michele casella

Diario minimo

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28 gennaio 2023

Colour Spectrum Kaleidoscope, Olafur Eliasson

Da bambino avevo strane sensazioni. Mentre giocavo, all’aperto, nei pomeriggi assolati d’estate, mentre mamma e papà si riposavano al fresco dopo pranzo, sentivo le cose cambiare. Voglio precisare una cosa: la mia era una sensazione fisica. Nulla di filosofico, sciamanico od altro, almeno credo. Avevo la sensazione, anzi, la percezione, che le cose che mi circondavano, nel cambiare stato, facessero un rumore, un vibrazione ed io la sentivo. Sentivo il rumore della foglia che si secca, del filo d’erba che cresce, del grillo che cambia, invecchia, muore, Non avvertivo gli effetti di uno spostamento, ma il procedere del cambiamento, il flusso della vita. Lo ricordo molto bene. Ero presente e la mia presenza era viva nel Tempo. Dopo una corsa, inseguendo una lucertola od uno dei cani della nostra fattoria, mi fermavo, improvvisamente, per sentire il sangue pulsare nelle vene, il cuore muoversi, le ossa allungarsi. Suggestioni di un bambino di cinque anni. Può darsi. Ma il ricordo di quella sensazione è chiarissimo. Poi? Poi ho smesso. Non ci ho fatto più caso, non mi interessava più. Volevo giocare con la palla, imparare ad andare in bicicletta, guardare la TV. L’esperienza del cambiamento che il tempo genera in ciò che vive, ha lasciato un’impronta ed ogni tanto ci inciampo. Molto nitida è la sensazione della luce, come questa entrasse nelle cose, nel mio corpo, nelle piante. Chiudevo gli occhi e la luce spingeva per entrarvi. Una sensazione pervasiva che mi faceva sentire in parte violato, in parte accolto. Ripensandoci oggi, mi faceva sentire “facente parte”. Le parole purtroppo non bastano.

27 gennaio 2023

Oggi mi sono ritrovato nel solito ingorgo nel traffico. Quando accade due sentimenti si avventano su di me: la rabbia del rallentamento e dall’altra parte la gioia atipica che mi viene dal poter osservare la gente nelle proprie auto.  

L’auto diventa una specie di stanza segreta, nella quale ci si dimentica di non essere completamente soli; nel traffico possiamo pensare ad uno stato di autonomia, di solitudine momentanea, ma ci inganniamo. Il mattino, nella propria auto, siamo in vetrina: il mondo ci vede ma noi pensiamo di essere invisibili. 

Per questo ho pensato di riportare il mio diario su un blog aperto anni fa su cui scrissi pensieri disordinati ed inutili. È oramai desolato e non frequentato neppure da me. L’idea mi stuzzica. Nascondere nel luogo più visitato ed abitato del pianeta le mie parole fissate con l’atteggiamento di chi in macchina pensa e si perde senza accorgersi di essere visto. Questa mattina una signora giovane con un cappello che mi ricordava Truffaut stava parlando, penso da sola,  con animosità gesticolando con l’interlocutore materializzato nella sua immaginazione, tra la plancia e il sedile. Un ragazzo stava fumando una sigaretta con lo sguardo vissuto di chi pensa di aver già visto tutto della vita. Un artigiano sul suo furgone macinava un panino con la soddisfazione di un coyote. Un signore distinto osservava l’abitacolo immacolato godendo del suo status sociale, mentre il figlio, immagino, a lato si scaccolava come se non ci fosse un domani. Umanità fissata in una vetrina, come delle bambole di porcellana immobilizzate in un momento esatto della loro esistenza. Un lampo di umanità nel fragore del traffico mattutino. Così le mie parole le immagino come delle lettere mandate la mondo senza un destinatario. L’ostinazione della Dickinson a scrivere per il solo amore della scrittura mi sia compagno in questo viaggio. Spero solo di averne la costanza. E l’incoscienza. 

