michele casella

Diario minimo

Categoria: #poesia

1-Casorati

Un anno impegnativo. Corse, intrecci, strategie con il rischio di perdersi. Ho finito un’altra esperienza. La metto nella bisaccia, per il futuro. Amici veri scoperti, vecchie chimere svelate. Giano ho imparato a riconoscerlo. La delusione è l’anticamera della rinascita. Quella grande, importante, definitiva, che si ripete ogni giorno. Voglio continuare a camminare mentre il sole […]

Un caffè con Dio

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Caro Dio, ti aspetto per un caffè.
Due parole, per sentirci, da vecchi amici.
Sapere come stai e cosa ti fa star bene oggi.
Quattro parole per raccontarci la vita,
Affacciati alle nostre finestre,
La tua più luminosa,
La mia invece, coperta in parte
Da un muro pieno di edera verde.
Un caffè ed una sigaretta, insieme.
Con la Realtà che ci fa da sfondo,
Filtrata da una vetrata che dà sulla strada.
Le mie aspirazioni e le tue delusioni.
Le tue fatiche e i mie fallimenti.
La tua gioia e il mio stupore.
La tua fedeltà, la mia grandissima pochezza.
Un caffè soltanto,
Da vecchi compagni e confidenti,
Che si sentono poco, ma si pensano,
Di tanto in tanto.
Per passare oltre al “non fatto”, al “non detto”.
Per guardarci alla fine, dopo che ho pagato,
con una pacca sulla spalla e dirci:
“Alla prossima, stammi bene e
fatti sentire quando passi”.

Silenzio Romagnolo

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In vacanza finalmente. Sono arrivato sino qui boccheggiando. Mi ero ripromesso di evitare il mare e i suoi calori. Ma le bambine mi riportano sempre alla ragione.

Certi luoghi sono tuoi, anzi, tu appartieni a loro. Magari ti hanno irretito per caso, per quelle solite circostanze che non controlli. Al destino vacanziero non puoi che arrenderti.

La Riviera Romagnola per me è questo: un sacrario a cui devo il mio obolo. Di tempo, di presenza, di poesia.

Mi auguro buone ferie, falsamente dispiaciuto per chi non le farà.

Sospeso lontano al largo,
Sfatto per l’epica nuotata,
Dopo le boe e i pedalò,
Ammiro la Riviera dorata
Bazar del divertimento balneare,
Pullulare di omini, storie, colori
Ed altre inutilità di piena stagione.
Col solo ondeggiare,
Io e l’Adriatico sornione,
Penso al Pensare silenzioso,
Quello pallido, quello lontano,
Delle colline che baciano il Rubicone,
che resiste negli anfratti
Ombrosi del Titano
Tra ulivi proletari e l’Albana nano.
Lo immagino sullo sgabello, vestito
Da contadino pensionato,
Trafelato ed inutile, rugoso e taciturno
Da Fellini, con amore fraterno
Dalla Memoria sloggiato.
Lui, ora, in questo frastuono,
Cerca riparo nelle case colorate,
Nel porto oramai dismesso,
Circondate da mercanti stranieri.
Il Silenzio pensoso
Lancia l’ormeggio,
All’accento ammiccante
Allo spirito del lavoro godereccio,
Con una storia importante
Di preti antichi, mitici albergatori
E vitelloni senza mordente.
Tette improbabili pance flaccide,
Lo assillano indegnamente
In una fiera del ben stare,
Di bocce, pesce e piadina
In un companatico da Parnaso
Che ha sempre il suo bel dire.
In questo grasso vociare
Di parlate lontane
Fuse dal motto
“Stessa spiaggia e stesso mare”,
Non riesco a scrollarmi,
Nel solitario galleggiare,
Il vuoto fresco del Pensare,
Buono come una birra gelata,
Corposo come il romagnolo disnare.
Sono il passero pacioccone,
Che saltella invisibile tra i turisti,
Intercetto ogni dettaglio che conduca
A lui, al suo dir tutto senza parole
Solo col sole, in un mare
Sommerso dal vacanzierio rumore.
Sono certo che si sia accasato,
Nell’androne di una rocca invisibile
Con il Cagliostro che ancora vaneggia
Senza ascolto, aspettando forse me,
Anzi no, di certo Tonino, il suo ottimismo,
Nonostante il padre che raccoglieva carbone.

