michele casella

Diario minimo

Tutte le donne della mia vita

A mia nonna
Che mi ha cresciuto
Con la durezza dei contadini
Ed il calore
Delle lenzuola felpate.
A mia madre,
Che mi ha rincorso per anni,
Ed ora mi aspetta,
Per un pomeriggio,
Per un po’ di fresco,
Nei suoi grandi occhi lucidi.
A quelle che ho amato,
Tra il serio e il distratto
Hanno dipinto di giallo
un angolo della mia storia.
A Debora che mi accolto
Con tutta la fragilità del mondo
E mi ama con tutta la forza delle donne.
Grazie alle mie stelle,
Che luccicano in un cielo inquinato di luce:
A Maria Chiara che mi consola,
A Benedetta che sorvola il mondo,
A Miriam e alla sua forza
E Rachele che mi guarda
Col suo musetto tondo.
A Sosina,
Che cambia tutto in meglio,
E segna le coordinate
Della giustizia che mette radici
E della pace che regna.
A tutte le donne della mia vita,
Quelle amate, sconosciute, stimate,
Passate come la neve marzolina,
Tenaci nel ricordo, feconde nella vita,
Come la terra inviolata.
Grazie, con la gratitudine del ramo,
Ad aprile, dopo mesi di brina.

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Carnevale Alieno

Carnevale di mezza quaresima. Gli ortodossi direbbero che si tratta di un frutto fuori stagione. Si tratta invece di una grande occasione. Gli eventi inattesi sono premesse  minime per le rivoluzioni cosmiche. Dico questo perché oggi, impalato a salutare le mie bambine sul carro dal marciapiede affollato di bizzarria, dopo aver deglutito la mia dose giornaliera di coriandoli ( avrete certo notato la facilità con cui si infilano ovunque? È incredibile! ), ho fatto un viaggio della mente incredibile. Un trip direbbero alcuni dei miei famigliari più sgamati. Nel bel mezzo della bolgia, mi sono sentito magnificamente solo, e quasi d’incanto si è aperta una voragine spazio temporale tra me è il Tutto. Non ho esagerato con gli alcolici, pur avendone licenza. Ma nel bel mezzo del carosello, con la banda musicale vestita da messicani, magiorette attempate che vagavano un po’ confuse davanti a carri di un kitch travolgente, con musiche latino-americane amplificate a tal punto da sentirsi sino su Venere, bambini festanti e piangenti, machi nostrani e starlette sommerse di schiuma, ho avuto l’illuminazione. Non siamo soli nell’universo. L’ho capito perché lo spazio astrale che si è creato ha fatto da eco ad una voce lontana, anni luce, forse su un altro pianeta. Non ho capito letteralmente, ma dal tono divertito sicuramente chiamava altri a venir a vedere lo spettacolo pop che si stava consumando in un minuscolo paese della pianura padana. Contatto possibile grazie ad un imbecille, il sottoscritto, che in mezzo a quel casino pensava all’universo. Non sto scherzando: ho avuto la percezione certa che si fosse stabilito tale canale. Ho sentito lo sguardo divertito di un extraterrestre, che fissava incuriosito la carovana festosa, gli avvinazzati improvvisare simpatia e strabordi di verità, gli adolescenti molestare altri adolescenti ( di sesso opposto ) nel gioco eterno del corteggiamento travestito da scherzo puerile. E i suoi occhi ( sempre che l’entità aliena li abbia ) erano languidi di tenerezza e voglia di capire, come quelli di un bambino davanti ad una coppia di pesciolini rossi che copulano ( sempre che lo facciano ) nella limpida boccia d’acqua. Quel guardare mi ha attraversato e nel farlo ho sentito che non sono solo, anzi in ottima compagnia. Stupendo! Pensiamoci bene. Possibile che ci sia solo questo, piccole gioie, sofferenze e fatiche, eroismo e banalità? Come possiamo credere che le cose che si riproducono con diverse sfumature in spazi diversi del pianeta, che alla fine si rifanno sempre all’uomo e ai suoi eccessi o recessi, siano uniche. La creatura che spesso rappresentiamo in modo imbarazzante ha prevalso nella gerarchia naturale, ma siamo le uniche dotate di pensiero ed umorismo nello spazio interstellare? Chi ha un minimo di ragione non può contraddirmi. Immagino una carovana di carri allegorici spaziali, ballerine dalle forme inconsuete ballare su un altro pianeta, scimmiottando la tenerezza prodotta da quegli individui pallidi che abitano il pianeta Terra. Lo scrivo anche se credo che alcuni inizieranno a dubitare della mia stabilità mentale. Ma in fondo siamo carnevale. Ragionevoli sbavature sono concesse.

