michele casella

Diario minimo

Sentire Comune

Ieri sera con alcuni amici a parlare di vita, fede, impegno, Dio e di tutte le sue interferenze con l’umano. Cose così alte da sembrare irraggiungibili, persino nella stanza mansardata della mia cucina, modello assoluto di contenimento ed intimità. Tra un amaro ed un caffè, le nostre parole, tutti palloni aerostatici colorati, vivaci, ci hanno costretto ad alzare la testa, per non fossilizzarci, per non abbruttirci. Nella condivisione delle idee, un concetto si è definito prepotente nella rarefazione delle mille risposte che si possono scegliere per comodità o paura: sentire comune. Oggi che ci ripenso colgo che si tratta di un prodotto della mente simile, per provenienza, a quello di bene comune, che oggi però ha qualcosa di astratto, inflazionato. Colpa dell’ideologizzazione e della mancanza di una genuina abitudine alla testimonianza rispetto ad un’idea che rischia d’essere solo polvere sulle buone intenzioni. Sentire comune ha il retrogusto dell’ascolto, della relazione. Non ingloba l’umanità mantenendola estranea all’uomo stesso. Sentire comune è composto da un verbo, è un agire, un viaggio con dei passeggeri ed una destinazione. Ed attraversa le vie della città dell’uomo. Bene comune le fissa malinconicamente dall’alto. Sentire comune le vive, queste strade, con la liquidità dei sentimenti che invade ogni cosa. Mi piace! E non si arresta dinnanzi alle male agevolazioni della comprensione e della consuetudine. Sentire comune può significare certo, per i meno dotati di slancio, percezione di tutti, dei più. Sentire comune può arrivare invece a vette più alte, all’idea di sentirsi in comunione. Apre un nuovo orizzonte, scrive nuovi capitoli.
Dedico a questo dono involontario fattomi da tre amici, un quadro di un artista emergente, che seguo da lontano. Me lo dedico perché rappresenta questo distacco che ho voluto porre in antagonismo alla comunione. Un uomo, azzurro come il cielo e le sue profondità, osserva il mondo di tutti, ma non vi è dentro, non se ne sente parte, non ha nulla in comune. È un uomo moderno tremendamente solo.
Moderna, Alessandro Bazan, pittore siciliano.
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Father And Son

Oggi, primo settembre, centinaia di famiglie sono in trincea per l’imminente scuola. Libri, corredo più o meno griffato, iscrizioni e pagamenti inevitabili. Un dissanguamento. Presso la sede dell’azienda provinciale per i trasporti, messomi in coda inizio a guardarmi in giro. E vedo i papà e le mamme, a centinaia, con i loro figlioli, e mi sovviene agli occhi un particolare: i figli sono versioni fedeli e non sbiadite dei loro genitori. Una sensazione strana mi viene da queste aderenze e ridondanze di somiglianza. Mi ha fatto tanta tenerezza. Finché fissavo questo pensiero al cellulare, mi giro verso mia figlia per condividere l’illuminazione, ma me la ritrovo, come me, immersa nel suo smartphone a smanettare agile ed impietosa. Le somiglianze vanno oltre, ben oltre ai tratti, tanto da azzardare un cordone generazionale dei vizi e delle virtù. Mi dedico uno dei quadri del più grande ritrattista del Rinascimento, Lorenzo Lotto, lo scrutatore dell’anima, l’indagatore della quarta dimensione, colui che nel segno e nel colore distillava l’indole, il profondo, la natura del modello, della persona. Lorenzo Lotto, “Ritratto di Giovanni Agostino della Torre con il figlio Niccolò”.1515, National Gallery, Londra.

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Una frase vera

<< A volte quando inizio una nuova storia e non riesco ad andare avanti, mi siedo di fronte al camino e inizio a schiacciare la buccia di alcune piccole arance verso gli angoli delle fiamme e osservo gli zampilli blu che si creano. Mi alzo e guardo fuori verso i tetti di Parigi e penso, “Non preoccuparti. Hai sempre scritto in passato e scriverai ora. Tutto ciò che devi fare è scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci.” Così finalmente scrivo una frase vera, e parto da là. Era facile perché c’era sempre una frase vera che conoscevo o che avevo sentito dire da qualcuno. Quando mi accorgevo che stavo scrivendo in maniera elaborata, o come qualcuno che introduce un tema o presenta qualcosa, mi fermavo e tagliavo la tiritera, buttavo via e ricominciavo dalla prima vera semplice frase dichiarativa che avevo scritto. >>

Questo consiglio viene da Ernest Hemingway, uno scrittore. Da tempo sono preso dalla febbrile necessità di scrivere. Prima poesie, poi un romanzo, poi un diario, alla fine delle lettere, un blog… qualsiasi cosa, purché nasca dalla mia testa ed io stesso ne sia l’ostetrico.

