michele casella

Diario minimo

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Licoldi lontani

Giorno di festa paesana. Anzi sagra, come si dice nella mia lingua del cuore. Giorni in cui la vita rallenta e il paese si trasforma, si veste di un’aria trasognata, che si ha solitamente dopo una sbornia. Mi capita da anni, in queste giornate intensamente paesane, di intraprendere viaggi memorabili nella Memoria. Ma devono essere innescati da un qualcosa. Il casus belli del viaggio odierno, che ora vi racconto, è questo: Casualmente mi sono fermato in uno dei bar della mia infanzia. Entro nel bar con lo spirito gagliardo con cui ci entravo da ragazzo, quando con la mia vespa special ingrossavo sterminate distese di piccoli bolidi truccati. Entrato mi accoglie un cinese magrissimo dallo sguardo infossato che mi dice in una lingua impossibile “plego ?”. Dopo un primo impulso di risata, sono precipitato nella nostalgia. Mi sono guardato attorno, la vecchia osteria era spoglia e deserta. Anzi, peggio, silenziosa… Il barista un po’ ebete aspettava il mio segnale, ma con il pensiero frugavo nelle immagine e situazioni accatastate nella memoria. Ho rivissuto il baccano dei miei tempi alimentato da futilità ed oscenità. Le risate grasse degli avvinazzati che rivendicavano una presenza che non fosse contorno. I calendari osé appesi in giro e nel bagno quello di Selen fermo perennemente al mese di febbraio. Nel cesso si era fermato il tempo e la turca sembra inghiottire le ore dei maschi frequentatori, dalla mira scarsissima. Non c’erano slot ma il calcetto e il bigliardo ed una coltre di fumo che ci rendeva tutti uguali. La volgarità poteva quasi essere letta come poesia. Il canto del macina caffè, il ripiano pieno di “tazze” di bianchetti, unte già prima di essere bagnate dal vino proletario che impastava gli aliti dei vecchi con le sigarette e le bestemmie. E poi il bancone, pieno di uova sode, pane e cotechino, nervetti, bocconcini con la “bondola” e i boero, straripanti dai grappoli maturi color rosso luccicante. E le bestialità delle parole inutili che uscivano da chi pontificava, che duravano, nella loro assoluta e vana verità, l’intervallo tra un bicchiere e l’altro. Ed io, ancora bambino ma con la sfrenata voglia di essere uomo, che avrei voluto mangiare le patatine, ma non era virile… Finché il pensiero navigava a vista nei ricordi, il barista, con la grazia di chi fa un lavoro per cui non ha la vocazione, mi chiede ancora “plego?”. Io “scusi, il bagno? “. “Fuoli selvizio”. Andate a cagare! Non potete profanare così il contenitore dei miei ricordi da osteria…. Ridatemi il frastuono insopportabile, i vecchi ululanti, i bicchieri tintinnanti, l’odore di fumo e sudore, i giornali spiegazzati, il disordine accogliente e la vetrina con gli specchi, con Padre Pio in compagnia della Madonna e della nazionale del mondiale ’82, piena di liquori, disposti come reliquie. Ridatemi tutto questo e tornatevene a casa. Qui sarete solo tristi ed incompresi…. Ma il mio pensiero viene confuso ed ora mi si guarda in cagnesco. “Plego?”. “Un caffè grazie.” Mi dedico un quadro Pietro Borettini, che ha l’amalgama e l’intensità scenica di Brugell il vecchio. L’unica osteria ammissibile è quella rocambolesca inscenata nel quadro. I caffè parigini degli impressionisti o quelli letterari dei macchiaioli non mi sono mai piaciuti. L’osteria è il caos, fatta da gente pasciuta, che parla una lingua imperfetta ma conosciuta. Pietro Borettini (Pédar) Viadana, 1928.

