michele casella

Diario minimo

Ode all’imperfezione

Ultimo giorno di scuola prima delle vacanze natalizie. Da anni, forse per una deriva sincretica di un rito, il Natale, che include tutto il paganesimo sopravvissuto, questa giornata si è trasformata nella massima espressione dell’anarchia disciplinare  e dolciaria, senza lezioni, con qualche interrogazione di recupero per i disperati (dannati che sino all’ultimo lottano per una sufficienza), senza un programma, senza un filo, meravigliosamente disordinata e goliardica, un conato di vita. Una giornata un po’ kitsch, devo dire, condita da una gioia di plastica che risulta sempre commestibile seppur per nulla credibile. Ma va bene così! 

Molti ragazzi si vestono da Babbo Natale. Sono goffi nello scimmiottare uno spirito natalizio di per sé già ridicolo. Sono coraggiosi, io alla loro età non l’avrei mai fatto, e per questo li stimo, un pochino, non troppo.

Il massimo livello di tossicità lo si raggiunge il classe: pandoro (il panettone è boicottato dai teenager, sciocchi che non conosceranno mai l’esotica delizia dell’uva passa e del candito), dolcetti vari, strenne natalizie, “pigiamoni” rossi e soffici indossati nei bagni e poi tolti prima di tornare a casa, e una playlist degli orrori, tra musica trap e tutto il mainstream possibile ed  immaginabile in circolazione. A questo punto l’ecosistema natalizio collassa in un nonsense: tante cose insieme che non c’entrano nulla, una perdita di equilibrio in sostanza. Ma va bene così.

Forse la più feroce dissonanza è vedere delle ragazze felici ballare mentre ascoltano un cantante fintamente incazzato (quando la rabbia fa arricchire, diventa un paradosso mortifero che travalica la possibilità di qualsiasi ironica benevolenza) e misogino che le insulta, o meglio, insulta le ragazze in generale, tutto però in pieno stile natalizio, tra cappellini rossi slavati, barbe bianche sgualcite, e andature maschili a metà tra il passo di una renna paraplegia e Santa Klaus strafatto che cerca di risalire il camino. Questa è una discrepanza (un cortocircuito) della finzione magica del momento che mi disturba. Forse è il grottesco della dimensione “malvagia” e nel contempo edulcorata del natale a disturbare. Ma basta ovvietà, va bene così.

In questa epifania di gioventù, le ragazze e i ragazzi sono gemme rigonfie pronte ad esplodere per diventare grandi e percepisco, seduto bonario in un angolo, la paura e l’attesa, lo smarrimento che prelude la rivelazione, ma loro non lo sanno, non lo colgono. Sono affascinato dalle dissonanze delle imperfezioni. Le imperfezioni sono gerarchiche, sottintendono un cambiamento, e si evolvono in altre imperfezioni, diverse, che completano un passaggio, preparandosi ad un altro successivo. Nel farlo emettono dei suoni cosmici diversi, che trillano, tintinnano, evidentemente inadatti e diversi rispetto prima, preludio di un dopo che non sarà mai armonia, ma ricerca di essa.

Noi, tutti, siamo un’imperfezione che si trasforma in continuazione. 

L’adolescenza è la stagione regina del cambiamento, dell’evoluzione. Non so spiegarlo bene, ma l’attesa davanti a ciò che sarà o potrebbe essere, mi innesca una vertigine importante. Mi sento uno spettatore della Vita (con la “v” maiuscola) che si trasforma e si disvela davanti agli occhi, prepotente e sfacciata, impacciata e violenta, dolce e graffiante, fragile e di un prepotente color giallo (Van Gogh è rimasto tutta la vita un adolescente).

Essere spettatore di questo è straordinario, ma nella contingenza è non solo ordinario, ma addirittura banale. C’è e c’è sempre stato. È un ripetersi che mi ha visto protagonista in un momento di trascurabile e insignificante esaltazione. 

Ma l’ineluttabile non cancella la magia del ciclo, dell’imperfezione che diventa qualcos’altro. 

Lo spirito di meraviglia davanti a questo dovrebbe animare qualsiasi educatore. 

