michele casella

Diario minimo

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Consolazione

Dopo tanto sono riuscito a sbloccarmi. C’è voluto del tempo. Ho dovuto fare alcuni conti con chi o cosa conduce discretamente il nostro cammino. Ho sindacato a lungo per accettare quanto la vita possa essere crudele. Ho cercato tenerezza in quel che ho, toccando il limite delle occasioni che ci sono concesse. Ho fatto questo con la voglia di superare tutto. Ma il dripping sfacciato della morte mi si spalanca davanti ogni volta che chiudo gli occhi e sono solo. Sono semplicemente debole o troppo umano. Mi sono aggrappato alla vita perché non so affrontare una fine orribile, senza senso, che travolge degli innocenti.
Ho dovuto scrivere tutto questo per liberarmi di un peso, per solcare ancora, con la lentezza che infligge una slogatura, il sentiero delle possibilità . Ho ritrovato la poesia a dettare la storia, l’arte a consolarmi. Per chi mi ha capito e sa di che cosa parlo, un quadro insolito di Munch: Consolazione, 1907, olio su tela

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Nonsense

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Non dispiace l’idea di scrivere su un vecchio quadernino il post che poi pubblicherò sul blog. Sembra quasi un nonsense. Di certo è un’involuzione tecnologica. Anzi, è un dono della provvidenza, della sorte o del genio della lampada, questa possibilità di rivivere, inaspettatamente, sensazioni fisiche sepolte da anni in un cassetto dimenticato della memoria e della pelle. Per tutta una serie di circostanze, in questi giorni, mi sono più volte ritrovato testarmi con la scrittura a penna, su carta, solcando le righe di un vecchio residuo delle scuole elementari dello scorso secolo ( temo che l’oggetto fosse addirittura mio ). È stata una bella sensazione.
La carta porosa che accarezza le dita mentre trascino la biro, la penna che affatica le dita, quasi inesperte. La paginetta giallognola che scivola con tutto il quaderno un po’ ovunque.
Anni ed anni che non mi cimentavo con questa “gentil tenzone” creativa. A contorno di tutto, la bellezza dei segni infissi dalle scritture precedenti, portate vie con le pagine strappate. Un dedalo di ragnatele da decifrare, da fissare come segni arcani che ci richiamano ad altre parole, ad altri lidi, ad altre vite. Un artificio della Memoria, del tempo, dei suoi ricorsi e delle occasioni sparpagliate.

Il tempo distillato della Memoria
mi attraversa dentro,
scompiglia e scopre come nella stanza il vento.
Certo non sono, ma conservo
tra il disordine organizzato
le iniziazioni, la fragranza dei gesti
il gusto per la lontananza
e le paure di una sentinella
nell’attesa dei Tartari.
I vuoti sembrano gli stessi,
le Ore a caccia d’amore
li hanno tutti ingialliti.
I volti sono avvolti dalla nebbia,
di loro resta forse il refrigerio
e ciò che di loro ho dimenticato
per inciso o per iscritto,
sulle cortecce, nelle tasche
e sulle rive dell’Ade.
La processione di questi,
con l’ordine di un’evacuazione,
interminabile batte le vie
del Ritorno e degli Addii,
tra dogmi, allusioni e costruzioni mancate.
Osservo tutto nel silenzio del buio,
da dietro, in disparte,
come al funerale di uno sconosciuto.

November Rain

Oggi che il grigio fa da sfondo al giorno
Un sentimento bigio, senza ritorno, mi scioglie.
Sono alle soglie, vestito di fango,
Pronto alla resa e adorno di un semplice manto,
senza munizioni, felice e vinto.
Dell’Orlando ligio ho deposto il corno e il canto,
l’incendio amoroso, la presa e la voce.
Attendo sereno ciò che non nuoce
In compagnia di novelle intuizioni,
Pregne di malinconia novembrina,
Che profuma di stelle, di farina bruna
Dolce e densa, rara oramai come la brina.
Sono accerchiato dal vento e dal cielo,
Dalle loro promesse di bombe ed acqua.
Sui prati si stende il velo del sacrificio,
Della Grande Guerra,
dei giovani in prima linea
Caduti come foglie,
Strappati dalla furia come tronchi.
Il Fiume cattivo e torbido
Porta via i resti di una stagione, come pattume,
Sordido, inutile ed ancora vivo
E della notte si riempiono i mie bronchi.