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Onnipotenza odontoiatrica

Oggi seduta dentistica. Ad una certa età i denti si frantumano come bom bom zuccherosi. Sdraiato sul lettino mentre il mio amico strappadenti mi invadeva la bocca con le sue agili mani, pensavo a come sia semplice e repentino trovarsi fragili e deboli. Tra aspiratori e raschiatoi metallici ho cominciato a focalizzare che forza e debolezza non sono cose che esistono di per sé, ma esistono per l’assoluta mancanza di una rispetto l’altra. E da questa semplice considerazione si arriva subito alla conclusione che tutti siamo potenzialmente ed irrimediabilmente deboli. Senza accorgersene. Senza preavviso. Come una carie che fa il suo lavoro sigillata da un’otturazione. Un mattino, bevi il caffè, si sbriciola in bocca un dente e scopri un canyon. E fa molto male. Da uomo che non deve chiedere mai a vittima del dolore perforante, da forte a sofferente, da indipendente a debole. E lui, l’odontoiatra, può salvarti con la sua forza. Non credo sia stata l’anestesia a farmi vaneggiare col pensiero. Ma lo sguardo in un quadro, del protagonista, il cavadenti, mi è fisso nella mente: uno sguardo delirante, di potenza pura. E il poveraccio dolente, succube, debole, trepidante, inerme, quasi a supplicare. L’incrocio dei loro sguardi da la misura del rapporto tra la potenza e la debolezza. Il Cavadenti, di Gerrit Van Honthorst

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Jazz e salsiccia

Capita che ogni tanto si venga travolti da una serata piacevole, perché non catalogabile. Una serata da cui non ti attendi nulla e godi di ogni rivolo di sanguigna leggerezza, che spesso si concentra nei bicchieri lubrificati dal vino. Come questa sera. Simposio casereccio, con concorso gastronomico in salsa jazz. Bello. Tante facce sorridenti, con sincerità o finzione che viene dal buon cuore o dalla buona educazione. Ma il jazz… Con il suo febbricitante battito stridulo. Jazz e risotto, cornetta e salsiccia. Ci sono livelli alti e bassi in ogni cosa: nella letteratura, nella musica, nel teatro. Non si tratta di qualità ma di tonalità, di atmosfere. Tutte portano un carico di suggestioni. Manzoni o Garcia Marquez, Cervantes o Leopardi, Fitzgerald o Joyce …? Tutto, ma con vini diversi. E con il jazz, in questa cena da inizio millennio, che consorzia una brigata di umanità varia. Il jazz, acre come la cipolla sulla quale si stende la carne e si sublima il maiale. Il jazz pastoso, come il riso mantecato, gaudente e spossato nel grana padano. Il jazz speziato come la cannella, che pizzica e ti scarica nella lingua un eco africano. Trascinante come l’invenzione e l’improvvisazione, come il pesto del suino che riconduce tutto a sé. Il jazz acuto come i profumi spessi e corposi della cucina veneta. Profumato come il Valpolicella, delicato come il Soave, robusto come il Recioto, frizzante come un prosecco gelato.
Il jazz è vivo, come il maiale, come il riso, come le ruvidità del sangue, dell’ebbrezza, dell’eccesso. A questa serata e alla fantastica orchestra Gabriele Bolcato Quartet, un’opera dal sapore forte, come la salsiccia che fa l’amore con il riso.
Giancarlo Cazzaniga, Suonatori di Jazz

