michele casella

Diario minimo

Amanti di strada

Ci sono alcuni amori clandestini ammessi. Non fedifraghi nella sostanza. Uno di questi è il mio. Io e la mia ragazza oggi ci siano presi un paio d’ore di passione. In questi mesi ci siamo visti un paio di volte. Io, assorbito dalla famiglia, gli impegni, le ricorrenze. Lei è rimasta buona, in attesa, ad aspettare il suo uomo per una cavalcata per un’esplosione d’amore. Mia moglie lo sa, conosce questa mia debolezza, la sopporta benigna. Forse pensa siano gli ultimi colpi di vitalità di in uomo sazio, sereno e che ha voglia semplicemente di un diversivo, di una galoppata a ritroso nella gioventù, di un’amante discreta ma responsabile e che non metta in discussione nulla. La mia ragazza, se pur silenziosa, quando l’accendi, sa il fatto suo. Ha i suoi anni, rispetto alle altre è sicuramente démodé e un po’ appesantita. Ma sulle lenzuola su cui consumiamo il nostro amplesso, ha un ruggito rispettabile. Il tiro è quello dei suoi anni migliori, come il suo canto, rauco ma irriducibile. E non si stanca. Per ore, io con lei. Io e lei e la strada, il caldo, gli scarichi nebulizzati sulla mia pelle e su di lei, gli insetti maledetti che si schiantano imbelli, senza speranza. Ma noi siamo un tutt’uno, una sola carne, un solo meccanismo ben lubrificato e rodatto. Noi due, la strada e le sue perpendicolarità, il fruscio e la solitudine. Chi non possiede una motocicletta non può capire la libertà che si può immensamente contenere in 900 cc. Ai motociclisti di tutto il mondo, che incrociandosi alzano le dita in segno di rispetto, un’opera futurista. Perché la motocicletta è avanti, cantata da poeti e cantautori, perché la moto sarà sempre prima… Finché non piove. Giacomo Balla, “Velocità di una motocicletta (studio)”

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Piccolo mondo antico

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A volte succede. Ti prepari velocemente per arrivare trafelato e sudato ad uno dei tanti incontri dettati dall’incarico amministrativo, sottomesso stoicamente alla routine, ed invece vieni baciato dalla sorte, dalla generosità del destino. Tre giorni fa ho vissuto un’esperienza mistica. Forse è troppo definirla così, ma non costa nulla…. Diciamo che ho passeggiato in carne ed ossa in un quadro, anzi nell’estetica di un artista: Paolo Caliari detto il Veronese. Ieri poi, quasi condotto da una mano invisibile, ho visitato la mostra in Gran Guardia a Verona ( http://www.mostraveronese.it ), ben curata e con un ottimo catalogo, dedicata appunto al Veronese. Lì il cerchio si è chiuso. A Villa Baja Guarienti a Tarmassia è iniziato però un viaggio. Grazie alla padrona di casa, di una sensibilità ed intelligenza che giustificano l’effige della nobiltà, mi sono immerso nella storia della sua famiglia, dal seicento, con la discrezione di chi calpesta con cauta reverenza il tempo e suoi frutti. Il richiamo al Veronese non è scoccato dalle stampe sparse qua e là delle sue opere più famose. Neppure dalle grandi tele, inscurite dal tempo, di artisti minori evocanti la monumentalità della scena, i panneggi e il dettaglio del pittore del lusso veneto. Il rimando è venuto dal silenzio, che ti pervade nelle stanze della Villa. E l’ho rivissuto nei saloni della mostra. I quadri del Veronese sono una celebrazione della non parola, della rappresentazione articolata, particolareggiata, complessa e lussureggiante, ma muta. I suoi personaggi sono presi da un’estasi di realtà a causa della quale non riescono a proferire parola. Anche a Villa Baja ho provato la sensazione di un blocco del parlare, dell’eloquenza. Anche lì regna un universo pieno di dettagli, richiamante altre epoche, composto con grazia domestica ed immerso in un silenzio quasi sacrale. Da Tarmassia, la frazione in cui la Villa vive con discrezione, a Verona, con il Veronese, con i suoi quadri, in una mostra piacevole, con delle sorprese.
Al tempo che matura nella villa e alla minuziosa tensione al particolare dei quadri della mostra dedico questo mio stato di intimismo. E mi dedico “La cena a casa di Simone”, presente in mostra, con la sua folla silenziosa e la cura nel riprodurre il quotidiano e le scene della vita.
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Disnare malinconico

