di quelle cose, per concludere,
che per tutti noi, il pensare, il sognare, l’avere dei progetti, affetti, tempo per raccontarli,
é una questione di fortuna.
Ciò che resta, a me, di Bello,
solo queste indegne parole.