michele casella

Diario minimo

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Tutto suo padre

Certamente la colpa è del caldo. Penso a cose inconsuete, che vestono a festa di giorno feriale e mi fanno crogiolare nella nostalgia, quella che verrà. Ieri mi è venuta voglia di stare con mio padre. Ora che solca come un ragazzino gli 81 anni non posso che pensare che domani potrebbe essere altrove. Ed ora che è qui vicino a me, seduto a questo tavolo di questo ristorante troppo caro per essere buono, me lo rivedo forte, quando io bambino cercavo la sua protezione. Le sue mani grosse e ruvide sembravano corteccia, la scorza di un grande albero che mi faceva ombra, che mi riparava dai colpi del sole e del male. Era irraggiungibile, quasi mitico. Ed ora è qui, mio ospite, sazio di anni e piccole soddisfazioni, che con prudenza hanno costruito la solidità del vecchio. Indifeso e fiero, lo osservo ora da adulto e da padre e gli voglio forse il bene genuino che si ha per il commilitone, per la propria immagine allo specchio, per le proprie radici. Non glielo dirò mai o forse quando sarà tardi, ma sono felice di esserne il frutto, grato di essere la risultanza di un semplice contadino, caparbio come la terra argillosa, che mi ama con tutti i limiti di chi coltiva l’amore senza conoscerne chiaramente la natura. Tutto suo padre…

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Le parole del Silenzio

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Questa notte me ne stavo nel mio giardino, per caso, sommerso dalla luna. All’improvviso un frastuono assordante … Il silenzio agreste imbevuto da qualche sparuto volo di zanzara. Sovrumano prima di tutto. E il silenzio parla delle sue cose, i rimpianti, dei sogni soffocati dall’afa. E sotto questo manto di luce lattiginosa le parole, tutte, come un flusso eterno, scorrono verso l’estuario dell’oblio. Le osservo come una scia che attraversa la mia testa, il tempo che mi rimane. Godo infinitamente del fatto che nulla mi si attacca, nulla mi bagna. Sotto questa luna, stasera, sono infinitamente libero.
Pittura “visionaria” inglese, Fussli, Il Silenzio.

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In memoria di Marquez. Posta da Macondo

Come a Macondo una malattia mi ha colpito ed ora soffro di insonnia e di perdita di memoria, devo mettere bigliettini in tutti gli oggetti per chiamare giustamente le cose e per spiegarmi come le cose vanno usate. “Le cose hanno vita propria, attendono solo qualcosa che ne risvegli l’anima”, afferma ancora Melquíades. Ma gli zingari non sono più credibili come un tempo…Realismo magico ed altri artefici, pozioni violacee che mi guariscano e sanino la mia coda animale ed un secolo di solitudine del mondo. Aureliano ha conosciuto il ghiaccio, grazie al padre, ed ora può essere fucilato. La morte, come a Macondo, è la visita di una banda musicale che ti sveglia nelle prime ore del meriggio in un caldo agosto, con una musica da ballo, un ripetersi inesauribile di umanità. Alla fine, come i Buendia, in cammino verso il Destino non possiamo che cercare buona compagnia per essere presentabili alla Fine. “Gli dica, sorrise il colonnello, che non si muore quando si deve, ma quando si può.”. Da cosa nasce tutto…tutta la magia? Dalla miseria e dall’ignoranza e dal tempo che è galantuomo. Così mi ha detto mio padre.