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Consolazione

Dopo tanto sono riuscito a sbloccarmi. C’è voluto del tempo. Ho dovuto fare alcuni conti con chi o cosa conduce discretamente il nostro cammino. Ho sindacato a lungo per accettare quanto la vita possa essere crudele. Ho cercato tenerezza in quel che ho, toccando il limite delle occasioni che ci sono concesse. Ho fatto questo con la voglia di superare tutto. Ma il dripping sfacciato della morte mi si spalanca davanti ogni volta che chiudo gli occhi e sono solo. Sono semplicemente debole o troppo umano. Mi sono aggrappato alla vita perché non so affrontare una fine orribile, senza senso, che travolge degli innocenti.
Ho dovuto scrivere tutto questo per liberarmi di un peso, per solcare ancora, con la lentezza che infligge una slogatura, il sentiero delle possibilità . Ho ritrovato la poesia a dettare la storia, l’arte a consolarmi. Per chi mi ha capito e sa di che cosa parlo, un quadro insolito di Munch: Consolazione, 1907, olio su tela

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Nonsense

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Non dispiace l’idea di scrivere su un vecchio quadernino il post che poi pubblicherò sul blog. Sembra quasi un nonsense. Di certo è un’involuzione tecnologica. Anzi, è un dono della provvidenza, della sorte o del genio della lampada, questa possibilità di rivivere, inaspettatamente, sensazioni fisiche sepolte da anni in un cassetto dimenticato della memoria e della pelle. Per tutta una serie di circostanze, in questi giorni, mi sono più volte ritrovato testarmi con la scrittura a penna, su carta, solcando le righe di un vecchio residuo delle scuole elementari dello scorso secolo ( temo che l’oggetto fosse addirittura mio ). È stata una bella sensazione.
La carta porosa che accarezza le dita mentre trascino la biro, la penna che affatica le dita, quasi inesperte. La paginetta giallognola che scivola con tutto il quaderno un po’ ovunque.
Anni ed anni che non mi cimentavo con questa “gentil tenzone” creativa. A contorno di tutto, la bellezza dei segni infissi dalle scritture precedenti, portate vie con le pagine strappate. Un dedalo di ragnatele da decifrare, da fissare come segni arcani che ci richiamano ad altre parole, ad altri lidi, ad altre vite. Un artificio della Memoria, del tempo, dei suoi ricorsi e delle occasioni sparpagliate.

Il tempo distillato della Memoria
mi attraversa dentro,
scompiglia e scopre come nella stanza il vento.
Certo non sono, ma conservo
tra il disordine organizzato
le iniziazioni, la fragranza dei gesti
il gusto per la lontananza
e le paure di una sentinella
nell’attesa dei Tartari.
I vuoti sembrano gli stessi,
le Ore a caccia d’amore
li hanno tutti ingialliti.
I volti sono avvolti dalla nebbia,
di loro resta forse il refrigerio
e ciò che di loro ho dimenticato
per inciso o per iscritto,
sulle cortecce, nelle tasche
e sulle rive dell’Ade.
La processione di questi,
con l’ordine di un’evacuazione,
interminabile batte le vie
del Ritorno e degli Addii,
tra dogmi, allusioni e costruzioni mancate.
Osservo tutto nel silenzio del buio,
da dietro, in disparte,
come al funerale di uno sconosciuto.