Piet Mondrian – L’arbre gris

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Ognissanti

Da troppo tempo non scrivo. Sono così: altalenante, tra entusiasmo e piattume, tra slanci e riflessione. Sono un uomo di pianura, in fondo, e sono impastato con quegli spazi in cui tutto si dilata quasi a perdersi e in cui il silenzio viene inglobato da colori tragici. Oggi Ognissanti. Giornata impostata nella tradizione. Colazione in famiglia, celebrazione eucaristica rocambolesca, pranzo sobrio ma abbondante e poi al cimitero. Cercando parcheggio alcuni flash del passato mi si sparpagliano davanti. Da bambino, con la contrizione simulata di chi non capisce nulla, andavo in questa giornata “dai morti”. Penso di non essere mai mancato. Anche da ribelle lo sguardo degli avi che attendevano la cortesia mi era insostenibile. Ed era sempre una giornata freddissima. Oggi invece, una primavera imbarazzante scaldava i volti della gente che sulla tomba dei cari si guardava attorno, ringraziando Dio di essere accaldata ed indolenzita in verticale che intirizzita in orizzontale. Anch’io con le mie bambine a far visita a persone che ora vivono nella Memoria. Mia nonna, Erina, nei cataloghi della vita passata, occupa uno spazio di riguardo. E lo fa da sempre con il suo stile. Silenziosa, come fu in vita, discreta, come la sera che morì tra le mie braccia. Il suo sguardo che si spegne fissandomi, con un sorriso indecifrabile, è un quadro che mi porto in tutte le stanze dell’esistenza che vado ad abitare. Ai tempi avevo vent’anni. Il 10 di agosto, dopo cena, dopo la nostra chiacchierata vespertina al tramonto tra il rombo dei trattori che tornano a casa e le zanzare, è partita, appena giunta in camera. È morta tra i suoi ricordi, i suoi monili, le sue foto in posa, la “petteniera”, i santi colorati delle stampe un po’ kitch di moda negli anni settanta, quando ancora giovane si vestì per sempre da vedova. Mi ha lasciato quel sorriso. Dove lo abbia scovato, con tanta perizia, quel gioiello di santità, quella visione mistica, rimane un suo segreto. Rivedendo oggi la sua foto, serena ed austera come le aveva insegnato la sua vita contadina, ho nuovamente assaporato la grandezza di quella donna mite, eternamente sola, imbrigliata in un ruolo che ha dovuto sposare con l’uomo che ha amato, morto giovane per la guerra e la patria. Il suo sorriso forse è stato uno slancio di liberazione o forse in quell’attimo, ha intravisto tra i santi il suo Vittorio, giovane e roboante, che la aspettava, per concludere il film iniziato e per fare “all’amore” per tutta l’eternità. Oggi spiegando alle mie bambine chi fosse la “vecchietta” in foto, Miriam mi ha chiesto:”ma ora è in cielo?”. “Si amore mio, è in cielo con tutte le persone che ha amato”. “Allora vola?”. Si cucciola, ora vola, per sempre, eternamente felice.

Marc Chagall, Resurrezione

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Autunno tardivo

L’autunno sembra deciso a farsi valere.
Ora la calda stagione non ha più alibi.
Fuggono con abili manovre gli uccelli incerti
Tenendo concerti sui tralicci addobbati a voliere.
I tramonti affondano nei cieli tinteggiati
Di striature pastello ed oro.
Sono ferocemente sereno,
Mentre osservo il giorno spegnersi,
Volgersi alla notte con voluttà implacabile.
Sono felicemente dimesso
E la mia prostrazione adorante
Si stempera tra le grida dei fagiani,
brilla di infinita noia sognante
E si compiace dei bimbi e dei loro strilli.
Non penso a nulla.
E delle ombre del diurno
Rimane un’impronta stagnante.
Lasciano il segno solo i buoni propositi,
Il viaggiare assorto del treno veloce verso sud,
La ripugnante sostanza della Burla
E dei suoi proseliti.
Della caparra di santità,
E di ciò che mi tocca dell’eredità
Solo il profumo dell’erba esausta
E il volare sgraziato delle cimici.

O falce di luna calante.