“Tutti siamo imperfetti!” si accennava prima. Vero. Ci sono però due imperfezioni. Faccio un esempio da entomologo per spiegarmi (cioè per aiutarmi a capire quello che io stesso penso) sulle differenti imperfezioni. C’è infatti quella del bruco che diventerà crisalide e poi farfalla; e quella di una farfalla, sgradevole ai nostri occhi ( se può esistere bruttezza nell’originalità), ma compiuta. Quella farfalla è il compimento di un ciclo, è quello che è, e non può essere altro. Potrà sembrare singolare nella propria bruttezza, ma come ci appare è la conclusione dell’evoluzione, o un passaggio di essa e questo merita rispetto. Certo, ha margini di miglioramento, può ancora sperare, ma una falena non diventerà una rapaiola o una farfalla vulcano (o atalanta). Ma ripeto, massimo rispetto. Va bene così!

Nicolaes de Vree (1645–1702), Natura morta nella foresta con piante in fiore e farfalle,

Pensiero riepilogativo, per me, solo per me: Il bruco nella sua imperfezione può ancora aspirare alla bellezza perfetta (che non esiste, ma la futura farfalla lo capirà volando), mentre la farfalla è diventata quello che ha potuto o ciò che il destino o la Natura hanno stabilito Sono entrambi, bruco e farfalla, belli e nel contempo imperfetti, solo che il bruco può sperare ancora in altro. 

Oggi assisto al manifestarsi della prima imperfezione, in questa aula abbagliata da un sole pallido, quella del bruco che attende l’esplosione, che si prepara al volo, con tutta la paura, camuffata da voglia di “spaccare”, che ognuno di noi ha avuto quando è stato adolescente.

Le attese sono il vitro della speranza, del desiderio e della paura.

Queste ragazze che ballano sgraziate davanti alla lim, chissà cosa saranno al compimento dell’attesa: cabarettista, Capo di Stato, infermiera, biologa, influencer, poetessa, ladra, sognatrice, imprenditrice, camionista, psicologa, sciamana, receptionist…

Può accadere tutto, ci sono delle variabili, ma il bruco diventerà una farfalla e tutto sarà meraviglioso, come meraviglioso sarà il cambiamento, le ali che si schiuderanno lentamente, e accarezzeranno l’aria per poterla solcare. 

Gustave Doré, La prateria, 1855

Delle future farfalle ballano mentre le osservo quasi commosso, immerse nella banalità del natale commerciale venduto nei market cinesi; ballano in attesa di volare. Questo penso durante le mie ore di lezione, seduto ad accarezzare con gli occhi la mia classe mentre festeggia, apparentemente felice (quanti dolori sono accantonati, ora, con forza). All’improvviso, maledetta!, parte la canzone Shiva & Paky – Digos (Official video). Fa parte del gioco. Sto semplicemente invecchiando. Va bene così. Buon Natale.

Le domande

Fata elettricità, Raoul Dufy, 1937, Parigi

Sabato 16 marzo 2024

Mi sono ripromesso di scrivere. Devo fare violenza contro di me. Superare la comodità dell’inadeguatezza. Posso permettermelo, qui sono nella mia camera in una meravigliosa solitudine. Fanculo ogni scrupolo.

Oggi, davanti ad una tazza di tisana preparata da Debora, alloro e tisana, abbiamo iniziato a parlare dei “massimi sistemi”. Che bello osare così in alto con l’incoscienza dei bambini. Parlare di cose alte solo per farlo, esaurire il volo tra l’infuso fumante di alloro e il vasetto del miele. Che bella sensazione.

Fata elettricità

Abbiamo parlato di chiusura. Abbiamo la sensazione di chiuderci invecchiando. Chiuderci mentalmente, chiuderci nella ricerca e nella passione che sta alla base di ogni percorso. Abbiamo parlato di consapevolezza. La consapevolezza come l’esserci, il conoscere le parole che decorano o definiscono la vita, la consapevolezza come presenza a se stessi. Parlando di questo ho voluto rimarcare l’importanza delle parole in questo viaggio. Le parole sono luoghi da abitare e ogni parola circoscrive un mondo, una finestra, una brughiera.

Fata elettricità

Debora con i suoi occhi di ragazza, secca ogni velleità e mi mette al muro, con la dolcezza di chi ama:”Ma che cosa significa la parola Amore per te?”. Panico. Tante parole, slanci, fumo e riccioli di panna, per poi trovarsi disarmati davanti ad una domanda così semplice. Ci penso. L’Amore per me è immersione… e comincio un “pippone” stratosferico. Ad un certo punto mi sono perso e ho chiosato con eleganza. Lei mi ha guardato, piena d’amore… ma non ha capito un cazzo. Aiuto! Devo uscire dal pantano. “E per te che cos’è l’Amore?”. 

