michele casella

Diario minimo

Autunno tardivo

L’autunno sembra deciso a farsi valere.
Ora la calda stagione non ha più alibi.
Fuggono con abili manovre gli uccelli incerti
Tenendo concerti sui tralicci addobbati a voliere.
I tramonti affondano nei cieli tinteggiati
Di striature pastello ed oro.
Sono ferocemente sereno,
Mentre osservo il giorno spegnersi,
Volgersi alla notte con voluttà implacabile.
Sono felicemente dimesso
E la mia prostrazione adorante
Si stempera tra le grida dei fagiani,
brilla di infinita noia sognante
E si compiace dei bimbi e dei loro strilli.
Non penso a nulla.
E delle ombre del diurno
Rimane un’impronta stagnante.
Lasciano il segno solo i buoni propositi,
Il viaggiare assorto del treno veloce verso sud,
La ripugnante sostanza della Burla
E dei suoi proseliti.
Della caparra di santità,
E di ciò che mi tocca dell’eredità
Solo il profumo dell’erba esausta
E il volare sgraziato delle cimici.

O falce di luna calante.

Dedicata alla luna di queste sere, ai miei ricordi, alla mia maestra che con ostinazione cercò di farci amare D’Annunzio.

O falce di luna calante
Dalle curve molli ed andate
Che in gioventù
fosti amante del Vate.
Ora ti affacci,
un po’ matrona
Da un cielo incerto e turchese,
Un po’ volgare
A contemplar la terra,
Il suo scader piccolo borghese,
La bruttezza, lo scialare smisurato,
Il ripetersi del suo lavoro
E della sua inutilità.
Mi ammicchi, ora,
Vestita di rosa,
Pastello e fumo,
E i nostri occhi,
tra l’antenna e il cavalcavia,
Si abbassano
di pudore e di vergogna.
Sono altrove,
col ricordo.
E non capisco
Da dove tanta attenzione,
Per te, per il tuo profilo
Per i nostri segreti.
Negli anni degli slanci
Foruncolosi e pulsanti,
Pensavo parlassi proprio a me.
Invece, da sempre,
Una silenziosa discrezione,
L’indifferenza per lo sputo.
Ora non importa:
La tua voce, cantata dai poeti,
da chi lo fa per mestiere,
É un coupon da consumare,
Una cosa di carta
Che fatico a considerare.
Mi basta vederti Luna,
Avvolta nel tuo silenzio e bellissima,
Ornata di disprezzo
Per il tuo pubblico
che tramonta degnamente,
Da sempre,
Senza difficoltà alcuna,
Senza curarsi più di te.
Non è ancora notte,
E già, per tutto, ti ho perdonato.

Per congedarmi, René Magritte, Il Maestro di scuola, 1955

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Cosa sei disposto a perdere?

In questi giorni sono stato travolto. Certe scelte portano un carico di fatica che spesso si rivela più pesante del preventivato. Ma ce ne accorgiamo tardi. Da tempo, prima di ogni slancio, di ogni atto di eroismo da discount, mi faccio la stessa domanda:”cosa sei disposto a perdere…”. Non c’é mai una risposta netta. Solo una paura senza forma. Inconsistente e penetrante. Questo stato di cose l’ho riletto in una poesia di qualche anno fa. Le cose che si scrivono si attualizzano con lo stagionarsi. La poesia è un investimento di emozioni per il futuro. La scrissi quando avevo tutto da perdere ed ero confusamente felice. Me la dedico.

Ricordi la speranza di quel viaggio…
L’autostrada non più stretta:
le fermate, i caselli e gli occhi lucidi
di eccitazione e fretta,la memoria
tra giochi e truffe,
lo spiazzo dei progetti e dell’amore aperto a tutti.
Di me, rivedi il coraggio oltre il limite per quel volo?
Le senti le sirene e il loro canto:
“è ancora lontano…
…avete tempo…andate piano”
(com’era facile prenderci per mano ).
La benzina ( troppo cara per essere felici ) è calata e prossima è l’uscita.
Traguardi ne avrò ancora, ma allo scoperto, in colonna,
oppure senza sosta
con dentro quel sorriso,
del biglietto che mi hai posto,
quel frammento di ricordo
ora sporco e senza viso,
che non sono disposto a perdere.