25 gennaio 2023

Ma perché scrivere? La domanda resta nonostante i rimbalzi di questi anni. La memoria non ha bisogno di esplosioni. Può rimanere sepolta. Quindi, perchè?
Per egoismo. Per quella sana, irrinunciabile, meravigliosa e bistrattata “virtù” che è l’egoismo. Si, solo per me, per il mio piacere, per me, solo per me. Arrivo a questo assoluto qui fuori dalla scuola di mia figlia, tra commenti calcistici, pettegolezzi e sguardi che rimandano altrove. Una certezza colta tra le banalità di un pomeriggio incerto di gennaio.

24 gennaio 2023

 

La memoria come spazio del ritrovamento. Scrivere il mio diario partendo da un distillato della mia memoria. Potrei ricostruire un filo.  

La memoria come mappa per tornare indietro a ciò che eravamo primitivamente o a ciò che avremmo potuto diventare. Alcune domande sono ricorrenti: se non mi fossi sposato, se fossi scappato in alcune occasioni, se avessi avuto maggior coraggio o mi fossi lasciato ammaestrare dalla paura …Il “se” non è un rimpianto, ma un’opzione. 

Un ricorso al passato da osservare con il beneficio del doppio.  

Luci, parole, flashback intesi come componenti di una psichedelia acida, sfocata, dai contorni giallognoli, ma piena di possibilità. 

Parlare, scrivere, rimembrare come se tutto avesse un senso certificato dall’ontologica comunicazione della presenza. Scrivo della vita quindi è vita! È vita? Qui abbiamo un altro doppio. 

Ma la sostanza su cui poggiare le parole può essere immaginazione, fantasticheria, menzogna deliberata. Non sono ancora convinto. Non voglio cedere al bisogno. Sono smarrito a causa della mia determinazione. A questo punto non mi resta che scrivere. 

Il sole mi avvolge. 

Questo è il ricordo di infanzia più limpido, forse il più nitido di tutti. Ho tre anni, lo ricordo benissimo. A tre anni passavo molto tempo con la mia cara nonna Rina. Lei per me è stata forse una mamma, discreta e silenziosa, presente, anzi, onnisciente. Quando io sono nato, suo marito, nonno Vittorio, è morto. La sua presenza, come anima in attesa di essere accolta nell’Ade, sembrava essersi depositata in me. Lei mi adorava, spesso in modo immeritato. Nelle mattine d’estate le stanze al pian terreno della nostra casa erano fresche, di un fresco vivo, frizzante, antico. Quel fresco che gli attuali condizionatore d’aria non riescono a replicare. Le stanze erano fresche ed erano grandissime. Oggi, che saltuariamente faccio visita a quelle povere camere in cui i miei genitori hanno deciso di concentrare tutta la loro quotidianità, mi sembrano così basse e anguste. Allora quelle stanze erano enormi; tutto odorava di vernice fresca, di muffa buona, di primavera in pioppeto. Con la nonna stavo bene. Era lì, ma non c’era. Facevo le mie cose, vegliava su di me, ma mi faceva sentire libero. Questa è una dote che hanno le donne antiche: colgono il momento per farti crescere e lo fanno senza pianificarlo. Fa parte del loro corredo di madri e di donne, fatto di un’umanità a volte spigolosa, ma genuina, rude, ma che incrocia l’essenziale. Con lei le mattinate passavano tra giochi di fantasia, avventure tra il tinello e la cantina. Alcuni appuntamenti scandivano questo momenti epico. La visita di Nello, il cognato di nonna, guardiacaccia e segretamente innamorato di lei. Il rombare di mio padre con i trattori sull’aia mentre si affaccendava a lavorare e a preparare l’attrezzatura. I cani che abbaiavano ad ogni piè sospinto. La torrida luce che verso mezzogiorno invadeva le finestre sottili e minuscole del nostro rifugio. E poi c’era la visita del Fiorino del panettiere, che sgasava sullo sterrato che portava a casa nostra. Il nostro panettiere parlava una lingua strana, “il ferrarese” mi diceva la nonna. Non capivo, capivo solo che la sua parlata era strana, ruvida, grezza ma con una dignità superiore alla nostra “cantilena”. Mi piaceva la situazione che montava e preannunciava il suo arrivo: lo sbattere della portiera, il suo passo appesantito, il suo vociare dall’aia per annunciarsi. Quel giorno fui più lesto di mia nonna. Appena riconobbi il rombo del panettiere corsi verso il portone della cantina. Per me fu un’impresa ardua, ma riuscii ad aprire il portone, lasciato socchiuso. O forse lo aprì lui sentendomi armeggiare. Appena si apri fui investito da un’immensità di luce. La fresca ombra che mi avvolgeva fu spazzata via dal sole, dalla sua forza. Rimasi accecato per un po’. L’uomo di cui non ricordo il volto mi chiese nel suo dialetto: “bel bambino, quanti anni hai?”. Alzai la mano e con le tre dita della mano sinistra, ai tempi ero mancino, cercai di arginare il sole. Le tre dita divennero come una specie di amuleto inondato di energia, come una mossa magica gradita a Ra. Il sole mi avvolse e mi lasciò senza fiato. Mentre vivevo la mia estasi apollinea, la voce pastosa del panettiere mi riportò lì. I miei occhi si abituarono e lui, con un sorriso aperto ma reso incerto dai denti pieni di malanni, farfugliò qualcosa che non capii, salutò la nonna che mi venne in soccorso e se ne andò. Quell’ondata di sole la ricordo come ora. A tre anni ho fatto un bagno di luce e ne sono uscito vivo. 