Dedicata alla luna di queste sere, ai miei ricordi, alla mia maestra che con ostinazione cercò di farci amare D’Annunzio.

O falce di luna calante
Dalle curve molli ed andate
Che in gioventù
fosti amante del Vate.
Ora ti affacci,
un po’ matrona
Da un cielo incerto e turchese,
Un po’ volgare
A contemplar la terra,
Il suo scader piccolo borghese,
La bruttezza, lo scialare smisurato,
Il ripetersi del suo lavoro
E della sua inutilità.
Mi ammicchi, ora,
Vestita di rosa,
Pastello e fumo,
E i nostri occhi,
tra l’antenna e il cavalcavia,
Si abbassano
di pudore e di vergogna.
Sono altrove,
col ricordo.
E non capisco
Da dove tanta attenzione,
Per te, per il tuo profilo
Per i nostri segreti.
Negli anni degli slanci
Foruncolosi e pulsanti,
Pensavo parlassi proprio a me.
Invece, da sempre,
Una silenziosa discrezione,
L’indifferenza per lo sputo.
Ora non importa:
La tua voce, cantata dai poeti,
da chi lo fa per mestiere,
É un coupon da consumare,
Una cosa di carta
Che fatico a considerare.
Mi basta vederti Luna,
Avvolta nel tuo silenzio e bellissima,
Ornata di disprezzo
Per il tuo pubblico
che tramonta degnamente,
Da sempre,
Senza difficoltà alcuna,
Senza curarsi più di te.
Non è ancora notte,
E già, per tutto, ti ho perdonato.

Per congedarmi, René Magritte, Il Maestro di scuola, 1955

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Cosa sei disposto a perdere?

In questi giorni sono stato travolto. Certe scelte portano un carico di fatica che spesso si rivela più pesante del preventivato. Ma ce ne accorgiamo tardi. Da tempo, prima di ogni slancio, di ogni atto di eroismo da discount, mi faccio la stessa domanda:”cosa sei disposto a perdere…”. Non c’é mai una risposta netta. Solo una paura senza forma. Inconsistente e penetrante. Questo stato di cose l’ho riletto in una poesia di qualche anno fa. Le cose che si scrivono si attualizzano con lo stagionarsi. La poesia è un investimento di emozioni per il futuro. La scrissi quando avevo tutto da perdere ed ero confusamente felice. Me la dedico.

Ricordi la speranza di quel viaggio…
L’autostrada non più stretta:
le fermate, i caselli e gli occhi lucidi
di eccitazione e fretta,la memoria
tra giochi e truffe,
lo spiazzo dei progetti e dell’amore aperto a tutti.
Di me, rivedi il coraggio oltre il limite per quel volo?
Le senti le sirene e il loro canto:
“è ancora lontano…
…avete tempo…andate piano”
(com’era facile prenderci per mano ).
La benzina ( troppo cara per essere felici ) è calata e prossima è l’uscita.
Traguardi ne avrò ancora, ma allo scoperto, in colonna,
oppure senza sosta
con dentro quel sorriso,
del biglietto che mi hai posto,
quel frammento di ricordo
ora sporco e senza viso,
che non sono disposto a perdere.

Per esagerare, un dipinto raffigurante il Faust, a monito mio e non solo.

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Amanti di strada

Ci sono alcuni amori clandestini ammessi. Non fedifraghi nella sostanza. Uno di questi è il mio. Io e la mia ragazza oggi ci siano presi un paio d’ore di passione. In questi mesi ci siamo visti un paio di volte. Io, assorbito dalla famiglia, gli impegni, le ricorrenze. Lei è rimasta buona, in attesa, ad aspettare il suo uomo per una cavalcata per un’esplosione d’amore. Mia moglie lo sa, conosce questa mia debolezza, la sopporta benigna. Forse pensa siano gli ultimi colpi di vitalità di in uomo sazio, sereno e che ha voglia semplicemente di un diversivo, di una galoppata a ritroso nella gioventù, di un’amante discreta ma responsabile e che non metta in discussione nulla. La mia ragazza, se pur silenziosa, quando l’accendi, sa il fatto suo. Ha i suoi anni, rispetto alle altre è sicuramente démodé e un po’ appesantita. Ma sulle lenzuola su cui consumiamo il nostro amplesso, ha un ruggito rispettabile. Il tiro è quello dei suoi anni migliori, come il suo canto, rauco ma irriducibile. E non si stanca. Per ore, io con lei. Io e lei e la strada, il caldo, gli scarichi nebulizzati sulla mia pelle e su di lei, gli insetti maledetti che si schiantano imbelli, senza speranza. Ma noi siamo un tutt’uno, una sola carne, un solo meccanismo ben lubrificato e rodatto. Noi due, la strada e le sue perpendicolarità, il fruscio e la solitudine. Chi non possiede una motocicletta non può capire la libertà che si può immensamente contenere in 900 cc. Ai motociclisti di tutto il mondo, che incrociandosi alzano le dita in segno di rispetto, un’opera futurista. Perché la motocicletta è avanti, cantata da poeti e cantautori, perché la moto sarà sempre prima… Finché non piove. Giacomo Balla, “Velocità di una motocicletta (studio)”