Ma solo oggi, tra il mare di finzioni che partorisco, nelle descrizioni verosimili o drammatiche che faccio di ciò che vivo, mi pongo questà domanda:”ma le mie, sono frasi vere?”. Uno se lo deve chiedere, altrimenti c’è il rischio di imbrattare carta e perdere tempo, da dedicare a cose importanti, come l’amore, il calcio o la lettura. Mi darò la risposta quando la pioggia scemerà un poco e non potrò più mentire  a nessuno.

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Masturbazioni spirituali.

Alcune affermazioni sono segnali di vita oltre il confine. Per motivi vari lo sono: chi le fa e come vengono al mondo. La nascita delle parole che segnano è sempre accompagnata da segnali celesti che si aggrumano in spazi domestici, dall’inatteso, da qualche profumo speciale o da voli di farfalle gialle, come accadeva al povero Mauricio Babilonia. Questa volta l’impronta lasciata ha la fragranza del gelsomino a maggio. Un profumo che riempie la casa. Un sapore buono, di primavera matura.
“Mi sto masturbando spiritualmente”.
“Cioè scusa?”.
“Hai presente quando cerchi una finestra per prendere un po’ d’aria, vedere il cielo e volare via…?”.
“Si. È un’immagine chiara….”.
“Ecco, io sto facendo questo in una cantina e mi ostino a voler decollare, ma ogni finestra è interrata.”.
“Ahhh…”.
“La ricerca spirituale è questo aprire la finestra, giusta o meno, per cercare la luce da cui spiccare il volo. Ma ostinarsi a farlo in cantina diventa un piacere, se si può definire così, fine a se stesso, stantio, che da noia.”.
“Chiaro!”.
Queste conversazioni, trasfigurati dalla fatica sulle poltrone Ikea consunte da anni di Tv, sono paragonabili alle giornate di sole tiepido dopo anni di pioggia e fango.
Dedico a questa illuminazione, un volo spirituale, un’opera d’arte stupenda, il colloquio magnifico della creatura con il suo creatore, il librarsi lento e svolazzante dello spirito, l’Estasi di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini.

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Sfatti e misfatti

Tornare alle incombenze del mondo dopo un periodo di vacanza mentale, da lo stesso effetto di una doccia gelata dopo una sudata da facocero. Ti si ferma il sangue e gira la testa, senza tregua. Sono state necessarie, oggi, varie pause, qualche minuto di training autogeno fai da te, massicce dosi di caffè e sanipirina a portata di mano. Ma ce l’ho fatta. La routine ti sovrasta senza che te ne accorgi. Telefonate, mail, pianificazione della vita famigliare…. preoccupazioni piccole e travolgenti. Oppure il nulla che comunque pesa, incalcolabile e repentino. In questa giornata in cui si è riavviato l’ingranaggio di tutto, mi dedico un quadro del pittore veneto della fatica, dello sgraziato che tende al sublime, del cammino e del lavoro: Jacopo da Bassano e i suoi piedi da contadino, piedi che forse non hanno mai portato un infradito, non hanno mai goduto della dolcezza del bagnasciuga, dell’azione massaggiante del mare. I piedi di San Giuseppe e dei pastori sono l’emblema della sfinitezza di oggi. Adorazione dei Pastori, Jacopo da Bassano e bottega. Notte mondo.

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La rete e i grilli

Sulla mia poltrona, ora che tutte le piccole donne di casa dormono, realizzo che non ho la tv da tempo. Una scelta inutile di raffinata distinzione, secondo molti, noia della banalità per me. Godo alcune ore di silenzio e sento i grilli cantare in giardino, il russare di Rachele e il rumore dei trasformatori elettrici della ferrovia vicina. Tutto acquisisce fascino se lo si avvolge di silenzio. Oggi è arrivato però il momento della seconda partenza. Benedetta, dopo la prima, ha il cellulare. Dopo un lungo rimando al limite dell’incoerenza più becera. Con esso le nostre raccomandazioni, gli ammonimenti sulla rete che non conosce oblio, pietà e discrezione. Le nostre ansietà come memento mori per l’avvio del suo grand tour nel mondo della finzione.
“Fai attenzione! Facebook è pieno di cretini! Si vestono di coraggio ed interesse perché soli e senza termini di umanità, senza la minima possibilità di toccare nello sguardo prossimo la propria imbecillità”.
Parole così lontane …. L’educazione sentimentale ha deviato il percorso e corre come la luce. E le nostre raccomandazioni sembrano il fischio di un treno a vapore che incrocia la modernità sfrecciante ed affusolata. Nei suoi occhi c’è la voglia della scoperta, dell’autonomia e del pericolo. In lei esplode la fame per il mondo e i suoi trucchi. L’indigestione le verrà, senza complicazioni gravi spero. Vigileremo dal faro, inutilmente ed abbandonati alla fortuna e alla sua intercessione, l’unica che ci può salvare. Buon viaggio bambina mia, ora che dormi e mi hai consegnato il cellulare, ascolto i grilli fiacchi di rigore ed aspetto il sonno e la sua rete magica.