Per esagerare, un dipinto raffigurante il Faust, a monito mio e non solo.

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Amanti di strada

Ci sono alcuni amori clandestini ammessi. Non fedifraghi nella sostanza. Uno di questi è il mio. Io e la mia ragazza oggi ci siano presi un paio d’ore di passione. In questi mesi ci siamo visti un paio di volte. Io, assorbito dalla famiglia, gli impegni, le ricorrenze. Lei è rimasta buona, in attesa, ad aspettare il suo uomo per una cavalcata per un’esplosione d’amore. Mia moglie lo sa, conosce questa mia debolezza, la sopporta benigna. Forse pensa siano gli ultimi colpi di vitalità di in uomo sazio, sereno e che ha voglia semplicemente di un diversivo, di una galoppata a ritroso nella gioventù, di un’amante discreta ma responsabile e che non metta in discussione nulla. La mia ragazza, se pur silenziosa, quando l’accendi, sa il fatto suo. Ha i suoi anni, rispetto alle altre è sicuramente démodé e un po’ appesantita. Ma sulle lenzuola su cui consumiamo il nostro amplesso, ha un ruggito rispettabile. Il tiro è quello dei suoi anni migliori, come il suo canto, rauco ma irriducibile. E non si stanca. Per ore, io con lei. Io e lei e la strada, il caldo, gli scarichi nebulizzati sulla mia pelle e su di lei, gli insetti maledetti che si schiantano imbelli, senza speranza. Ma noi siamo un tutt’uno, una sola carne, un solo meccanismo ben lubrificato e rodatto. Noi due, la strada e le sue perpendicolarità, il fruscio e la solitudine. Chi non possiede una motocicletta non può capire la libertà che si può immensamente contenere in 900 cc. Ai motociclisti di tutto il mondo, che incrociandosi alzano le dita in segno di rispetto, un’opera futurista. Perché la motocicletta è avanti, cantata da poeti e cantautori, perché la moto sarà sempre prima… Finché non piove. Giacomo Balla, “Velocità di una motocicletta (studio)”

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Piccolo mondo antico

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A volte succede. Ti prepari velocemente per arrivare trafelato e sudato ad uno dei tanti incontri dettati dall’incarico amministrativo, sottomesso stoicamente alla routine, ed invece vieni baciato dalla sorte, dalla generosità del destino. Tre giorni fa ho vissuto un’esperienza mistica. Forse è troppo definirla così, ma non costa nulla…. Diciamo che ho passeggiato in carne ed ossa in un quadro, anzi nell’estetica di un artista: Paolo Caliari detto il Veronese. Ieri poi, quasi condotto da una mano invisibile, ho visitato la mostra in Gran Guardia a Verona ( http://www.mostraveronese.it ), ben curata e con un ottimo catalogo, dedicata appunto al Veronese. Lì il cerchio si è chiuso. A Villa Baja Guarienti a Tarmassia è iniziato però un viaggio. Grazie alla padrona di casa, di una sensibilità ed intelligenza che giustificano l’effige della nobiltà, mi sono immerso nella storia della sua famiglia, dal seicento, con la discrezione di chi calpesta con cauta reverenza il tempo e suoi frutti. Il richiamo al Veronese non è scoccato dalle stampe sparse qua e là delle sue opere più famose. Neppure dalle grandi tele, inscurite dal tempo, di artisti minori evocanti la monumentalità della scena, i panneggi e il dettaglio del pittore del lusso veneto. Il rimando è venuto dal silenzio, che ti pervade nelle stanze della Villa. E l’ho rivissuto nei saloni della mostra. I quadri del Veronese sono una celebrazione della non parola, della rappresentazione articolata, particolareggiata, complessa e lussureggiante, ma muta. I suoi personaggi sono presi da un’estasi di realtà a causa della quale non riescono a proferire parola. Anche a Villa Baja ho provato la sensazione di un blocco del parlare, dell’eloquenza. Anche lì regna un universo pieno di dettagli, richiamante altre epoche, composto con grazia domestica ed immerso in un silenzio quasi sacrale. Da Tarmassia, la frazione in cui la Villa vive con discrezione, a Verona, con il Veronese, con i suoi quadri, in una mostra piacevole, con delle sorprese.
Al tempo che matura nella villa e alla minuziosa tensione al particolare dei quadri della mostra dedico questo mio stato di intimismo. E mi dedico “La cena a casa di Simone”, presente in mostra, con la sua folla silenziosa e la cura nel riprodurre il quotidiano e le scene della vita.
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Disnare malinconico