November Rain

Oggi che il grigio fa da sfondo al giorno
Un sentimento bigio, senza ritorno, mi scioglie.
Sono alle soglie, vestito di fango,
Pronto alla resa e adorno di un semplice manto,
senza munizioni, felice e vinto.
Dell’Orlando ligio ho deposto il corno e il canto,
l’incendio amoroso, la presa e la voce.
Attendo sereno ciò che non nuoce
In compagnia di novelle intuizioni,
Pregne di malinconia novembrina,
Che profuma di stelle, di farina bruna
Dolce e densa, rara oramai come la brina.
Sono accerchiato dal vento e dal cielo,
Dalle loro promesse di bombe ed acqua.
Sui prati si stende il velo del sacrificio,
Della Grande Guerra,
dei giovani in prima linea
Caduti come foglie,
Strappati dalla furia come tronchi.
Il Fiume cattivo e torbido
Porta via i resti di una stagione, come pattume,
Sordido, inutile ed ancora vivo
E della notte si riempiono i mie bronchi.

Piet Mondrian – L’arbre gris

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Io non sono normale

Un amico curioso mi telefona. Tra le tante cose dette ad un certo punto sbotta “ho letto il tuo blog, sei troppo poetico, la poesia è morta, dovresti essere più normale”. Mentre ascolto la sentenza, devo avere lo sguardo di uno a cui hanno versato il contenuto di un pitale dalla finestra sulla testa. Lo capisco da come mi guarda mia figlia in un attimo di riemersione da Wathsapp e dalle sue spuntate blu. Mi dico: “Questo mi chiama, per invischiarmi nel nulla e vuol fare il copywriter con me?”. Al cellulare, facendo attenzione a non inciampare nel mio scroto, mi prendo dieci secondi di silenzio. Me lo devo. Penso alla normalità. Cosa sia poi questo concetto che è alto per chi si sente super ed è basso per chi si sente un invertebrato. Il suggerimento, del mio, ora, ex amico, mi ha urtato. Perché con il suo candore da rompiballe ha svelato un mio limite. Non posso essere normale perché non ho una vita normale.
Mentre il silenzio si dilata e l’imbarazzo suo esce dall’auricolare gelatinoso come il blob, penso alla mia non normalità. Alla mia famiglia fatta di 5 figlie, di svariati colori. Alle mie serate da naufrago tra tisane, un oceano di pannolini e coccole. Le mie piccole mi assorbono così tanto che sono più casto di un monaco benedettino. Poi il resto, gli zii imbarcati cammin facendo, che vivono sempre nella mia grande casa. Giampi che ha fermato il suo orologio negli anni settanta. Ascolta ancora le musicassette, gli Abba e passa le mattinate a scroccare caffè e ad imbrattare centinaia di puzzle ( chi sa cosa sono, oltre i cartoncini da incastrare, i puzzle?). Poi Vior, con il suo girello o ferrarino, che mi travolge con centinaia di assurdità che portano in sé la saggezza di chi è semplice. “Beati ti” mi ripete nel suo rumeno mischiato ai dialetti della provincia. Stefano, che mi aggiorna sui movimenti gastrointestinali del mattino, finché bevo il caffè. Poi alla sera, durante la cena, mi racconta l’esito delle restanti evacuazioni, mettendola sul filosofico però, per arrivare a chiedermi alla fine un ritocco di sigarette. Lo sappiamo entrambi che poi va a finire lì. Piace a lui e va bene a me. È il nostro palese segreto. Poi la Samy, plurilaureata, che viene a chiedere a me delucidazioni sugli assorbenti. Ancora, Clement, dalla Nigeria per annunciare la mondo il Verbo. E alla fine il Cavalier Devasta, detto anche Kami ( da Kamikaze ) oppure Fasti ( da fastidio cosmico ) che appena lo vedo nell’arco di un nano secondo mi fa passare dall’incazzatura più feroce ad un bene misericordioso di cui io stesso mi stupisco. Alla fine mia moglie, che si muove come una scheggia impazzita, per resistere, resistere, resistere. A volte, inopportuno come un peto in ascensore, mi soffermo a guardarla innamorato, per quel che sono capace. Mi trafigge sempre con gli stessi occhi di Atahualpa e sembra dirmi “descansate niño, che continuo io”. E questo mi parla di normalità! Ondate di goliardia senza pretese, di stranezze quotidiane, di brava gente e ruffiani, di poveri e di coglioni, di speranza e furberia, questa è la mia normalità! “Non te la sarai mica presa, vero?”. Bonariamente rispondo: “No, scherzi, anzi, un po’ di idiozia, mi riporta alla normalità delle cose, senza offesa vero”. “Bene, a presto e scrivi ancora, mi raccomando”. Se ora mi leggi amico mio, cosa che dubito, un fraterno invito a defecare nell’infinito non senso dell’esistenza e che la materia oscura imbratti le tue mani affinché lascino un segno nel cosmo e nella storia. Amen

