michele casella

Diario minimo

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La differenza tra sesso a pagamento e il sesso che “appaga”

Gentili amici oggi affrontiamo un argomento delicato. Non perché tocchi le parti più intime della nostra persona , ma per alcuni retaggi di una cultura maschilistica e banale che difficilmente si debellano. Da giorni si parla sui media della questione prostituzione. La sequenza dei titoli, che fanno emergere chiaramente come si vuole presentare il problema alla massa, dà un messaggio che è come al solito estremamente riduttivo: ripulire le strade, aprire i quartieri a luci rosse, legalizzare la prostituzione per annientare il racket. Ogni tanto si lambisce il tema della schiavitù senza troppa foga. Si sa, concentrarsi troppo sull’umano, al giorno d’oggi, potrebbe distogliere dalle cose veramente importanti. Provo a proporre ora una mia particolare prospettiva nell’affrontare il problema. Lo faccio partendo dal sesso e concludendo sempre con lui, cioè il sesso. La sessualità è l’esperienza magnifica e fondamentale che vive un uomo e un donna tra diversità e complementarietà. Quindi nessuna esternazione moralistica sulla continenza come unica via virtuosa. Chi propone l’astinenza lo fa non perché abbia timore della potenza vitale della sessualità ( almeno me lo auguro ), ma perchè ne conosce l’importanza e quindi la necessità che essa si esprima pienamente nella relazione. L’amore tra uomo e donna non può ridursi ad un evento meccanico, cioè all’incontro genitale. La relazione sessuale ha bisogno, per esprimersi, della donazione totale, della conoscenza che parte dall’attesa dell’altro, della conoscenza profonda che accetta il dialogo come arricchimento reciproco e non cerca esclusivamente la soddisfazione personale. Solo così il piacere è totale, rigenerativo e fecondo, sia in senso procreativo che in senso unitivo. Fatto la premessa parliamo del sesso legato alla prostituzione. Alcuni affermano che il sesso a pagamento è l’incontro tra la libertà di una donna di disporre del proprio corpo e della libertà del maschio di “comprare” quel corpo per un momento. Affermazione che commercialmente non ha nulla di sbagliato. Umanamente però va a demolire tutta la ricchezza coniugale e quindi va a privare la società del bene e dei doni che la coniugalità può garantire. Se la sessualità diventa l’incontro tra due bisogni fisici, la relazione può andare a ”a farsi fottere”( per restare in tema ). Ma siamo certi che si tratti dell’unione tra due libertà oppure si tratta dell’incontro tra due schiavitù? Sì, proprio così, due schiavitù: la schiavitù del maschio verso il proprio pene e nei confronti della propria incapacità a conquistare una donna con il proprio mettersi in gioco e la schiavitù di una donna che è stata resa prostituta dalla propria storia e dagli uomini che ha incontrato. Dunque, la mia posizione è netta. Il commercio di sesso ( la prostituzione ) è l’incontro tra due schiavitù. Mi si può dire che comunque è un fatto personale riconducibile alla libertà individuale. Va bene, lo posso accettare. Ma se