Fata elettricità

“Non lo so…”, mi risponde, lei è sempre stata sincera, forse troppo.

“È una cosa che vivo, che sento, ma è troppo grande, non la so spiegare…”

Ecco l’intelligenza d’amore delle donne di cui parla Dante. 

Debora ammette un non possesso, perché lei è amore. Definire sé stessi è un’avventura complicata, quasi impossibile.

Per oggi basta. Sono orgoglioso della mia ignoranza. Mi si “spiegano’ davanti praterie immense. 

Grato a Michela Murgia

Venerdì 15 marzo 2024

Ho scoperto Morgana, un podcast di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri. L’ho intercettato su Spotify. La benedizione della casualità, smanettando nella rete immerso nella noia, ho incontrato una luce, sono inciampato in qualcosa di prezioso. La cosa che mi emoziona è ascoltare la Murgia sapendo che non c’è più. Anzi, che è altrove, non qui, ma sicuramente diversamente “viva”. Per questo parlerò di lei al presente.

Non sto qui a tessere l’elogio della Murgia, non ne ha bisogno. Ma mi piace pensare a come la parola sopravviva al nostro corpo, sia l’estensione del nostro io. Le parole come atomi che compongono la nostra persona. Questo assemblaggio del nostro io avviene con parole nostre e con parole altrui, che ci lambiscono, urtano o accarezzano. Noi viviamo nelle parole e non nell’esserci fisicamente. Le parole della Murgia, la sua energia, la sua materna intelligenza che, grazie all’ironia e a una forza interiore che invidio, batte e raddrizza. La Murgia è come le donne di una volta: fa tutto quello che fanno gli uomini, i padri, e poi si occupa di tutto il resto (perdona Michela questa ovvietà e perdona la mia confidenza). 

La Murgia, Michela Murgia, è una delle più grandi menti del secolo in cui anch’io vivo. Ma senza preoccuparmi di esagerare, penso di poter affermare che è il più grande cuore che ha pulsato in Italia. 

Ascoltarla mi dà la forza di non ripetermi, di non crogiolarmi, di non fermarmi ai pensieri comodi e alle opportunità più digeribili. Ascoltarla mi lascia sempre qualcosa di nuovo e di insostituibile. Ascoltarla è vivere consapevolmente l’esperienza della crescita interiore. Anche le domande che mi faccio dopo che le sue parole mi hanno destato come un fischio, hanno un sapore diverso. Con lei non si mastica banalità.

L’ho vista a Mantova, al Festival della Letteratura, anni fa, al bar con un’altra persona, a prendere un aperitivo. Aveva un vestito bellissimo, di quelli per cui serve coraggio. Lei ne ha tanto. 

Non aggiungo altro. Grazie Michela.

Ricorrenza

Scrivere mi attira, ma mi manca il tempo. Leggo, seguo tutorial, spulcio blog e pagine dedicate alla scrittura creativa, compro collane per iniziare aspiranti scrittori. Poi penso che in fondo sto semplicemente scrivendo un diario, e mi sento così sciocco. Scrivere per esibire la tecnica è così sterile. Si spintonano nella mia testa immagini, frasi, verità disvelate che però non escono dalla mia testa. La mia testa come una stanza di amenità e di ricordi, la stanzetta per scrivere le mie cose e la poesia, il locus amoenus in poche parole. Voglio liberarmi… un flusso d’acqua che stilla dai miei occhi. Svuotarmi per poi riempirmi di nuove cose e di nuovi intrecci. Desidero nuove prospettive, ascoltare nuove parole e farle mie. Ma non ci riesco, sono avvinghiato ancora all’utilità pratica, al fine. Non riesco a godermi il viaggio. Notte mondo.

Il mare, la storia, la luce e la metafisica

Sento forte il bisogno, l’impellenza di scrivere, di raccontare il mare.

Il dubbio e il labirinto

Il labirinto di Chartres, opera del XII secolo.

Sabato sera sono andato a messa. Ora ci vado non più perché devo ma perché lo desidero. Mi rasserena il sacro che respiro nella penombra della chiesa vuota e oggi la Parola ha intrecci diversi che disvelano la divina umanità di Dio.