22 gennaio 2023

Scrivere per scrivere non ha senso. Come non ha senso scrivere nella speranza dell’immortalità. Molto spesso mi è capitato di immaginare:”un giorno troveranno queste parole e …”. E cosa? Spesso immagino, quando scrivo, il volto del destinatario cercando di interpretare la sua espressione, il suo accigliarsi, l’impercettibile tellurismo dei moti facciali per scegliere parole, punteggiatura, quei pochi artefizi che conosco o presumo di conoscere. La faccia di chi legge prende forma nella mia immaginazione, e da lì un fluire di parole calibrate per il destinatario delle mie effusioni… Un bell’espendiente finchè rimaniamo nel circuito delle utilità, del comunicare per lavorare, la prassi, la performance. Ma un diario e un’altra cosa. Un diario è la nudità. Davanti un diario una persona si rivela fragile, spoglia, senza alcuna maschera. Un diario è uno stato di non belligeranza. Scrivendo ora, mi immagino la faccia di chi dovesse leggere … Vedo i sorrisi a mezz’asta, lo scuotere del capo, l’ironia che non vuole esplicitarsi sperando di non essere crudele ma diventandola inevitabilmente. No, un diario non lo scriverò mai. O forse sì… Ora non so. Scrivo con l’irruenza di un cinquantenne travolto dai social, Wattpad, WordPress, Facebook (seppur con dei pregiudizi di fondo pesanti per quest’ultimo, un certificatore di idiozia), e tutto quello che ti può far credere di essere in cima ad un pulpito digitale con milioni di ascoltatori oranti. Invece oggi le mie parole sarebbero affidate ad un universale oblio. Un mare di dimenticanza. A senso decidere di scrivere. Impegnarsi? Scrivere per scrivere sembra l’unico alibi. Scrivere per la gioia di fare qualcosa di magnificamente inutile, sembra la via di uscita. Cosa potrebbe essere un diario dunque? Un viaggio fatto di parole per provare l’ebbrezza di un’eiaculazione del pensiero; un esercizio svolto per affermare il nostro esserci; lo “scrivere” inteso come testimonianza di un esserci in primis a noi stessi.
Scrivere un diario, scrivere di noi per piantare un vessillo, per temprare la lega del nostra presenza. Scrivere per esserci. Ma perché ora? Ora che forse ho vissuto più della metà della mia vita? Non so. Ora per certo so bene che non posso capirlo.
Davanti ad un disvelamento che mi fa vivere la thaumazein, cioè la meraviglia che ci sbigottisce, sento il bisogno di scappare; la memoria può essere un giaciglio fantastico per stemperare la fuga. Scappare, non fuggire. Cercare una via diversa per non tornare indietro.