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Elogio alla banalità

Andata e ritorno Assisi e casa per doveri civici. Cosa non si fa per amore. Con il mio giovane autista promotore del fastidio cosmico sono in autostrada. Immerso in questa infinita lingua d’asfalto con un odore di fieno bagnato e il rollio delle gomme come accompagnamento musicale. Penso alla banalità e mi faccio il mio viaggio. Rivalutandola. La luna mi fa da abat-jour e mi ispira moti nuovi. Da sempre il mio approccio al banale l’ho vissuto come un atterraggio di fortuna. Si decolla con le aspettative, i sogni, poi i motori vanno in avaria con la realtà, concludendosi il tutto nella frustrante accettazione del come sono le cose, la propria vita. I sogni si rivestono di “e se”, e la giornata prende una piega inattesa, disarmante. Avrei voluto essere il professor John Keating ed invece lavo i piatti e cucino con una tesi di laurea nel cassetto che tutti i giorni guardo con vergogna. Ci sono tutti gli ingredienti per rassegnarsi all’oblio della comune disillusione. Invece no. Coup de théâtre, la banalità é bella, é fertile, é creativa. Chi si rassegna è uno che ha smesso di sognare oppure non lo ha mai iniziato. Certo, cambiare pannolini, mediare ritocchini di sigarette a fumatori incalliti è lontano dal citare versi di Walt Withman in piedi sui banchi di un liceo. Ma è la mia vita, frutto di scelte, coincidenze, doni. Un flusso temporale in cui lei, la nostra imputata, diventa una boa, un riferimento. E la banalità, in tutto questo acquisisce una fragranza dolcissima. Un mare di occasioni, interpretazioni e poesia. Ed io ci sono dentro. Un’immensa occasione per cavalcare la vita ogni giorno senza perdersi nulla. E poi, per dirla tutta, uno che si fa 8 ore on the road per l’Italia per svegliarsi accanto alla donna che ama e farsi sbaciucchiare dalle figlie che adora è già ripartito per un nuovo viaggio. Oh capitano o mio capitano….

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Overtoure umbra

Alcuni luoghi hanno un’anima. Assisi è uno di questi. Sarà la suggestione umbra, il merchandising serafico, ma tutto richiama lo spirito a pensare a cose “alte”. Qui con tutta la mia famiglia si respira un’aria di comunione mondiale, di pace che altrove sembra solo una formalità stucchevole. Aria buona per il cuore e non solo. Lode all’Altissimo e a tutte le sue creature.

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Transizioni

Ad un certo punto ti accorgi che tutto passa e navighi senza saperlo. Non perché lo dice Sgalambro, Eraclito o le istanze della consolazione. Questa cosa diventa tua perché l’inutile, come scrivere un blog, si muta in occasione da non perdere, in viaggio. La transizione si veste a vita, perché cambia la disposizione del mobilio che arreda l’anima. Le creature che hai accompagnato al mondo sono abbastanza grandi da continuare da sole, sono ottimi mozzi senza aver loro insegnato un solo nodo, e te ne fai una ragione incensando di nostalgia i ricordi. Le cose per cui hai combattuto, in questa traversata, non sono mai valse del tutto la guerra. Le alchimie dell’uomo e del potere, le piraterie, le sortite clandestine, alla fine, dall’irritazione profonda che procuravano, oggi, dopo questo viaggio, fanno sorridere, divertono nella loro grottesca ed animalesca goffaggine. Siamo schiuma che bagna la china e ci crediamo Venere. Un mare immenso ed oleoso di umanità, di attese, di speranze, di fallimenti, di “non detti” e di singoli ed inconsulti atti d’eroismo. E tutto naviga e scorre, romanticamente nell’attesa dell’approdo. E nulla sta mai fermo. Come sunto di questa considerazione nautica, la stessa barca, vista in due stagioni dell’umanità, il romanticismo, con Caspar David Friedrich

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ed una rielaborazione di Claudio Parmiggiani della stessa opera, presso la collezione Maramotti (http://www.collezionemaramotti.org) di Reggio Emilia. Buon viaggio

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Teorema mediorientale e non solo. Citaz. libera dello scrivente del pensiero di una persona semplice.

Ipotesi 1 Infantilismo postmoderno
Le guerre ci sono perché ci sono le armi. Le armi si costruiscono per uccidere. Ricordate Kubrik, le scimmie, la pietra nera e l’osso usato per ammazzare il prossimo…. Eliminando le armi ed azzerandone il mercato, non muore più nessuno. Una sana cazzottata magari, una sassaiola, per chi vuole fare alla guerra a tutti i costi.