Spesso mi perdo nei miei pensieri, navigo altrove, ma qualcosa (che non so spiegare nemmeno a me stesso) si ricompone e mi riporta nel contingente della liturgia. Quando ero più giovane non mi capitava: erano o grandi slanci o terribili precipizi che si intervallavano nell’attesa del dono dell’avvicinarsi del Passaggio. Non avevo una “mezza misura” spirituale.

Il curato con il suo acerbo entusiasmo ha iniziato l’omelia. Il vangelo era quello dell’incredulità di Tommaso. Il giovane prete inizia così:”Ma voi, non avete mai avuto un dubbio? Non vi siete mai chiesti se tutto è vero?”. Folgorante! Non me lo sono mai detto, l’ho pensato tanto.  Non ho mai avuto lo spudorato coraggio di ammetterlo a me stesso.

Spesso il dubbio mi accompagna, mi assale e demolisce i fragili castelli del mio percorso spirituale. La fede è uno stato di grazia, il dubbio una certificazione di umanità, e io sono molto, molto umano…Le parole del giovane predicatore pieno di vita e sussulti, hanno aperto un varco. Mi sono chiesto: “Ma il dubbio è nemico o no del credente”. Una domanda come questa, un tempo, avrebbe ricevuto una risposta ideologica, totalitaria… Ora sono più benevolo e misericordioso, amo i dettagli e mi spaventano i picchi e le gravità.

Il dubbio mi ha fatto crescere come creatura. Le certezze assolute, acritiche, il dentro o fuori invece mi hanno adulterato l’esistenza. Umanamente l’integralismo mi ha inaridito. Sto riscoprendo la mansuetudine. Amo pensare che il dubbio non è una presenza dentro il labirinto, ma la via alternativa, angusta e panoramica per uscirne.

Pasqua 2023

Venerdì Santo. Il vuoto spoglio e lugubre della navata della chiesa oggi mi suona nuovo. Mi penetra nel profondo. Il Triduo è sempre stato un evento che ha animato la mia bucolica infanzia. Un’epifania di segni incomprensibili che mi affascinavano. Sin da bambino sono stato educato alla fede cattolica. Una fede rustica e solida, con un senso del peccato forte e ben radicato, una presenza del sacro che non illuminava ma si spandeva come fa l’incenso denso nelle sacrestie. Da lì una ricerca continua, una sete vivida del Dio vivente.

Ma la mia vista si è affinata con gli anni, fermandosi sulle contraddizioni e non sui dettagli. Da quel momento un crescendo di vicoli ciechi, slanci feroci che si vestivano più da ideologia che di abbandono vero, cioè una fede fatta di una relazione che profumasse di Dio.

Alle contraddizioni ci si abitua. Poi oggi, il sabato Santo, non come gli altri, vivo una novità. Le campane che squillano senza esitazione ed accompagnano un risveglio. Ho cercato in terra ciò che stava in cielo. Ma Dio non lo ho ancora incontrato. A volte penso che si nasconda per accompagnarmi o studiarmi, altre volte che sia impegnato altrove, in qualche galassia lontana a ritentare la creazione di un’umanità che si fondi sul Vero e sul Buono, sull’Amore che tracima ed investe, riempiendola, la realtà. Dio si nasconde e non lo scorgo in alcunchè.

Oggi mi sono confessato. Lo faccio spesso, forse più per abitudine o dovere: non distinguo più la differenza.
Oggi mi sono confessato da un prete che è un amico, un fratello. Il suo abbraccio, le sue lacrime trattenute, la dolcezza delle sue parole sono state una rivelazione profonda. Se Dio si nasconde, un uomo di Dio mi ha abbracciato trattenendomi nell’Amore che ha vinto la morte ed effonde eternità. Oggi, qui, con la mia bambina ululante di gioia al canto del Preconio, Dio non lo vedo ancora, ma sono certo che è qui, tra gli sguardi illuminati, nella frenesia eccitata degli attori della liturgia, nei silenzi che ci consegnano ad un Amore immenso, donatoci per Grazia, un Amore disteso su una croce scandalosa, per essere universale. Non merito nulla, mi sento semplicemente amato, da sempre e per sempre. La mia Pasqua di resurrezione, oggi, mi ricolma di vita.

20 marzo 2023

Marc Chagall, Sposi nel vento.

Mi ha molto colpito la vicenda di questo uomo innamorato che al funerale della moglie, uccisa da un suo studente, nel pieno di una tragedia incomprensibile ed inaccettabile, inizia a danzare con lo spirito della sua donna, in una poetica solitudine. 