nel caso delle donne non ci fosse una libera scelta? Se ci fosse la costrizione, la schiavitù, la vendita, in poche parole il commercio di carne umana? In questo caso cosa si fa? Per garantire la soddisfazione del mercato degli istinti maschili siamo disposti a permettere la schiavitù? Su questa domanda ci giochiamo la nostra civiltà. Se non si può garantire in assoluto che nessuna donna verrà schiavizzata ed usata come un oggetto per la soddisfazione dei maschi, penso che il problema della riapertura delle case chiuse sia già risolto. Le case che sono state chiuse per civiltà, per civiltà chiuse devono rimanere. E ai maschi che non vogliono e non sanno conquistare una donna corteggiandola e si riducono a comprarne il corpo, consiglio i vecchi metodi dell’autoerotismo, gratuiti, indolore e senza complicazioni sociali. A chi in assoluto non è d’accordo a tutto quello scritto sino a questo punto, faccio un’altra osservazione. Se le donne che si autodeterminano, facendo una scelta professionale chiara, cioè quella dell’operatrice del sesso, lo hanno sempre fatto e lo faranno ancora, nella propria casa gestendo in proprio la propria impresa, perchè c’è bisogno di istituzionalizzare la prostituzione come servizio alla collettività? Qui tocchiamo un ‘altro punto, forse il più delicato e dal mio punto di vista, il più trainante: il mercato. Esattamente. È un problema di mercato. Infatti le escort, le prostitute di classe, che lavorano in proprio, quelle brave e pulite, sono giustamente care. Dico giustamente “care”, perché in un’economia di mercato la qualità si paga. Quindi tutta la questione la possiamo ricondurre a questo. Potrà sembrare un atto eccessivo di semplificazione, una forzatura. Ma credo che sia una prospettiva mai sufficientemente presa in considerazione quella del mercato. Dunque facciamo un paragone facendo un parallelismo, mettendo una accanto all’altra la carne e la prostituzione: abbiamo le gastronomie di pregio, la grande distribuzione e i discount. Ma se i consumatori possono accedere alla carne spendendo comunque meno chi ci garantisce che non venga fatto? E su questo ci giochiamo la nostra civiltà, perché non è un problema di morale e di ordine pubblico, ma umanitario. Chi riuscirà a garantire che nessuna donna verrà venduta e consumata come carne, con la violenza e la costrizione, questo qualcuno potrà parlare della possibilità per un uomo ed una donna di incontrarsi intimamente su corrispettivo. Rimane da affrontare con i legislatori il problema dei consumatori. La prostituzione è l’unica piaga sociale in cui il consumatore e quindi colui che alimenta il mercato, non viene perseguito. È più semplice perseguire un tossico o un ubriacone. La persona distinta che ogni tanto consuma per divagare è meglio lasciarla stare. Sono affari suoi, si dice. E in più è un elettore se non un legislatore. È tra lupi non ci scanna mai. Il sesso a pagamento, non appaga la persona in cerca d’amore, ma paga chi ha in mano il mercato e molto bene. 
Vi consiglio un film “Via da Las Vegas”. Non servono commenti. Alla prossima
La locandina del film