Non era ancora mezzogiorno e sono stato preso, oggi, da un angoscia strana. Inconsueta. Ho imparato a convivere teatralmente con questi stati d’animo indecifrabili, dissimulandoli sia a chi mi sta attorno che a me stesso. Visto l’orario avrei potuto pensare ad un attacco repentino di fame chimica, la chimica dello stress ovviamente… Ma la fame è un’emozione quasi dimenticata. Penso, in questi momenti, frequentemente a Cesare Pavese, ai suoi falò e alle sue lune, al suo soffrire da mestierante dell’esistere, da maniscalco raffinato del vivere. Mi dedico una sua poesia. Alla speranza e all’arte del sopravvivere ai gorgoglii, a noi stessi.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Pablo Picasso, titolo reinterpretato da me medesimo…“Riemergere di un viso morto”

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Diluvio di colori

Alla fine piove. Il cielo ce l’ha fatta a scaricare tutta l’acqua di cui era gravido. I piccoli e grandi progetti sono stati realizzati, ora può piovere instancabilmente e violentemente. Alla russa. Siamo oramai squamati e nel fango troviamo la nostra dimensione liquida, quella dell’adattamento e della sopravvivenza. Anche quella della voracità.
Mi dedico il quadro Composizione VI di Kandinsky (1913), il Diluvio. Se le cataratte del cielo mollassero vernice , il diluvio di questo momento si avvicina alla collisione di forme e colori. Linee come pioggia, vortici colorati come nubi, tumulto e torrenti di materia pigmentata che travolgono la forma e la linea. Tutto molto vicino all’astratto e distratto Kandinsky. Sfogati maledetto cielo e lasciami sognare.

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Rachele

Oggi la piccola di casa compie due anni. È arrivata senza invito. Ha preso il suo posto nel momento in cui ero così fragile, da renderla insostituibile. Non passa giorno che per qualche minuto non soffra di vergogna per la paura che invase il mio cuore quando mia moglie mi disse, con gli occhi lucidi, che la vita era germinata ancora in lei, in noi. Eravamo già in tanti, ma alla fine non in troppi. L’amore ha sovrabbondato. La Vita ha fatto il suo viaggio carica di doni e Rachele ne è stata il capitano. Oggi è qui, a presidiare il mio mondo, con la sua scopetta e le ali da fatina, con il pollicione da succhiare che consola generoso tutti, non solo lei. Quando ho bisogno di purezza lei mi accoglie con i suoi immensi occhioni, in cui posso lavarmi da tutto ciò che mi rende meno buono. Mi consola abbracciandomi, e quando si accovaccia su di me come uno scoiattolo, mi sento un eroe che culla la sua principessa. Ringrazio Dio, la Provvidenza o il Destino di avermi affidato a te bambina mia, con la tua manina mi sostieni e con il tuo passo traballante mi conduci lontano, sino a dove potrò accompagnati. Mi dedico un’opera d’arte. Rachele.

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Meravigliosa creatura

“Ma tu sei meraviglioso ?”. Con questa domanda, stasera, un amico da cui ho sempre da imparare, mi ha squarciato il velo del cervello. Non saprei dare una risposta. La cosa però che mi angoscia è il dubbio di non aver mai a sufficienza esternato l’affine affermazione di meraviglia a qualcuno. Sul meraviglioso e le sue sfumature, abbiamo chiacchierato durante una cena a tema, con le nostre mogli e i nostri figli che ballavano spensierati. Con altri amici e il titolare, dalle unghie col smalto ed una certa abitudine frequente a sistemarsi i gioielli di famiglia.
“Meraviglioso è accogliere un bambino che non è meraviglioso. Mia mamma è meravigliosa”. Questa frase, detta da una delle ragazze disabili che questo amico segue con i suoi progetti, prima del dessert, mi ha stroncato. Un capolavoro di genialità disarmante e di verità cristallina. Di quelle che si fanno attraversare senza rompersi.
“Cos’è lo stupore? Il rumore della felicità.” Oppure “Stupore è felicità ad alta intensità”. Certe frasi raddrizzano la giornata e ti convincono che i depositari della Verità si nascondono al mondo, lo fuggono travestendosi da errori oppure scarti. Si conferma la teoria dell’inutilità dell’inutile. Le perle si confondono nella quotidianità e sono all’apparenza sgraziate come la ragazza di Vermeer, non quella famosa, attorno alla quale si crea una mostra, ma l’altra, quella bruttina, sognante e domestica, meravigliosa nella luce della sua camera.
Jan Vermeer, Ragazza col filo di perle, 1662-65 circa .