Michelangelo Pistoletto. Nuovo titolo dell’opera : La gioventù e l’incontro con la Rete. Libera reinterpretazione dello scrivente….

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Il felice matrimonio della suicida Virginia Woolf

Nei preparativi per il ritorno alla mia vita e al mio destino, mi sono concesso un’ora di sigaro in spiaggia. Il mare merita di esistere anche solo per questo diletto. Un giovane padre, indaffarato nell’allestimento della postazione da spiaggia della vacanza per lui appena iniziata, si concede, mentre il figlioletto sonnecchia come un bozzolo sul lettino, un po’ di lettura. Non ho visto il titolo ma cerco di scorgerlo, ma a caratteri cubitali vedo l’autrice: Virginia Woolf. Per ironia della sorte, l’ossuto villeggiante ha lo stesso naso aquilino, la frangetta da bravo ragazzo e gli occhi sempre allarmati di un mio carissimo compagno di università, poeta che venerava l’americana Emily Dickinson ed appassionato lettore della Woolf. La britannica me la fece conoscere lui e per lei, anche se una “romanziera”, si bruciò lentamente nelle braci dell’arte feroce, quella che ti consuma. É morto giovane, tutti abbiamo avvallato l’alibi dell’incidente stradale, ma tutti sappiamo, che come la sua amata Virginia, anche lui era divorato dal male di vivere, dalla pena del giorno sempre uguale a se stesso. La sua poesia era seriamente partorita come grido d’aiuto. Ma sperava intimamente di rimanere inascoltato. Lo incontrai quando il suo disfacimento interiore si palesava in modo brutale e l’alcol gli si era fatto famigliare come l’impellenza dei versi. Lo andai ad incontrare con la missione datami di salvarlo. Tra una stilettata al mio moralismo da samaritano ed un ricordo di gioventù, quando si disquisiva se fosse la prosa o la poesia l’arte più grande del secolo breve, mi accorsi ed accettai che il tedio é più perforante della ricerca della felicità. Parlammo dell’amore, dei ripudi subiti che lo straziavano, degli inutili ricoveri, di cura dell’inguaribile.”Non sono pazzo” mi ripeteva “mi affatica il vivere”. Fu l’ultima volta che lo vidi. Si allontanò dalla famiglia e riparò dalla nonna nei cui occhi troneggiava il presagio. Quando mi accompagnò alla porta mi salutò proponendomi un qualcosa da farsi con la sua orchestra Jazz, ma non l’ho mai sentito suonare il clarinetto. Poi mi disse “se non ci vediamo sarà perchè sarò con Virginia, con due sassi in tasca, nelle acque del fiume Ouse, non lontano da casa”. Fini` con la sua fiat tipo in un fiume dal nome meno letterario, alla fine dell’ennesima serata in compagnia della Solitudine. Ora lo rivedo reincarnato a pochi passi da me, concentrato con lo sguardo perso nelle pagine di Orlando spero, il suo libro preferito, una poesia in prosa diceva lui, con il suo bambino accovacciato in un sonno sereno e sua moglie, che certamente lo ama, nell’appartamento a sistemarsi i bagagli. Oppure altrove, nei pressi della Monk’s House, nel Sussex con la sua musa, quella donna lunga e dal naso vittoriano, a dirgli «Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»

Finale amarcord

Come tutto é finita anche questa vacanza. Ho gustato al dolcezza della mia famiglia e il profumo che porta di begonie e spensieratezza. Ora non mi manca nulla. I bambini giocosi che scavano crateri senza un perché, la grazia popolare dei costumi improbabili e dei chili soppesati troppo tardi, fanno da corollario alla mia voglia di tornare a casa. Le abbronzature con ansietà cercate in una stagione che profuma di autunno non sono altro che un tonfo di solitudine, dolcissima e necessaria. Forse mi mancherà solo la nostalgia della quotidianità che ora mi riempie i polmoni, con la salsedine sparsa da questo mare capriccioso, che culla con noncuranza i bagnanti. Se ci saremo, alla prossima, a Dio piacendo….