L’amore rende eterna ogni cosa.



Quando pensi di saper tutto dell’Amore o di conoscerne le costellazioni,
per un viaggio sereno, senza sorprese o impicci,
ecco la Vita che sprizza del blu, del viola e turchese,
e si nega alle parole e affossa le pretese.

Cerchi nelle cose che contano, i dettami del Vero,
ma nei capricci e nel “balzano”,
negli intrugli e nei pasticci dell’inatteso,
si occulta non il Vero, ma l’umano.

Davanti all’addio ecco che ballo, da solo,
col tuo fantasma dai capelli rame venati d’oro,
con le tue labbra socchiuse, la tua vita Altrove,
la tua Vita tinta di cobalto e di luna
 spezzata, muta e sorridente
 che lascia un manto di parole.

La tua assenza mi muove, il tuo sorriso commuove
e trafigge il me che resta,
il legno lucido e fermo,
conserva ciò che di te non è più;
quello che sei sempre stata
mi prende la mano, iniziamo il ballo,
iniziamo il passo, 
io da solo in questo mondo,
in due dove da sempre ci amiamo.

Sbattono di gioia e stupore,
i nostri amici, e l’insensato
sbigottimento del dolore,
di un morte che non ragione,
che non ha sentimento,
né dignità, né magione,
e si trasforma, li abbandona:
anche loro sono neve che galleggia
che si posa leggera, accarezzata non so più da cosa.

Anche loro, Amore mio dolcissimo,
fanno lo stesso, danzano
con i loro corpi stretti,
con parole soffuse, 
con lacrime copiosi nei gretti
degli occhi, con imprevista
gratitudine per l’amore rimasto,
che ci lega nel nostro ultimo,
leggero, giro di danza, qui dove c’è solo 
desolazione e la tua foto luminosa
sotto un cielo biancastro.

3 marzo 2023

La tragedia e la finzione

Anselm Kiefer, The Renowned Orders on the Night (1997) Museo Guggenheim, Bilbao

Ci sono cose difficili da accettare. Sicuramente la morte, soprattutto se tragica, è una di queste. Ma, con lo sforzo della ragione, è comprensibile. Rientra in quell’insieme di vicende che potremmo definire “ineluttabili”. La morte fa parte del nostro percorso e questa idea, piaccia o meno, la dobbiamo far nostra.

Più spigolosa è l’accettazione che la morte possa avvenire in modo così scontato, banale, per una serie di circostanze facilmente evitabile. L’assurdità rende la morte insostenibile ad ogni pensiero.

Il naufragio di Cutro è l’ennesima rappresentazione della morte come “accaduto” intriso di assurda fatalità.  La fatalità, sì,  risulta irritante, molesta, quasi angosciante. Morire così è un dolore forse maggiore del morire stesso.

Quelle vite potevano essere salvate. Vi era un rischio, certo, ma l’imbarcazione era a poche decine di metri dalla spiaggia.

Potrei qui adesso perdermi in banalità e scemenze, congetture, moralismi e tutto il resto. Mi rimane lo sgomento e il dolore per le immagini e le parole dei testimoni impotenti che tratteggiano il naufragio. Sono feroci, graffiano la mia coscienza. L’evidenza basta.

Mi è intollerabile più di ogni cosa il postmortem.

La cosa che mi risulta insopportabile è la disumanizzazione. Davanti ad un fatto simile, chi non prova nessun dolore non ha nemmeno la decenza di starsene zitto oppure affrontare questo fatto sanguinante con un minimo di decoro.

Il punto è questo: non c’è più contegno (parola così desueta ma attualissima). “Se ne stiano a casa...”, “Se rischi può succedere” oppure “Se la sono cercata …”, come se si stessa parlando di semplici questioni risolvibili con una conciliazione qualsiasi, un tamponamento, un problema di vicinato, il disturbo di un cane molesto nell’appartamento adiacente. Lasciamo in pace i vecchi matusa (Feltri mi fa tenerezza), e con tutto il rispetto dovuto ricordiamoci che hanno sempre detto quello che colava dalla testa senza filtri, ed invecchiando non possono che peggiorare. Ma la gente comune, le istituzioni, l’umanità libera dall’arteriosclerosi, dovrebbe porsi diversamente.

Dovrebbe l’umanità essere umana.

Non c’è più il senso di gravità.  La tragedia è un’esperienza che non viene più raccontata e di conseguenza non viene neppure compresa. Purtroppo viene ridicolizzata.