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Licoldi lontani

Giorno di festa paesana. Anzi sagra, come si dice nella mia lingua del cuore. Giorni in cui la vita rallenta e il paese si trasforma, si veste di un’aria trasognata, che si ha solitamente dopo una sbornia. Mi capita da anni, in queste giornate intensamente paesane, di intraprendere viaggi memorabili nella Memoria. Ma devono essere innescati da un qualcosa. Il casus belli del viaggio odierno, che ora vi racconto, è questo: Casualmente mi sono fermato in uno dei bar della mia infanzia. Entro nel bar con lo spirito gagliardo con cui ci entravo da ragazzo, quando con la mia vespa special ingrossavo sterminate distese di piccoli bolidi truccati. Entrato mi accoglie un cinese magrissimo dallo sguardo infossato che mi dice in una lingua impossibile “plego ?”. Dopo un primo impulso di risata, sono precipitato nella nostalgia. Mi sono guardato attorno, la vecchia osteria era spoglia e deserta. Anzi, peggio, silenziosa… Il barista un po’ ebete aspettava il mio segnale, ma con il pensiero frugavo nelle immagine e situazioni accatastate nella memoria. Ho rivissuto il baccano dei miei tempi alimentato da futilità ed oscenità. Le risate grasse degli avvinazzati che rivendicavano una presenza che non fosse contorno. I calendari osé appesi in giro e nel bagno quello di Selen fermo perennemente al mese di febbraio. Nel cesso si era fermato il tempo e la turca sembra inghiottire le ore dei maschi frequentatori, dalla mira scarsissima. Non c’erano slot ma il calcetto e il bigliardo ed una coltre di fumo che ci rendeva tutti uguali. La volgarità poteva quasi essere letta come poesia. Il canto del macina caffè, il ripiano pieno di “tazze” di bianchetti, unte già prima di essere bagnate dal vino proletario che impastava gli aliti dei vecchi con le sigarette e le bestemmie. E poi il bancone, pieno di uova sode, pane e cotechino, nervetti, bocconcini con la “bondola” e i boero, straripanti dai grappoli maturi color rosso luccicante. E le bestialità delle parole inutili che uscivano da chi pontificava, che duravano, nella loro assoluta e vana verità, l’intervallo tra un bicchiere e l’altro. Ed io, ancora bambino ma con la sfrenata voglia di essere uomo, che avrei voluto mangiare le patatine, ma non era virile… Finché il pensiero navigava a vista nei ricordi, il barista, con la grazia di chi fa un lavoro per cui non ha la vocazione, mi chiede ancora “plego?”. Io “scusi, il bagno? “. “Fuoli selvizio”. Andate a cagare! Non potete profanare così il contenitore dei miei ricordi da osteria…. Ridatemi il frastuono insopportabile, i vecchi ululanti, i bicchieri tintinnanti, l’odore di fumo e sudore, i giornali spiegazzati, il disordine accogliente e la vetrina con gli specchi, con Padre Pio in compagnia della Madonna e della nazionale del mondiale ’82, piena di liquori, disposti come reliquie. Ridatemi tutto questo e tornatevene a casa. Qui sarete solo tristi ed incompresi…. Ma il mio pensiero viene confuso ed ora mi si guarda in cagnesco. “Plego?”. “Un caffè grazie.” Mi dedico un quadro Pietro Borettini, che ha l’amalgama e l’intensità scenica di Brugell il vecchio. L’unica osteria ammissibile è quella rocambolesca inscenata nel quadro. I caffè parigini degli impressionisti o quelli letterari dei macchiaioli non mi sono mai piaciuti. L’osteria è il caos, fatta da gente pasciuta, che parla una lingua imperfetta ma conosciuta. Pietro Borettini (Pédar) Viadana, 1928.

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