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Sentire Comune

Ieri sera con alcuni amici a parlare di vita, fede, impegno, Dio e di tutte le sue interferenze con l’umano. Cose così alte da sembrare irraggiungibili, persino nella stanza mansardata della mia cucina, modello assoluto di contenimento ed intimità. Tra un amaro ed un caffè, le nostre parole, tutti palloni aerostatici colorati, vivaci, ci hanno costretto ad alzare la testa, per non fossilizzarci, per non abbruttirci. Nella condivisione delle idee, un concetto si è definito prepotente nella rarefazione delle mille risposte che si possono scegliere per comodità o paura: sentire comune. Oggi che ci ripenso colgo che si tratta di un prodotto della mente simile, per provenienza, a quello di bene comune, che oggi però ha qualcosa di astratto, inflazionato. Colpa dell’ideologizzazione e della mancanza di una genuina abitudine alla testimonianza rispetto ad un’idea che rischia d’essere solo polvere sulle buone intenzioni. Sentire comune ha il retrogusto dell’ascolto, della relazione. Non ingloba l’umanità mantenendola estranea all’uomo stesso. Sentire comune è composto da un verbo, è un agire, un viaggio con dei passeggeri ed una destinazione. Ed attraversa le vie della città dell’uomo. Bene comune le fissa malinconicamente dall’alto. Sentire comune le vive, queste strade, con la liquidità dei sentimenti che invade ogni cosa. Mi piace! E non si arresta dinnanzi alle male agevolazioni della comprensione e della consuetudine. Sentire comune può significare certo, per i meno dotati di slancio, percezione di tutti, dei più. Sentire comune può arrivare invece a vette più alte, all’idea di sentirsi in comunione. Apre un nuovo orizzonte, scrive nuovi capitoli.
Dedico a questo dono involontario fattomi da tre amici, un quadro di un artista emergente, che seguo da lontano. Me lo dedico perché rappresenta questo distacco che ho voluto porre in antagonismo alla comunione. Un uomo, azzurro come il cielo e le sue profondità, osserva il mondo di tutti, ma non vi è dentro, non se ne sente parte, non ha nulla in comune. È un uomo moderno tremendamente solo.
Moderna, Alessandro Bazan, pittore siciliano.
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Father And Son

Oggi, primo settembre, centinaia di famiglie sono in trincea per l’imminente scuola. Libri, corredo più o meno griffato, iscrizioni e pagamenti inevitabili. Un dissanguamento. Presso la sede dell’azienda provinciale per i trasporti, messomi in coda inizio a guardarmi in giro. E vedo i papà e le mamme, a centinaia, con i loro figlioli, e mi sovviene agli occhi un particolare: i figli sono versioni fedeli e non sbiadite dei loro genitori. Una sensazione strana mi viene da queste aderenze e ridondanze di somiglianza. Mi ha fatto tanta tenerezza. Finché fissavo questo pensiero al cellulare, mi giro verso mia figlia per condividere l’illuminazione, ma me la ritrovo, come me, immersa nel suo smartphone a smanettare agile ed impietosa. Le somiglianze vanno oltre, ben oltre ai tratti, tanto da azzardare un cordone generazionale dei vizi e delle virtù. Mi dedico uno dei quadri del più grande ritrattista del Rinascimento, Lorenzo Lotto, lo scrutatore dell’anima, l’indagatore della quarta dimensione, colui che nel segno e nel colore distillava l’indole, il profondo, la natura del modello, della persona. Lorenzo Lotto, “Ritratto di Giovanni Agostino della Torre con il figlio Niccolò”.1515, National Gallery, Londra.

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Una frase vera

<< A volte quando inizio una nuova storia e non riesco ad andare avanti, mi siedo di fronte al camino e inizio a schiacciare la buccia di alcune piccole arance verso gli angoli delle fiamme e osservo gli zampilli blu che si creano. Mi alzo e guardo fuori verso i tetti di Parigi e penso, “Non preoccuparti. Hai sempre scritto in passato e scriverai ora. Tutto ciò che devi fare è scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci.” Così finalmente scrivo una frase vera, e parto da là. Era facile perché c’era sempre una frase vera che conoscevo o che avevo sentito dire da qualcuno. Quando mi accorgevo che stavo scrivendo in maniera elaborata, o come qualcuno che introduce un tema o presenta qualcosa, mi fermavo e tagliavo la tiritera, buttavo via e ricominciavo dalla prima vera semplice frase dichiarativa che avevo scritto. >>

Questo consiglio viene da Ernest Hemingway, uno scrittore. Da tempo sono preso dalla febbrile necessità di scrivere. Prima poesie, poi un romanzo, poi un diario, alla fine delle lettere, un blog… qualsiasi cosa, purché nasca dalla mia testa ed io stesso ne sia l’ostetrico.