Abbiamo smarrito la percezione della complessità. Le persone che sono morte a causa delle onde fameliche del mar di Calabria, non sono sprovveduti che hanno fatto un azzardo, non sono avventurieri, non sono quello che i “non umani” raccontano.

Ciò che resta del naufragio (Fonte Avvenire).

I corpi ripresi dalle telecamere del TG esprimono la crudeltà del destino e l’accanimento dell’ingiustizia tra la pubblicità di un sugo pronto e di un’auto elettrica, il tutto seguito poi da un servizio sulla Fashion Week milanese o le imprese calcistiche del momento. Un beffa alla memoria. Tutto passerà sommerso dal flutto del nulla di cui ci nutriamo, inghiottito dal mare dell’oblio. Il naufragio subirà un altro naufragio, nel mare della memoria.

La nostra umanità ha bisogno di vagliare le cose, di darle un ordine, un gerarchia. Non possiamo considerare alla stessa stregua tutto, la morte innocente di disperati, la chirurgia plastica, le finte pene amorose costruite a tavolino degli influencer di turno… Le cose sono diverse, la diversità delle cose ci fa vivere il senso della tragedia e lo distingue dalla commedia, dall’ordinario. C’è la tragedia che si accascia sull’umanità e poi c’è la leggerezza, meravigliosa, ma è un’altra cosa.

È una questione di sensibilità, di gusto. Il dolore e lo sbigottimento, se non sinceri, almeno dovrebbero essere travestiti con la decenza, il rispetto, l’intensità del ruolo, con “istituzionale”e credibile cordoglio. Siamo capaci di orazioni funebri meravigliose da tenersi al funerale di sconosciuti, di persone che magari in vita abbiamo detestato. Se non viene naturale l’essere umani, è auspicabile il silenzio per non compromettere la finzione.

Il silenzio disarmato davanti al dolore, il silenzio che alimenta una reazione e l’indignazione è l’auspicio che faccio al genere umano. Per il pettegolezzo c’è tutto il resto. Il quadro all’inizio rappresenta un corpo che osserva le stelle. Il Cielo ci ispiri ad essere migliori, ad essere veri, ad essere “tragici” nel senso più alto.

23 febbraio 2023

Oggi ha scuola ho parlato dei “classici”. Andava fatta un’introduzione alle “Notti Bianche” di Fëdor Dostoevskij. Certi incontri hanno qualcosa di religioso. Siamo partiti da Walt Whitman per arrivare a Zerocalcare per poi tornare indietro a Platone e “l’immagine della Caverna” (così faccio contenta la mia professoressa di filosofia antica). Poi Lindo Ferretti con “Amandoti” sino ai Måneskin insieme ad Agnelli. Un tour del classico inteso come esperienza artistica che torna, inesorabile, perché costitutiva della nostra identità, del nostro DNA come uomini e come creatura alla spasmodica ricerca di un significato oltre il visibile.

Pie Rows (1961), Wayne Thiebaud

Il visibile, la sua essenza, la realtà… La realtà e quello che le sta dietro è un assillo. Le parole, la storia con il suo intreccio, sono per me un pungolo costante ogni volta che sento e vedo qualcosa. “Ma è così?”, come il tintinnio di un orologio antico mi ritorna. Quando la domanda mi si presenta, di scatto mi si accavallano altre questioni, un’onda di dubbi vivi e vegeti, di graffi, che invocano ascolto: “Sono uno o sono una legione?”, e poi con inesorabile ferocia, “cos’è il vero, dove finisco io ed inizia l’altro?”.

River Pool (1997), Wayne Thiebaud Foundation

Domande, voci, richiami, l’eco lontana di presenza che mi chiama ma non mi trattiene. Quando la schiuma viscida di questa onda sbatte nella parete della mia testa, lascia sedimenti cristallini, rosei, “schiumosi”, anzi, della stessa consistenza della panna smontata.

Mi guardo attorno per capire, per fuggire da certi accostamenti assurdi, gettandomi in un caleidoscopio d’intenzioni: “vado, faccio, ora parlo, ora ascolto”, tutto per interrompere la mareggiata nella testa. Un gracchiare inutile, un penare che alla fine mi lascia così sterile.

Questi pensieri mi ondeggiano in testa mentre spiego ai miei ragazzi l’essenza di un classico.

Vado a dormire. Il sonno porterà bonaccia.