Non era ancora mezzogiorno e sono stato preso, oggi, da un angoscia strana. Inconsueta. Ho imparato a convivere teatralmente con questi stati d’animo indecifrabili, dissimulandoli sia a chi mi sta attorno che a me stesso. Visto l’orario avrei potuto pensare ad un attacco repentino di fame chimica, la chimica dello stress ovviamente… Ma la fame è un’emozione quasi dimenticata. Penso, in questi momenti, frequentemente a Cesare Pavese, ai suoi falò e alle sue lune, al suo soffrire da mestierante dell’esistere, da maniscalco raffinato del vivere. Mi dedico una sua poesia. Alla speranza e all’arte del sopravvivere ai gorgoglii, a noi stessi.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Pablo Picasso, titolo reinterpretato da me medesimo…“Riemergere di un viso morto”

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Diluvio di colori

Alla fine piove. Il cielo ce l’ha fatta a scaricare tutta l’acqua di cui era gravido. I piccoli e grandi progetti sono stati realizzati, ora può piovere instancabilmente e violentemente. Alla russa. Siamo oramai squamati e nel fango troviamo la nostra dimensione liquida, quella dell’adattamento e della sopravvivenza. Anche quella della voracità.
Mi dedico il quadro Composizione VI di Kandinsky (1913), il Diluvio. Se le cataratte del cielo mollassero vernice , il diluvio di questo momento si avvicina alla collisione di forme e colori. Linee come pioggia, vortici colorati come nubi, tumulto e torrenti di materia pigmentata che travolgono la forma e la linea. Tutto molto vicino all’astratto e distratto Kandinsky. Sfogati maledetto cielo e lasciami sognare.

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Rachele

Oggi la piccola di casa compie due anni. È arrivata senza invito. Ha preso il suo posto nel momento in cui ero così fragile, da renderla insostituibile. Non passa giorno che per qualche minuto non soffra di vergogna per la paura che invase il mio cuore quando mia moglie mi disse, con gli occhi lucidi, che la vita era germinata ancora in lei, in noi. Eravamo già in tanti, ma alla fine non in troppi. L’amore ha sovrabbondato. La Vita ha fatto il suo viaggio carica di doni e Rachele ne è stata il capitano. Oggi è qui, a presidiare il mio mondo, con la sua scopetta e le ali da fatina, con il pollicione da succhiare che consola generoso tutti, non solo lei. Quando ho bisogno di purezza lei mi accoglie con i suoi immensi occhioni, in cui posso lavarmi da tutto ciò che mi rende meno buono. Mi consola abbracciandomi, e quando si accovaccia su di me come uno scoiattolo, mi sento un eroe che culla la sua principessa. Ringrazio Dio, la Provvidenza o il Destino di avermi affidato a te bambina mia, con la tua manina mi sostieni e con il tuo passo traballante mi conduci lontano, sino a dove potrò accompagnati. Mi dedico un’opera d’arte. Rachele.

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Meravigliosa creatura

“Ma tu sei meraviglioso ?”. Con questa domanda, stasera, un amico da cui ho sempre da imparare, mi ha squarciato il velo del cervello. Non saprei dare una risposta. La cosa però che mi angoscia è il dubbio di non aver mai a sufficienza esternato l’affine affermazione di meraviglia a qualcuno. Sul meraviglioso e le sue sfumature, abbiamo chiacchierato durante una cena a tema, con le nostre mogli e i nostri figli che ballavano spensierati. Con altri amici e il titolare, dalle unghie col smalto ed una certa abitudine frequente a sistemarsi i gioielli di famiglia.
“Meraviglioso è accogliere un bambino che non è meraviglioso. Mia mamma è meravigliosa”. Questa frase, detta da una delle ragazze disabili che questo amico segue con i suoi progetti, prima del dessert, mi ha stroncato. Un capolavoro di genialità disarmante e di verità cristallina. Di quelle che si fanno attraversare senza rompersi.
“Cos’è lo stupore? Il rumore della felicità.” Oppure “Stupore è felicità ad alta intensità”. Certe frasi raddrizzano la giornata e ti convincono che i depositari della Verità si nascondono al mondo, lo fuggono travestendosi da errori oppure scarti. Si conferma la teoria dell’inutilità dell’inutile. Le perle si confondono nella quotidianità e sono all’apparenza sgraziate come la ragazza di Vermeer, non quella famosa, attorno alla quale si crea una mostra, ma l’altra, quella bruttina, sognante e domestica, meravigliosa nella luce della sua camera.
Jan Vermeer, Ragazza col filo di perle, 1662-65 circa .