Ricordi d’infanzia estivi

Autore: 
Borrani, Odoardo (1833-1905)
Titolo: 
Orto a Castiglioncello

Quanto i silenzi estivi hanno riempito le assenze,

hanno placato gli echi delle turbolenze delle periferie,

proiettato su tracciati luminosi fatti di ghiaia infinita,

come rotaie che conducono nel meriggio assolato,

al sole spietato di luglio, le mie indecenze infantili.

La forma dell’acqua nei fossi putridi rigogliosi di vita,

la terra arsa, screpolata e gialla di luce,

Il profanare mio la solitudine estiva della canicola,

il mio cappello sgualcito e il mio sudare inutile,

per andare lontano e poi tornare nell’aia pulita senza ombre,

mi resta come un’abbronzatura eterna dello Spirito.

I cani sfatti all’ombra, i miei cari in siesta, la tv banale,

le campane olfe[i] , i miei pensieri senza consistenza

che cercano un filo d’aria torrefatta,

un giro di ballo padano e villoso,

per alzarsi un qualche metro, slanciarsi

nella pista della sagra,

per poi cadere come pula bollente.

Radici che si assottiglino,

il mio essere della Terra che viene memo,

 la ricerca di un approdo

nel mare sterminato di abbagli candidi

che bagna nei ricorsi

le mie estati d’infanzia:

mi resta solo il profumo dei vuoti accecati,

del candore feroce che si conficca

nei miei occhi dolenti al sole leone.


[i] Olfo, aggettivo dialettale che riproduce la voce appena ci si sveglia o dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente

#Session 1 PARLA BENE E PENSA SANO. 

C’è un diaframma tra il pensiero nella sua originalità, schiettezza, potenza e la parola, mediata, ripassata e alla fine scagliata con prudenza nel mare magnum della comunicazione.  

Il poter dire “Mi son rotto il cazzo” oppure un più maccheronico “ ma vai a cagare” o addirittura un pittoresco “vaffanculo” (doverosamente  tutto attaccato per i puristi accademici postprandiali) è un’esperienza liberatoria come una cagata dopo giorni di stipsi (per restare in tema). 

Aulico e scurrile, basso e alto, la varietà della parola e del tono che si fonde che dal caos fa nascere un suono, una parola. Ma non è meraviglioso? 

Le parole possono dire qualcosa di noi, ma non dicono tutto. Anzi, spesso non dicono niente. Niente o nulla. “Niente” inteso come qualcosa che potrebbe esserci ma non c’è per un qualcosa che non dipende da ciò che non c’è. Il “Nulla” non c’è mai stato e ontologicamente non potrà esserci. Il nulla è il non è. 

Mi piacciono le dicotomie. Nella stagione della polarizzazione, del dialogo bipolare, il sano aut aut o vel vel  categoriale è una certezza, un bene rifugio, è una conferma. Il grigio c’è, la mediazione ci avvolge, ma è meraviglioso nella finzione della scrittura ridurre tutto ad una positività o negatività. Con me o contro me, bianco e/o nero. E/o … Questo è il grimaldello, il senso del disquisire, il ponte di Eraclìto. 

Quando parli devi sempre mediare preliminarmente. Devi pensare a quale sarà l’effetto del tuo dire. Cazzo… che bello invece sarebbe poter parlare senza che il decantato delle parole lasci il segno. UN fluire, un fiume in cui l’acqua bagna e basta e lo fa sempre in modo nuovo, ma con diverse carezze. 

Un filo diretto pensiero e parola. Senza aggiustamenti. Un flusso, una corrente che trascina nell’Infinito. 