Ma solo oggi, tra il mare di finzioni che partorisco, nelle descrizioni verosimili o drammatiche che faccio di ciò che vivo, mi pongo questà domanda:”ma le mie, sono frasi vere?”. Uno se lo deve chiedere, altrimenti c’è il rischio di imbrattare carta e perdere tempo, da dedicare a cose importanti, come l’amore, il calcio o la lettura. Mi darò la risposta quando la pioggia scemerà un poco e non potrò più mentire  a nessuno.

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Masturbazioni spirituali.

Alcune affermazioni sono segnali di vita oltre il confine. Per motivi vari lo sono: chi le fa e come vengono al mondo. La nascita delle parole che segnano è sempre accompagnata da segnali celesti che si aggrumano in spazi domestici, dall’inatteso, da qualche profumo speciale o da voli di farfalle gialle, come accadeva al povero Mauricio Babilonia. Questa volta l’impronta lasciata ha la fragranza del gelsomino a maggio. Un profumo che riempie la casa. Un sapore buono, di primavera matura.
“Mi sto masturbando spiritualmente”.
“Cioè scusa?”.
“Hai presente quando cerchi una finestra per prendere un po’ d’aria, vedere il cielo e volare via…?”.
“Si. È un’immagine chiara….”.
“Ecco, io sto facendo questo in una cantina e mi ostino a voler decollare, ma ogni finestra è interrata.”.
“Ahhh…”.
“La ricerca spirituale è questo aprire la finestra, giusta o meno, per cercare la luce da cui spiccare il volo. Ma ostinarsi a farlo in cantina diventa un piacere, se si può definire così, fine a se stesso, stantio, che da noia.”.
“Chiaro!”.
Queste conversazioni, trasfigurati dalla fatica sulle poltrone Ikea consunte da anni di Tv, sono paragonabili alle giornate di sole tiepido dopo anni di pioggia e fango.
Dedico a questa illuminazione, un volo spirituale, un’opera d’arte stupenda, il colloquio magnifico della creatura con il suo creatore, il librarsi lento e svolazzante dello spirito, l’Estasi di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini.

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Sfatti e misfatti

Tornare alle incombenze del mondo dopo un periodo di vacanza mentale, da lo stesso effetto di una doccia gelata dopo una sudata da facocero. Ti si ferma il sangue e gira la testa, senza tregua. Sono state necessarie, oggi, varie pause, qualche minuto di training autogeno fai da te, massicce dosi di caffè e sanipirina a portata di mano. Ma ce l’ho fatta. La routine ti sovrasta senza che te ne accorgi. Telefonate, mail, pianificazione della vita famigliare…. preoccupazioni piccole e travolgenti. Oppure il nulla che comunque pesa, incalcolabile e repentino. In questa giornata in cui si è riavviato l’ingranaggio di tutto, mi dedico un quadro del pittore veneto della fatica, dello sgraziato che tende al sublime, del cammino e del lavoro: Jacopo da Bassano e i suoi piedi da contadino, piedi che forse non hanno mai portato un infradito, non hanno mai goduto della dolcezza del bagnasciuga, dell’azione massaggiante del mare. I piedi di San Giuseppe e dei pastori sono l’emblema della sfinitezza di oggi. Adorazione dei Pastori, Jacopo da Bassano e bottega. Notte mondo.

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La rete e i grilli

Sulla mia poltrona, ora che tutte le piccole donne di casa dormono, realizzo che non ho la tv da tempo. Una scelta inutile di raffinata distinzione, secondo molti, noia della banalità per me. Godo alcune ore di silenzio e sento i grilli cantare in giardino, il russare di Rachele e il rumore dei trasformatori elettrici della ferrovia vicina. Tutto acquisisce fascino se lo si avvolge di silenzio. Oggi è arrivato però il momento della seconda partenza. Benedetta, dopo la prima, ha il cellulare. Dopo un lungo rimando al limite dell’incoerenza più becera. Con esso le nostre raccomandazioni, gli ammonimenti sulla rete che non conosce oblio, pietà e discrezione. Le nostre ansietà come memento mori per l’avvio del suo grand tour nel mondo della finzione.
“Fai attenzione! Facebook è pieno di cretini! Si vestono di coraggio ed interesse perché soli e senza termini di umanità, senza la minima possibilità di toccare nello sguardo prossimo la propria imbecillità”.
Parole così lontane …. L’educazione sentimentale ha deviato il percorso e corre come la luce. E le nostre raccomandazioni sembrano il fischio di un treno a vapore che incrocia la modernità sfrecciante ed affusolata. Nei suoi occhi c’è la voglia della scoperta, dell’autonomia e del pericolo. In lei esplode la fame per il mondo e i suoi trucchi. L’indigestione le verrà, senza complicazioni gravi spero. Vigileremo dal faro, inutilmente ed abbandonati alla fortuna e alla sua intercessione, l’unica che ci può salvare. Buon viaggio bambina mia, ora che dormi e mi hai consegnato il cellulare, ascolto i grilli fiacchi di rigore ed aspetto il sonno e la sua rete magica.