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Licoldi lontani

Giorno di festa paesana. Anzi sagra, come si dice nella mia lingua del cuore. Giorni in cui la vita rallenta e il paese si trasforma, si veste di un’aria trasognata, che si ha solitamente dopo una sbornia. Mi capita da anni, in queste giornate intensamente paesane, di intraprendere viaggi memorabili nella Memoria. Ma devono essere innescati da un qualcosa. Il casus belli del viaggio odierno, che ora vi racconto, è questo: Casualmente mi sono fermato in uno dei bar della mia infanzia. Entro nel bar con lo spirito gagliardo con cui ci entravo da ragazzo, quando con la mia vespa special ingrossavo sterminate distese di piccoli bolidi truccati. Entrato mi accoglie un cinese magrissimo dallo sguardo infossato che mi dice in una lingua impossibile “plego ?”. Dopo un primo impulso di risata, sono precipitato nella nostalgia. Mi sono guardato attorno, la vecchia osteria era spoglia e deserta. Anzi, peggio, silenziosa… Il barista un po’ ebete aspettava il mio segnale, ma con il pensiero frugavo nelle immagine e situazioni accatastate nella memoria. Ho rivissuto il baccano dei miei tempi alimentato da futilità ed oscenità. Le risate grasse degli avvinazzati che rivendicavano una presenza che non fosse contorno. I calendari osé appesi in giro e nel bagno quello di Selen fermo perennemente al mese di febbraio. Nel cesso si era fermato il tempo e la turca sembra inghiottire le ore dei maschi frequentatori, dalla mira scarsissima. Non c’erano slot ma il calcetto e il bigliardo ed una coltre di fumo che ci rendeva tutti uguali. La volgarità poteva quasi essere letta come poesia. Il canto del macina caffè, il ripiano pieno di “tazze” di bianchetti, unte già prima di essere bagnate dal vino proletario che impastava gli aliti dei vecchi con le sigarette e le bestemmie. E poi il bancone, pieno di uova sode, pane e cotechino, nervetti, bocconcini con la “bondola” e i boero, straripanti dai grappoli maturi color rosso luccicante. E le bestialità delle parole inutili che uscivano da chi pontificava, che duravano, nella loro assoluta e vana verità, l’intervallo tra un bicchiere e l’altro. Ed io, ancora bambino ma con la sfrenata voglia di essere uomo, che avrei voluto mangiare le patatine, ma non era virile… Finché il pensiero navigava a vista nei ricordi, il barista, con la grazia di chi fa un lavoro per cui non ha la vocazione, mi chiede ancora “plego?”. Io “scusi, il bagno? “. “Fuoli selvizio”. Andate a cagare! Non potete profanare così il contenitore dei miei ricordi da osteria…. Ridatemi il frastuono insopportabile, i vecchi ululanti, i bicchieri tintinnanti, l’odore di fumo e sudore, i giornali spiegazzati, il disordine accogliente e la vetrina con gli specchi, con Padre Pio in compagnia della Madonna e della nazionale del mondiale ’82, piena di liquori, disposti come reliquie. Ridatemi tutto questo e tornatevene a casa. Qui sarete solo tristi ed incompresi…. Ma il mio pensiero viene confuso ed ora mi si guarda in cagnesco. “Plego?”. “Un caffè grazie.” Mi dedico un quadro Pietro Borettini, che ha l’amalgama e l’intensità scenica di Brugell il vecchio. L’unica osteria ammissibile è quella rocambolesca inscenata nel quadro. I caffè parigini degli impressionisti o quelli letterari dei macchiaioli non mi sono mai piaciuti. L’osteria è il caos, fatta da gente pasciuta, che parla una lingua imperfetta ma conosciuta. Pietro Borettini (Pédar) Viadana, 1928.

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Onnipotenza odontoiatrica

Oggi seduta dentistica. Ad una certa età i denti si frantumano come bom bom zuccherosi. Sdraiato sul lettino mentre il mio amico strappadenti mi invadeva la bocca con le sue agili mani, pensavo a come sia semplice e repentino trovarsi fragili e deboli. Tra aspiratori e raschiatoi metallici ho cominciato a focalizzare che forza e debolezza non sono cose che esistono di per sé, ma esistono per l’assoluta mancanza di una rispetto l’altra. E da questa semplice considerazione si arriva subito alla conclusione che tutti siamo potenzialmente ed irrimediabilmente deboli. Senza accorgersene. Senza preavviso. Come una carie che fa il suo lavoro sigillata da un’otturazione. Un mattino, bevi il caffè, si sbriciola in bocca un dente e scopri un canyon. E fa molto male. Da uomo che non deve chiedere mai a vittima del dolore perforante, da forte a sofferente, da indipendente a debole. E lui, l’odontoiatra, può salvarti con la sua forza. Non credo sia stata l’anestesia a farmi vaneggiare col pensiero. Ma lo sguardo in un quadro, del protagonista, il cavadenti, mi è fisso nella mente: uno sguardo delirante, di potenza pura. E il poveraccio dolente, succube, debole, trepidante, inerme, quasi a supplicare. L’incrocio dei loro sguardi da la misura del rapporto tra la potenza e la debolezza. Il Cavadenti, di Gerrit Van Honthorst