La volgarità infondo è il tentativo della natura delle cose di sopravvivere, di liberarsi dalle costrizioni i sociali e linguistiche. La potenza della parola è l’abbattimento della diga che contiene il pensiero. È un flusso naturale. È un diretto, una valanga, un’eiaculazione di immediatezza e di vita pulsante. 

Immagini forti? Chissenefrega (sempre in accademica ortodossia).  

Non mi legge nessuno, qui. Questo è il mio angolo di intimità in un locale chiassoso e intasato da umanità multiforme, ridicola e meravigliosa, appagante e meschina, dolente e dolorosa… un po’ come me.  

Non sono nessuno e questo è maledettamente liberante. Cazzo.  

Pensiero e parola. Sfumature del canto dell’Essere. Divise nel mondo, partorite nella stessa caverna. 

Sessione aperta, sull’argomento ci torno. 

Santa Lucia e il grande inganno

Una sera a cena le mie due bambine tra un boccone e l’altro se ne escono con una di quelle domande che un genitore non vorrebbe mai affrontare: «Ma esiste Santa Lucia?».

Lo sguardo mio e di mia moglie ha certamente lasciato trasparire tutto l’orrore e l’angoscia innescata dalla domanda… Ma anni di genitorialità spavalda e feroce ci hanno permesso di affrontare la sfida, credendo da illusi che con poche mosse saremmo riusciti a cavarcela. Uno sguardo di intesa, gli occhi penetranti di mia moglie che mi invitano a parlare ed io, dopo aver protratto a lungo, troppo a lungo, il mio ruminare, mi accingo come un oracolo a riportare l’ordine, da pseudo gesuita, svincolando dalla domanda e rispondendo con un’altra domanda. Posso farcela, hanno meno di dieci anni, abboccheranno sicuramente. Guardo mia  moglie con quell’aria idiota di che ha la soluzione in tasca, ha l’asso in mano ed è pronto a calarlo… Sono un adulto, sono un papà, sto affrontando una pandemia… posso farcela, cazzo, a non farmi abbattere dalla verità impellente.

«Come mai questa domanda piccole?» chiedo bonariamente alle mie creaturine cercando di prendere tempo, ma con il sorriso di chi ha già vinto.

«A scuola tutti mi prendono in giro perché mi dicono che Santa Lucia non esiste, che in realtà sono i genitori a fare i regali … pensa papà, hanno detto che neppure Babbo Natale esiste…dove andremo di questo passo». Miriam mi osserva con aria fiera e Rachele annuisce vigorosamente a sostegno delle istanze della sorella. Io e mia moglie raggeliamo. Il terrore abita ora stabilmente nei cuori di entrambi. Sanno più del dovuto. La loro domanda non nasce dalla speculazione filosofica. Nasce da un fatto, da un riscontro, da un’esperienza.

Abbiamo paura. Tanta paura. Cosa fare? Dire la verità e distruggere la magia di un momento così inteso, forse il più bello dell’infanzia di ognuno di noi? Chi tra gli oriundi della terra della Serenissima non ha vissuto con trepidazione lo scrivere la letterina a Santa Lucia, ha ascoltato tutte le storie a corollario della Santa e dei suoi viaggi, l’ha attesa pieno di eccitazione il mattino dopo il suo passaggio, oppure, per i più fortunati, ha goduto della visita della Santa in carne ed ossa, vestita di bianco, con il “Gastaldo”, una sorta di zoticone acciaccato che accompagna la Santa cieca con un asinello dagli occhi smarriti che sembra chiedersi «Ma io che c’entro?».

Oppure svelare l’inganno, dire alle bambine che è così, che sono i genitori a fare i doni per Santa Lucia ai loro cuccioli?

I secondi scorrono, mia moglie mi guarda sofferente, come se avesse il ventre squarciato. Io penso di fuggire, fingere un’urgenza e andare in bagno per glissare la prova e riorganizzare le idee, Debora capisce e mi afferra l’avambraccio con una presa che sembra un arpione e dal suo respiro affannoso sento sibilare una frase che più o meno suona così: “Non andartene vigliacco…”.