L’eclissi del padre

Mi sto chiedendo in questo periodo se è possibile, facendo un po’ di autocritica e senza demagogia, capire se può essere individuato un comune denominatore per giustificare il generale disorientamento di tutti, che spesso trova conferma nei fatti di cronaca gravi, nei fenomeni rampanti e nello sbrodolare dei media. Un grande protagonista assente nelle varie emersioni del disagio, a mio avviso, è il padre. Qualcuno può credere che questa affermazione sia troppo generica, sommaria. Penso proprio di no. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito lentamente ad un fenomeno, inesorabile e continuo. Siamo stati testimoni dell’eclisse del padre come figura sociale. Questa forse è la conseguenza alla strenua opposizione ad un modello sociale statico, obsoleto. Forse perché i padri hanno pensato che occuparsi di altro fosse più redditizio. Non lo so. Comunque la specie dei padri, dei papà è minacciata. Sono pochi gli uomini che hanno chiaro il mestiere del padre. O meglio, visto che nessuno ha la verità in tasca di come si faccia bene il padre, sono pochi quelli che hanno il coraggio di farlo sino in fondo con il rischio di sbagliare. Ma tutti sappiamo che chi fa sbaglia, chi non fa scompare. Posso sembrare apocalittico. Vi descrivo la mia personale visione dell’essere padre nella società ( di oggi e di sempre ). Magari sto delirando. Ma meglio sempre conservare il dubbio – lo dico a voi – che qualcosa di vero possa esserci. Prima di iniziare questo ritratto del padre voglio precisare alcune cose. Mi permetto di fare certe affermazioni perché sono un figlio, e porto in me gli errori e le prodezze educative di mio padre, e perché sono un padre, a sua volta in prima linea tra errore e coraggio nell’interpretare un ruolo spesso stereotipato, con dei registi inascoltati. E poi, per concludere la mia arringa difensiva delle intenzioni, vivo tutti i giorni con persone che subiscono gli effetti di questa eclissi. E spesso un’assenza è più devastante di una cattiva presenza. Iniziamo. Innanzi tutto il padre è la figura dei NO, quello che quando è il momento deve assumersi la responsabilità dei no. Ma dire NO è semplice, resistere con delle argomentazioni consistenti alle domande e alle rivendicazioni che i NO partoriscono, questo distingue il PADRE dal “PAPI”. Facciamo un po’ di autocritica. Quanto ci costa dire no, quanto più semplice è invece assecondare, sorridere, dispensare consenso. I NO fanno crescere, pongono e maturano il senso del limite, fanno toccare con mano che c’è una linea che divide il giusto e il sbagliato. Questa linea viene tracciata nei padri quando loro stessi erano figli. Capite che il processo di estinzione del padre senza un po’ di coraggio diventa irreversibile, perché se a un figlio è mancato un buon padre difficilmente lui stesso lo sarà. Proseguiamo nel nostro ritratto. Il padre è il custode del SILENZIO. Ricordo bene i silenzi del mio, quando facevo qualcosa di storto, o reagivo alla sua figura ingombrante con la rabbia dell’adolescenza. Ricordo bene le sue urla di rimprovero. ma i suoi silenzi nei momenti in cui la mia debolezza poteva venir spazzata via dalla sua furia, i suoi silenzi in quei momenti, i suoi silenzi pieni di amore li ricordo bene. Nessuno fa più silenzio, tutti parlano, straparlano, inveiscono. Nessuno ci dice più con fermezza ”ma sta’ zitto un attimo”. Per molti cultori del dialogo ad ogni costo, questa affermazione potrà sembrare la sintesi di ciò che mai si dovrebbe dire e fare. In una rete di relazioni d’amore un invito al silenzio va sicuramente colto. È un invito a guardarsi dentro, a fare quattro conti con la coscienza. Per questo mi sento di affermare, giocando con le parole, che il padre è il padrino della coscienza. Ora passiamo ad un altro dono essenziale di un padre che quotidianamente tenta d’essere, con ogni mezzo possibile, un educatore concreto e senza finzioni. Sto parlando dei CENTIMETRI. Mi spiego. Spesso, da giovani, ma anche da adulti, veniamo illusi. Sì, proprio così. Anzi, peggio ancora: ci illudiamo a vicenda, “ci fottiamo allegramente” come dice quel poeta di Vasco. Facciamo voli pindarici, perdiamo contatto con la terra, vestiamo qualcosa che non siamo. Come dicono i ragazzi trippiamo ( neologismo derivante da trip – viaggio – e non trippa ndr ). Sono i padri che ci riportano a terra, ci smontano, senza esasperare. Ci infondono invece la prudenza e la forza di lottare per conquistare i centimetri. E la somma dei centimetri , in una vita, ci rende dei vincenti. Chi ha perso nella vita ha sempre aspettato il volo giusto e a dimenticato di lottare per i centimetri. In una squadra, una famiglia, una società, ognuno conquistando i centimetri che deve conquistare, garantisce per sé e per gli altri il bene, l’agio, la vittoria. Si potrebbero dire tante cose, fare innumerevoli osservazioni. Ma il padre porta in sé e rimanda ai figli la misura, anzi la GIUSTA MISURA. Per questo e per il mio status di padre, chiudi qui. Faccio una proposta:perché non organizzare un corso, anzi un training, con un coach per padri. Ma chi sarebbe il maestro? Quali credenziali dovrebbe mostrare per garantirsi competenza e credibilità. 
Mah? Domande che non troveranno risposta. Vi lascio con un discorso memorabile di Al Pacino in un film di qualche anno fa ”Ogni maledetta domenica”. Alla prossima.
Ogni maledetta domenica