Chi dici che io sia?

Oggi, in questa domenica feriale che sembra un martedì, spaparanzato sulla sdraio come un cetaceo collassato, ho ripensato a più riprese alla domanda che nel vangelo Gesù pone agli apostoli. “Voi chi dite che io sia?”. Un sacerdote dimesso ma molto umano, nell’omelia di ieri sera, rivolgeva lo stesso interrogativo ai pochi presenti alla funzione presso la Chiesa del Rosario a Comacchio. Edificio ben ideato, rovinato da quei restauri in cui si pensa al marmo come alla panacea di tutto. Il mio sguardo era rapito da un crocifisso ligneo molto intenso e sofferente, ispirato, a mio modesto parere, a quel ferrarese precursore dell’espressionismo e dell’iconografia del sofferente che fu Cosme’ Tura. Il volto devastato e magro del Cristo in Croce, di un legno bruno che ancor più incupiva, e la domanda di Gesù, mi hanno fatto compagnia sino all’ora del vespro in spiaggia. Ma il mio arrovellarmi nasceva non tanto dalle risposte dottrinali e formalmente corrette che mi si paravano dinanzi ordinate, ma dalla domanda che dal profondo mi esplodeva nei confronti del figlio di Dio.”Chi sono io per te?”. Le riposte che ho suggerito al mio silenzioso Dio non mi hanno placato. Sono una creatura, il tuo figlio prediletto, la pecorella smarrita, un discepolo, un tuo testimone, un operaio della carità? Se non tu, qualcuno, che sia intimo con te, il principale, mi dia un’imbeccata. Le buone risposte iniziano a non bastarmi più. Chiudo il mio soliloquio con un quadro esemplare a cui spesso ho cambiato il copione. Parlo della Vocazione di San Matteo di Caravaggio, se non il pittore, l’uomo tardo rinascimentale che preferisco, per la mia immotivata simpatia per i dannati. Nella scena, tagliata dalla luce, in una locanda un po’ squallida, al Nazareno farei dire proprio questa frase “tu Matteo, chi dici che io sia?”. E Matteo, uomo pragmatico e moderno, quasi meravigliato ma sempre con la misura del disilluso, a rispondere: “Tu lo chiedi a me? Dovresti dirmi tu chi sono io!”. Buon Dio, non farmi le domande giuste, oggi prova se puoi, a darmi delle risposte sensate. Che siano arbitrarie, imperative, fulgide come il dito puntato del Gesù dipinto dal Merisi. Così sia. Amen.

Matrimoniale al tramonto

Dal mio terrazzino, vista la giornata piovigginosa, ho iniziato ad osservare gli atteggiamenti curiosi della fauna piccolo-borghese in vacanza. Un po’ di ostentazione, ordine da massaia ben porzionato e tanta bella roba. Già da ieri la mia attenzione però é stata catturata da una coppia di anziani che vivono dirimpetto la nostra villetta a schiera full optional per le ferie. Finché raccoglievo gli asciugamani i due procedevano alla passata del pomodoro da salsa. Lui con la lentezza con cui si sono spostati i continenti, girava la manopola di un passaverdure anteguerra ( primo conflitto mondiale si intende )…e lei, amorevolmente lo insultava con la costanza che solo le mogli hanno. Oggi, finché gustavo il mio mezzosigaro del dopo pranzo, li osservavo ancora sparecchiare, sotto una verandina compunta, dopo un frugale pranzo a base si pasta con la salsa di pomodoro, e bisticciare di tutto e niente, per sentirsi presenti, vivi per l’altro sino alla fine. Con loro mi sono inoltrato nel segreto dell’amore durevole, magari non da romanzo, non da film, ma robusto come i prodotti di fattura grezza, fatti per resistere ed invecchiare solidamente. Sono affascinato da questa prova eterna di resistenza. Tutto sarà cambiato per loro. La passione sarà maturata in un sentirsi posseduti da un unico destino. I sogni mancati si sono travestiti certamente da ricordi imbrattati di fantasia. Rimane la presenza lenta, costante, imprecisata nelle intenzioni, di chi é rimasto li` una vita, vicino. In serata erano seduti fuori, silenziosi, vestiti di novembre, con gli occhi fissi di colpa e di pantano. Appena li ho incrociati, ho rivisto i coniugi Manet, i genitori del famoso Édouard, con i loro sguardi assorti in un punto indefinito del passato, della loro vita. Non ho mai voluto così bene a due sconosciuti.