Vladimir Majakovskij

Alcuni poeti sono semplicemente maledetti. Maledettamente poeti. Il signor Majakovskij ne è un fulgido e nel contempo torbido esempio.

Interno poesia

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Conclusione

Niente cancellerà via l’amore,
né i litigi
né i chilometri.
È meditato,
provato,
controllato.
Alzando solennemente i versi, dita di righe,
lo giuro:
amo
d’un amore immutabile e fedele.

da A piena voce (Mondadori, 2000), a cura di G. Spendel

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Morirò a maggio

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Capita che per strani motivi si facciano viaggi inutili. Parti con un programma, poi per tutta una serie di circostanze, si viene condotti altrove. Così è stato per noi. A Torino, per una mostra su Modigliani, attesa, quasi sognata, deludente. Come spesso accade, le delusioni portano benefici insperati. Non sempre, ma a volte accade.

Vagabondando per la città torrida ed esoterica, aspettando un treno, con Debora iniziamo a parlare. Cose inutili, discorsi abbozzati e subito sciolti dal caldo.

Ad un semaforo, spossati. Aspettiamo il verde. Dietro ad un anziano, con il bastone, un uomo vestito di saggezza. Aspetto il momento per partire. Il vecchio parte ed io lo seguo fiducioso, senza pensarci. Uno scooter a velocità pazzesca mi sfiora, ho sentito il sibilo della morte sfiorare le mie chiappe. Sono frastornato.  Ho seguito il nonno, una persona saggia, prudente! Forse un po’ rincoglionita. Il caldo africano come attenuante,
Sta di fatto che è tornato a galla il pensiero della morte. Un pensiero che ogni tanto mi visita, senza creare grande fastidio.

Una compagnia che genera vita abbondante, riflessioni. Da tempo nel mio taccuino tengo delle bozze, una poesia sulla morte. Ho immaginato la mia. Una bella esperienza, di grande fecondità.
Tornando col treno l’ho rifinita. L’ho resa viva. Grazie al caldo, ad un vecchio apprendista suicida, e al tremore di un incontro ravvicinato con la carena di una moto, sparata a tutta velocità sull’asfalto tremulo, infernale.

Morirò a maggio
Sotto l’acacia ombrosa
Piantata da mio padre.
Lo farò col poco garbo imparato,
Apparendo pronto, non rassegnato.
Staccherò il biglietto per il viaggio,
Senza il clamore, senza il cuore impavido
Dell’epifania e dei suoi falò,
Che ho sempre sperato di custodire nel petto,
Ma che ora, tutto sommato, non serve più.
“Casella, un po’ di contegno!”
Sbotterà la grassa rosa,
Quella bianca latte,
Da mia madre coccolata
Con disordine e cura.
Il titolo per il viaggio, per il “diretto”,
Lo consegnerò col dovuto rispetto,
Senza fronzoli, senza inutile omaggio.
Morirò prima del caldo, prima delle sieste assolate
Prima che gli insetti molesti invadano il meriggio.
Sarà mia, solo mia la gioia galeotta
Di chi ha respirato la primavera,
Con la sazietà dolciastra,
Del vino di cantina, del formaggio e del pane.
Appoggerò il pianto serbato, oramai liquoroso,
A sgabello dei miei piedi dalle unghie spesse.
Sfilerò il fazzoletto,
Quello a righe della festa
Custode dei miei tesori.
Li terrò nelle mie mani da vecchio studente,
Coccolandoli con le ciglia,
Prima che la luce si spenga,
Il tramonto mi accolga
Come una giacca stretta,
E le tenebre tirino il grosso chiavistello
Della mia nuova casa.
Solo Venere ancora a farmi da lampada.
Avrò gli occhi forse un poco lucidi,
Poco prima di calare il sipario.
Sulla scena del mio ultimo applauso,
Rivedrò a batter le mani in piedi,
Osannanti,
Le Occasioni, i fatti salienti,
La gioia ordinaria, l’anonimato dei giorni,
Il logorio della delusioni
l’inconsapevolezza della fine,
Svanita d’improvviso come le foglie dal salice.
La Gratitudine mi lascerà lì ancora un paio di minuti,
Poi le ultime cose,
Pesare ciò che resta della voglia,
mischiarla con un po’ di tabacco e meraviglia.
La gloria rimasta
Nei capelli stanchi
Mi scivolerà giù,
Accarezzando le orecchie molli,
Non più turgide, che impazzivano
Tra le dita eccitate delle mie bambine.
Prima del tracollo vorrei sentire
La voce di mia moglie, che mi chiama per la cena,
Mi sgrida per le tante fragilità che ci hanno reso forti.
Vorrei sentire ancora la sua voce
Prima di passare il ponte.
Arrivato, accendere il sigaro buono,
capire chi aveva ragione,
Sgridare bonariamente chi ha fatto troppo silenzio,
Sedermi ancora e cominciare a ridere.