Mi dedico un ritratto di Atahualpa Yupanqui, che non c’entra nulla, ma è un grande.
atahualpa yupanqui

Per esagerare

Ognissanti

Da troppo tempo non scrivo. Sono così: altalenante, tra entusiasmo e piattume, tra slanci e riflessione. Sono un uomo di pianura, in fondo, e sono impastato con quegli spazi in cui tutto si dilata quasi a perdersi e in cui il silenzio viene inglobato da colori tragici. Oggi Ognissanti. Giornata impostata nella tradizione. Colazione in famiglia, celebrazione eucaristica rocambolesca, pranzo sobrio ma abbondante e poi al cimitero. Cercando parcheggio alcuni flash del passato mi si sparpagliano davanti. Da bambino, con la contrizione simulata di chi non capisce nulla, andavo in questa giornata “dai morti”. Penso di non essere mai mancato. Anche da ribelle lo sguardo degli avi che attendevano la cortesia mi era insostenibile. Ed era sempre una giornata freddissima. Oggi invece, una primavera imbarazzante scaldava i volti della gente che sulla tomba dei cari si guardava attorno, ringraziando Dio di essere accaldata ed indolenzita in verticale che intirizzita in orizzontale. Anch’io con le mie bambine a far visita a persone che ora vivono nella Memoria. Mia nonna, Erina, nei cataloghi della vita passata, occupa uno spazio di riguardo. E lo fa da sempre con il suo stile. Silenziosa, come fu in vita, discreta, come la sera che morì tra le mie braccia. Il suo sguardo che si spegne fissandomi, con un sorriso indecifrabile, è un quadro che mi porto in tutte le stanze dell’esistenza che vado ad abitare. Ai tempi avevo vent’anni. Il 10 di agosto, dopo cena, dopo la nostra chiacchierata vespertina al tramonto tra il rombo dei trattori che tornano a casa e le zanzare, è partita, appena giunta in camera. È morta tra i suoi ricordi, i suoi monili, le sue foto in posa, la “petteniera”, i santi colorati delle stampe un po’ kitch di moda negli anni settanta, quando ancora giovane si vestì per sempre da vedova. Mi ha lasciato quel sorriso. Dove lo abbia scovato, con tanta perizia, quel gioiello di santità, quella visione mistica, rimane un suo segreto. Rivedendo oggi la sua foto, serena ed austera come le aveva insegnato la sua vita contadina, ho nuovamente assaporato la grandezza di quella donna mite, eternamente sola, imbrigliata in un ruolo che ha dovuto sposare con l’uomo che ha amato, morto giovane per la guerra e la patria. Il suo sorriso forse è stato uno slancio di liberazione o forse in quell’attimo, ha intravisto tra i santi il suo Vittorio, giovane e roboante, che la aspettava, per concludere il film iniziato e per fare “all’amore” per tutta l’eternità. Oggi spiegando alle mie bambine chi fosse la “vecchietta” in foto, Miriam mi ha chiesto:”ma ora è in cielo?”. “Si amore mio, è in cielo con tutte le persone che ha amato”. “Allora vola?”. Si cucciola, ora vola, per sempre, eternamente felice.