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Jazz e salsiccia

Capita che ogni tanto si venga travolti da una serata piacevole, perché non catalogabile. Una serata da cui non ti attendi nulla e godi di ogni rivolo di sanguigna leggerezza, che spesso si concentra nei bicchieri lubrificati dal vino. Come questa sera. Simposio casereccio, con concorso gastronomico in salsa jazz. Bello. Tante facce sorridenti, con sincerità o finzione che viene dal buon cuore o dalla buona educazione. Ma il jazz… Con il suo febbricitante battito stridulo. Jazz e risotto, cornetta e salsiccia. Ci sono livelli alti e bassi in ogni cosa: nella letteratura, nella musica, nel teatro. Non si tratta di qualità ma di tonalità, di atmosfere. Tutte portano un carico di suggestioni. Manzoni o Garcia Marquez, Cervantes o Leopardi, Fitzgerald o Joyce …? Tutto, ma con vini diversi. E con il jazz, in questa cena da inizio millennio, che consorzia una brigata di umanità varia. Il jazz, acre come la cipolla sulla quale si stende la carne e si sublima il maiale. Il jazz pastoso, come il riso mantecato, gaudente e spossato nel grana padano. Il jazz speziato come la cannella, che pizzica e ti scarica nella lingua un eco africano. Trascinante come l’invenzione e l’improvvisazione, come il pesto del suino che riconduce tutto a sé. Il jazz acuto come i profumi spessi e corposi della cucina veneta. Profumato come il Valpolicella, delicato come il Soave, robusto come il Recioto, frizzante come un prosecco gelato.
Il jazz è vivo, come il maiale, come il riso, come le ruvidità del sangue, dell’ebbrezza, dell’eccesso. A questa serata e alla fantastica orchestra Gabriele Bolcato Quartet, un’opera dal sapore forte, come la salsiccia che fa l’amore con il riso.
Giancarlo Cazzaniga, Suonatori di Jazz

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Sentire Comune

Ieri sera con alcuni amici a parlare di vita, fede, impegno, Dio e di tutte le sue interferenze con l’umano. Cose così alte da sembrare irraggiungibili, persino nella stanza mansardata della mia cucina, modello assoluto di contenimento ed intimità. Tra un amaro ed un caffè, le nostre parole, tutti palloni aerostatici colorati, vivaci, ci hanno costretto ad alzare la testa, per non fossilizzarci, per non abbruttirci. Nella condivisione delle idee, un concetto si è definito prepotente nella rarefazione delle mille risposte che si possono scegliere per comodità o paura: sentire comune. Oggi che ci ripenso colgo che si tratta di un prodotto della mente simile, per provenienza, a quello di bene comune, che oggi però ha qualcosa di astratto, inflazionato. Colpa dell’ideologizzazione e della mancanza di una genuina abitudine alla testimonianza rispetto ad un’idea che rischia d’essere solo polvere sulle buone intenzioni. Sentire comune ha il retrogusto dell’ascolto, della relazione. Non ingloba l’umanità mantenendola estranea all’uomo stesso. Sentire comune è composto da un verbo, è un agire, un viaggio con dei passeggeri ed una destinazione. Ed attraversa le vie della città dell’uomo. Bene comune le fissa malinconicamente dall’alto. Sentire comune le vive, queste strade, con la liquidità dei sentimenti che invade ogni cosa. Mi piace! E non si arresta dinnanzi alle male agevolazioni della comprensione e della consuetudine. Sentire comune può significare certo, per i meno dotati di slancio, percezione di tutti, dei più. Sentire comune può arrivare invece a vette più alte, all’idea di sentirsi in comunione. Apre un nuovo orizzonte, scrive nuovi capitoli.
Dedico a questo dono involontario fattomi da tre amici, un quadro di un artista emergente, che seguo da lontano. Me lo dedico perché rappresenta questo distacco che ho voluto porre in antagonismo alla comunione. Un uomo, azzurro come il cielo e le sue profondità, osserva il mondo di tutti, ma non vi è dentro, non se ne sente parte, non ha nulla in comune. È un uomo moderno tremendamente solo.
Moderna, Alessandro Bazan, pittore siciliano.
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