Ipotesi 2 Economia dell’amore.
Se molte persone dovessero perdere il lavoro, per la chiusura delle fabbriche di armi, coinvolgiamole in attività che facciano amare la vita e il prossimo. Lavori remunerati che facciano superare la zavorra della violenza.

Ipotesi 3 Promozione della cultura stanziale.
Ognuno ama la propria casa, la propria terra. Se qualcuno migra è perché la guerra o un mercato perverso rende la propria casa inospitale, pericolosa, senza futuro. Con la distruzione delle armi, si investa l’equivalente nella promozione di un’economia sostenibile e produttiva. Non più morti ma soldi puliti ed umani.

Tutto così semplice da sembrare beffardo il parlarne. Ma l’uomo non è una creatura semplice. Le armi c’entrano sempre. Difficile da contestare. Una vignetta di Vauro per meditare, per i bimbi siriani. palestinesi, afgani e di qualsiasi posto in cui sia loro negato il diritto alla felicità.

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Angolo poetico notturno

L’Allegria esplode improvvisa
dal riso sguaiato di mia figlia.
È una cometa alle prime guide
che butta giù un terzo delle stelle:
per le altre c’è il decesso
per malinconia.

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Quando penso a questa parola, progresso, ho sempre un fremito di sospetto misto rispetto. I falsi miti nati da questo concetto pregnante, che è un must oggi per sentirsi moderni, ha un doppio taglio, svariati rischi che stanno spopolando. I suoi figli sono più popolari e pericolosi del padre. Il danno pendente di questo stato di cose è che si perda l’orientamento, non tra il giusto e lo sbagliato, ma tra il conveniente e l’inutile. Ecco il progresso è tutto in questa sintesi: cosa è veramente utile? In questa serata in cui dovrei essere stato presente in molti incontri importanti, ho deciso di dedicarmi ai miei figli. Da quando abbiamo abolito la tv, le bambine si divertono con altro ed io pure. Questa sera mi sono imbattuto in un pamphlet, residuato bellico dei miei studi universitari, che nella luce soffusa che avvolge il mio divano, questa sera ha assunto connotati nuovi. Si tratta di Artaud e il suo “Il suicidato della società”. Opera che ha fatto da filo conduttore ad un interessante mostra al museo d’Orsay. Particolarmente interessante, nel testo di Arthaud che rivaluta l’opera e l’estetica di Van Gogh, è il concetto di deflagrazione, fenomeno quest’ultimo a cui la società si sottopone non accettando le diversità psichiche, stigmatizzandole. La deflagrazione si innesca con l’incapacità di cogliere l’unicità della pazzia. Interessante teoria di quanto l’anormalità sia collante per la società. Un giorno mi prenderò il lusso di lasciarmi andare, del far esplodere la pazzia e i suoi frutti inibitori della distruzione. Progresso e deflagrazione. La non normalità è progresso, la paura e la normalità distruzione. Teorema interessante. Pronti per il sonno. Van Gogh e il suo ritratto, graficamente il progresso del colore, umanamente la deflagrazione della figura.

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Francia addio

14 luglio nella capitale. La Francia è una nazione che pretende d’esserlo. Bandiere, patriottismo e centralità. Presunzione o consapevolezza di essere tout le monde. Un’esperienza che mi disorienta, tanto è impattante. Che si proietta nella percezione che questa città ha di sé. Se qualsiasi cosa brutta nel resto del pianeta fa cagare, a Parigi è tendenza, creatività, glamour. Ma ora me ne vado. Torno nella mia terra fatta di cose piccole che restano. Che dire ora che siamo alla fine? Parigi è un crogiolo di gusti, etnie e solitudini. Sono ancora qui sugli Champs-Élysées e questa città straordinaria non mi manca già più. Un’esperienza bella, molta sana solitudine e voglia di godere, da lontano, di quello che la vita mi ha dato. Ora posso starmene tra le braccia delle mie donne per le quali sono l’unico. Adieu Paris.

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