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Piccolo mondo antico

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A volte succede. Ti prepari velocemente per arrivare trafelato e sudato ad uno dei tanti incontri dettati dall’incarico amministrativo, sottomesso stoicamente alla routine, ed invece vieni baciato dalla sorte, dalla generosità del destino. Tre giorni fa ho vissuto un’esperienza mistica. Forse è troppo definirla così, ma non costa nulla…. Diciamo che ho passeggiato in carne ed ossa in un quadro, anzi nell’estetica di un artista: Paolo Caliari detto il Veronese. Ieri poi, quasi condotto da una mano invisibile, ho visitato la mostra in Gran Guardia a Verona ( http://www.mostraveronese.it ), ben curata e con un ottimo catalogo, dedicata appunto al Veronese. Lì il cerchio si è chiuso. A Villa Baja Guarienti a Tarmassia è iniziato però un viaggio. Grazie alla padrona di casa, di una sensibilità ed intelligenza che giustificano l’effige della nobiltà, mi sono immerso nella storia della sua famiglia, dal seicento, con la discrezione di chi calpesta con cauta reverenza il tempo e suoi frutti. Il richiamo al Veronese non è scoccato dalle stampe sparse qua e là delle sue opere più famose. Neppure dalle grandi tele, inscurite dal tempo, di artisti minori evocanti la monumentalità della scena, i panneggi e il dettaglio del pittore del lusso veneto. Il rimando è venuto dal silenzio, che ti pervade nelle stanze della Villa. E l’ho rivissuto nei saloni della mostra. I quadri del Veronese sono una celebrazione della non parola, della rappresentazione articolata, particolareggiata, complessa e lussureggiante, ma muta. I suoi personaggi sono presi da un’estasi di realtà a causa della quale non riescono a proferire parola. Anche a Villa Baja ho provato la sensazione di un blocco del parlare, dell’eloquenza. Anche lì regna un universo pieno di dettagli, richiamante altre epoche, composto con grazia domestica ed immerso in un silenzio quasi sacrale. Da Tarmassia, la frazione in cui la Villa vive con discrezione, a Verona, con il Veronese, con i suoi quadri, in una mostra piacevole, con delle sorprese.
Al tempo che matura nella villa e alla minuziosa tensione al particolare dei quadri della mostra dedico questo mio stato di intimismo. E mi dedico “La cena a casa di Simone”, presente in mostra, con la sua folla silenziosa e la cura nel riprodurre il quotidiano e le scene della vita.
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Disnare malinconico

Non era ancora mezzogiorno e sono stato preso, oggi, da un angoscia strana. Inconsueta. Ho imparato a convivere teatralmente con questi stati d’animo indecifrabili, dissimulandoli sia a chi mi sta attorno che a me stesso. Visto l’orario avrei potuto pensare ad un attacco repentino di fame chimica, la chimica dello stress ovviamente… Ma la fame è un’emozione quasi dimenticata. Penso, in questi momenti, frequentemente a Cesare Pavese, ai suoi falò e alle sue lune, al suo soffrire da mestierante dell’esistere, da maniscalco raffinato del vivere. Mi dedico una sua poesia. Alla speranza e all’arte del sopravvivere ai gorgoglii, a noi stessi.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Pablo Picasso, titolo reinterpretato da me medesimo…“Riemergere di un viso morto”

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