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Nel retrobottega di casa mia, scostando tralicci spinosi, Scìe chimiche come spighe, Ancora sudicio, Faccio maggengo Delle conclusioni Della prima metà del raccolto. Vaglio la materia spuria, La gramigna lanceolata, L’equiseto tessuto di rimpianti, Il cencimolle bastardo E l’ inutile senza nome. Ho messo lo sfalciato Al sole, E faccio un bilancio. Sono rammaricato, Non […]

Il merlo notturno

Il merlo passeggia guardingo
Dove ieri sera la luna poneva,
Con fare lucente,
Le sue pene, i vizi ed altri bachi
della sua astrale mente.
Il merlo non sa
Che le gracili sue zampette
Solcano la dolcezza lattiginosa
Del bagliore fresco di maggio.
Cerca distratto tra l’erba,
Vermi e ad altre leccornie
Saccente, forse saggio.

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Non si cura del mio peso,
Del mio osservare inatteso
Il mio scrutare curioso
A me stesso, a volte, odioso.
Fa ciò che è necessario,
Per superare un’altra notte,
Un altro bagno di luna,
Un altro fluire di primavera.
La natura vive fiorente
In un disegno
Che non possediamo,
che non comprendiamo,
Persi come tordi,
A capire degli altri,
Gli epiloghi e gli esordi.

Tutte le donne della mia vita

A mia nonna
Che mi ha cresciuto
Con la durezza dei contadini
Ed il calore
Delle lenzuola felpate.
A mia madre,
Che mi ha rincorso per anni,
Ed ora mi aspetta,
Per un pomeriggio,
Per un po’ di fresco,
Nei suoi grandi occhi lucidi.
A quelle che ho amato,
Tra il serio e il distratto
Hanno dipinto di giallo
un angolo della mia storia.
A Debora che mi accolto
Con tutta la fragilità del mondo
E mi ama con tutta la forza delle donne.
Grazie alle mie stelle,
Che luccicano in un cielo inquinato di luce:
A Maria Chiara che mi consola,
A Benedetta che sorvola il mondo,
A Miriam e alla sua forza
E Rachele che mi guarda
Col suo musetto tondo.
A Sosina,
Che cambia tutto in meglio,
E segna le coordinate
Della giustizia che mette radici
E della pace che regna.
A tutte le donne della mia vita,
Quelle amate, sconosciute, stimate,
Passate come la neve marzolina,
Tenaci nel ricordo, feconde nella vita,
Come la terra inviolata.
Grazie, con la gratitudine del ramo,
Ad aprile, dopo mesi di brina.