Marc Chagall, Resurrezione

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Autunno tardivo

L’autunno sembra deciso a farsi valere.
Ora la calda stagione non ha più alibi.
Fuggono con abili manovre gli uccelli incerti
Tenendo concerti sui tralicci addobbati a voliere.
I tramonti affondano nei cieli tinteggiati
Di striature pastello ed oro.
Sono ferocemente sereno,
Mentre osservo il giorno spegnersi,
Volgersi alla notte con voluttà implacabile.
Sono felicemente dimesso
E la mia prostrazione adorante
Si stempera tra le grida dei fagiani,
brilla di infinita noia sognante
E si compiace dei bimbi e dei loro strilli.
Non penso a nulla.
E delle ombre del diurno
Rimane un’impronta stagnante.
Lasciano il segno solo i buoni propositi,
Il viaggiare assorto del treno veloce verso sud,
La ripugnante sostanza della Burla
E dei suoi proseliti.
Della caparra di santità,
E di ciò che mi tocca dell’eredità
Solo il profumo dell’erba esausta
E il volare sgraziato delle cimici.

O falce di luna calante.

Dedicata alla luna di queste sere, ai miei ricordi, alla mia maestra che con ostinazione cercò di farci amare D’Annunzio.

O falce di luna calante
Dalle curve molli ed andate
Che in gioventù
fosti amante del Vate.
Ora ti affacci,
un po’ matrona
Da un cielo incerto e turchese,
Un po’ volgare
A contemplar la terra,
Il suo scader piccolo borghese,
La bruttezza, lo scialare smisurato,
Il ripetersi del suo lavoro
E della sua inutilità.
Mi ammicchi, ora,
Vestita di rosa,
Pastello e fumo,
E i nostri occhi,
tra l’antenna e il cavalcavia,
Si abbassano
di pudore e di vergogna.
Sono altrove,
col ricordo.
E non capisco
Da dove tanta attenzione,
Per te, per il tuo profilo
Per i nostri segreti.
Negli anni degli slanci
Foruncolosi e pulsanti,
Pensavo parlassi proprio a me.
Invece, da sempre,
Una silenziosa discrezione,
L’indifferenza per lo sputo.
Ora non importa:
La tua voce, cantata dai poeti,
da chi lo fa per mestiere,
É un coupon da consumare,
Una cosa di carta
Che fatico a considerare.
Mi basta vederti Luna,
Avvolta nel tuo silenzio e bellissima,
Ornata di disprezzo
Per il tuo pubblico
che tramonta degnamente,
Da sempre,
Senza difficoltà alcuna,
Senza curarsi più di te.
Non è ancora notte,
E già, per tutto, ti ho perdonato.

Per congedarmi, René Magritte, Il Maestro di scuola, 1955

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Cosa sei disposto a perdere?

In questi giorni sono stato travolto. Certe scelte portano un carico di fatica che spesso si rivela più pesante del preventivato. Ma ce ne accorgiamo tardi. Da tempo, prima di ogni slancio, di ogni atto di eroismo da discount, mi faccio la stessa domanda:”cosa sei disposto a perdere…”. Non c’é mai una risposta netta. Solo una paura senza forma. Inconsistente e penetrante. Questo stato di cose l’ho riletto in una poesia di qualche anno fa. Le cose che si scrivono si attualizzano con lo stagionarsi. La poesia è un investimento di emozioni per il futuro. La scrissi quando avevo tutto da perdere ed ero confusamente felice. Me la dedico.

Ricordi la speranza di quel viaggio…
L’autostrada non più stretta:
le fermate, i caselli e gli occhi lucidi
di eccitazione e fretta,la memoria
tra giochi e truffe,
lo spiazzo dei progetti e dell’amore aperto a tutti.
Di me, rivedi il coraggio oltre il limite per quel volo?
Le senti le sirene e il loro canto:
“è ancora lontano…
…avete tempo…andate piano”
(com’era facile prenderci per mano ).
La benzina ( troppo cara per essere felici ) è calata e prossima è l’uscita.
Traguardi ne avrò ancora, ma allo scoperto, in colonna,
oppure senza sosta
con dentro quel sorriso,
del biglietto che mi hai posto,
quel frammento di ricordo
ora sporco e senza viso,
che non sono disposto a perdere.

Per esagerare, un dipinto raffigurante il Faust, a monito mio e non solo.

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