Michelangelo Pistoletto. Nuovo titolo dell’opera : La gioventù e l’incontro con la Rete. Libera reinterpretazione dello scrivente….

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Il felice matrimonio della suicida Virginia Woolf

Nei preparativi per il ritorno alla mia vita e al mio destino, mi sono concesso un’ora di sigaro in spiaggia. Il mare merita di esistere anche solo per questo diletto. Un giovane padre, indaffarato nell’allestimento della postazione da spiaggia della vacanza per lui appena iniziata, si concede, mentre il figlioletto sonnecchia come un bozzolo sul lettino, un po’ di lettura. Non ho visto il titolo ma cerco di scorgerlo, ma a caratteri cubitali vedo l’autrice: Virginia Woolf. Per ironia della sorte, l’ossuto villeggiante ha lo stesso naso aquilino, la frangetta da bravo ragazzo e gli occhi sempre allarmati di un mio carissimo compagno di università, poeta che venerava l’americana Emily Dickinson ed appassionato lettore della Woolf. La britannica me la fece conoscere lui e per lei, anche se una “romanziera”, si bruciò lentamente nelle braci dell’arte feroce, quella che ti consuma. É morto giovane, tutti abbiamo avvallato l’alibi dell’incidente stradale, ma tutti sappiamo, che come la sua amata Virginia, anche lui era divorato dal male di vivere, dalla pena del giorno sempre uguale a se stesso. La sua poesia era seriamente partorita come grido d’aiuto. Ma sperava intimamente di rimanere inascoltato. Lo incontrai quando il suo disfacimento interiore si palesava in modo brutale e l’alcol gli si era fatto famigliare come l’impellenza dei versi. Lo andai ad incontrare con la missione datami di salvarlo. Tra una stilettata al mio moralismo da samaritano ed un ricordo di gioventù, quando si disquisiva se fosse la prosa o la poesia l’arte più grande del secolo breve, mi accorsi ed accettai che il tedio é più perforante della ricerca della felicità. Parlammo dell’amore, dei ripudi subiti che lo straziavano, degli inutili ricoveri, di cura dell’inguaribile.”Non sono pazzo” mi ripeteva “mi affatica il vivere”. Fu l’ultima volta che lo vidi. Si allontanò dalla famiglia e riparò dalla nonna nei cui occhi troneggiava il presagio. Quando mi accompagnò alla porta mi salutò proponendomi un qualcosa da farsi con la sua orchestra Jazz, ma non l’ho mai sentito suonare il clarinetto. Poi mi disse “se non ci vediamo sarà perchè sarò con Virginia, con due sassi in tasca, nelle acque del fiume Ouse, non lontano da casa”. Fini` con la sua fiat tipo in un fiume dal nome meno letterario, alla fine dell’ennesima serata in compagnia della Solitudine. Ora lo rivedo reincarnato a pochi passi da me, concentrato con lo sguardo perso nelle pagine di Orlando spero, il suo libro preferito, una poesia in prosa diceva lui, con il suo bambino accovacciato in un sonno sereno e sua moglie, che certamente lo ama, nell’appartamento a sistemarsi i bagagli. Oppure altrove, nei pressi della Monk’s House, nel Sussex con la sua musa, quella donna lunga e dal naso vittoriano, a dirgli «Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»