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Ognissanti

Da troppo tempo non scrivo. Sono così: altalenante, tra entusiasmo e piattume, tra slanci e riflessione. Sono un uomo di pianura, in fondo, e sono impastato con quegli spazi in cui tutto si dilata quasi a perdersi e in cui il silenzio viene inglobato da colori tragici. Oggi Ognissanti. Giornata impostata nella tradizione. Colazione in famiglia, celebrazione eucaristica rocambolesca, pranzo sobrio ma abbondante e poi al cimitero. Cercando parcheggio alcuni flash del passato mi si sparpagliano davanti. Da bambino, con la contrizione simulata di chi non capisce nulla, andavo in questa giornata “dai morti”. Penso di non essere mai mancato. Anche da ribelle lo sguardo degli avi che attendevano la cortesia mi era insostenibile. Ed era sempre una giornata freddissima. Oggi invece, una primavera imbarazzante scaldava i volti della gente che sulla tomba dei cari si guardava attorno, ringraziando Dio di essere accaldata ed indolenzita in verticale che intirizzita in orizzontale. Anch’io con le mie bambine a far visita a persone che ora vivono nella Memoria. Mia nonna, Erina, nei cataloghi della vita passata, occupa uno spazio di riguardo. E lo fa da sempre con il suo stile. Silenziosa, come fu in vita, discreta, come la sera che morì tra le mie braccia. Il suo sguardo che si spegne fissandomi, con un sorriso indecifrabile, è un quadro che mi porto in tutte le stanze dell’esistenza che vado ad abitare. Ai tempi avevo vent’anni. Il 10 di agosto, dopo cena, dopo la nostra chiacchierata vespertina al tramonto tra il rombo dei trattori che tornano a casa e le zanzare, è partita, appena giunta in camera. È morta tra i suoi ricordi, i suoi monili, le sue foto in posa, la “petteniera”, i santi colorati delle stampe un po’ kitch di moda negli anni settanta, quando ancora giovane si vestì per sempre da vedova. Mi ha lasciato quel sorriso. Dove lo abbia scovato, con tanta perizia, quel gioiello di santità, quella visione mistica, rimane un suo segreto. Rivedendo oggi la sua foto, serena ed austera come le aveva insegnato la sua vita contadina, ho nuovamente assaporato la grandezza di quella donna mite, eternamente sola, imbrigliata in un ruolo che ha dovuto sposare con l’uomo che ha amato, morto giovane per la guerra e la patria. Il suo sorriso forse è stato uno slancio di liberazione o forse in quell’attimo, ha intravisto tra i santi il suo Vittorio, giovane e roboante, che la aspettava, per concludere il film iniziato e per fare “all’amore” per tutta l’eternità. Oggi spiegando alle mie bambine chi fosse la “vecchietta” in foto, Miriam mi ha chiesto:”ma ora è in cielo?”. “Si amore mio, è in cielo con tutte le persone che ha amato”. “Allora vola?”. Si cucciola, ora vola, per sempre, eternamente felice.

Marc Chagall, Resurrezione

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O falce di luna calante.

Dedicata alla luna di queste sere, ai miei ricordi, alla mia maestra che con ostinazione cercò di farci amare D’Annunzio.

O falce di luna calante
Dalle curve molli ed andate
Che in gioventù
fosti amante del Vate.
Ora ti affacci,
un po’ matrona
Da un cielo incerto e turchese,
Un po’ volgare
A contemplar la terra,
Il suo scader piccolo borghese,
La bruttezza, lo scialare smisurato,
Il ripetersi del suo lavoro
E della sua inutilità.
Mi ammicchi, ora,
Vestita di rosa,
Pastello e fumo,
E i nostri occhi,
tra l’antenna e il cavalcavia,
Si abbassano
di pudore e di vergogna.
Sono altrove,
col ricordo.
E non capisco
Da dove tanta attenzione,
Per te, per il tuo profilo
Per i nostri segreti.
Negli anni degli slanci
Foruncolosi e pulsanti,
Pensavo parlassi proprio a me.
Invece, da sempre,
Una silenziosa discrezione,
L’indifferenza per lo sputo.
Ora non importa:
La tua voce, cantata dai poeti,
da chi lo fa per mestiere,
É un coupon da consumare,
Una cosa di carta
Che fatico a considerare.
Mi basta vederti Luna,
Avvolta nel tuo silenzio e bellissima,
Ornata di disprezzo
Per il tuo pubblico
che tramonta degnamente,
Da sempre,
Senza difficoltà alcuna,
Senza curarsi più di te.
Non è ancora notte,
E già, per tutto, ti ho perdonato.

Per congedarmi, René Magritte, Il Maestro di scuola, 1955

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