Sono un vigliacco, lo so. Infrangere una magia è terribile. Ma non ce la faccio, non ce la posso fare.

Tento la carta della diplomazia. “Bambine ne parliamo dopo”.

In pochi secondi la morte beffarda e scheletrica armata di falce su un cavallo bianco comincia a scorrazzare per la cucina falcidiando le mie buone intenzioni e mozzandomi la testa per giunta. Distrugge piatti, taglia il divano con due rasoiate, distrugge la tv e la mia testa rotolante va ad ammaccare il frigorifero.

Una tragedia. Le bambine iniziano ad urlare disperate. «Ma allora è così! Santa Lucia non esiste. Perché ci avete ingannato?».

La fine è vicina. Ma questa è un’altra storia.

Cosmologia artistica: breve trattato sull’arte, chiave interpretativa dell’Universo

ALCHIMIA-POLLOCK

È evidente che il mondo sta procedendo in modo irrefrenabile nella sua corsa entropica verso il disfacimento. Anzi, mesciando altre teorie, verso la “ricreazione”. L’universo non è votato all’autodistruzione, procede inesorabile ad un qualcosa “altro” che non possiamo concepire. In questa pillola ci sta dentro ogni teoria: quella del “Tutto”, della “Generazione continua”, “L’eterno immobile” e del “Sommo orologiaio”. Troppi virgolettati, ma sono un principiante del pensiero. Noi cosa ci facciamo su questo veliero alla deriva nello spazio-tempo? Siamo semplici clandestini che possono mirare i flutti dell’eterno senza comprenderne il senso? Alcuni strumenti per intrappolare nello scibile questa immane vicenda dell’evolversi del tempo e dello spazio ci sono stati dati. Voglio parlare brevemente solo di alcuni: la linea, il colore e l’occhio.
La linea è una codice umano, non esiste in natura. Grazie ad essa però possiamo delimitare virtualmente lo spazio. Lo possiamo contenere al fine di una possibile traccia. Dargli forma, recintarlo, antropomorfizzarlo. La linea fissa razionalmente la percezione dello spazio. Lo fa dapprima imprigionandolo, poi reinterpretandolo in uno slancio di assoluto. È una causa ed un effetto: l’esigenza impellente dell’uomo di decifrare e nel contempo, dopo un percorso di astrazione, liberare il visibile, con il segno, travestendolo in pensiero. Dalla razionalità rinascimentale all’astrattismo, dal turbinio barocco al neoclassicismo, tutto si può fissare in una lotta interpretativa dello spazio, nel tentativo di contenerlo nella mente occlusa dell’uomo. Piero della Francesca e Canova insegnano.
Poi c’è il colore. Questo è la sintesi della luce e della materia. Cos’è l’universo se non luce e materia? L’uomo è una delle creature privilegiate. Può percepire il mondo sensibile a colori. Molte altre creature non sono attrezzate per vivere questa esperienza. Qual privilegio! La nostra vita come dono cromatico, come esperienza della luce che impastandosi con la materia, genere se stessa. Il colore è il timbro del tempo sulle stagioni, l’alfabeto del sensibile infinitamente vario e del percettibile alla mente limitatamente eterno. Il colore basterebbe a se stesso per una rappresentazione della realtà. Ma resterebbe eternamente solo, malinconico. Ma il colore può peccare di autoreferenzialità. Eccone le prove. La pittura materica dell’ultimo Tiziano, macchie di colore stese con le dita, El Greco con la placche cromatiche della sua espressività trasognante, Rubens e l’approssimazione della luce sviluppata con il colore. Sino ad arrivare agli impressionisti, Seruat e il divisionismo, sino a Mondrian, il blue di Yves Klein, Rothko e i suoi monocromi spirituali, tutto l’espressionismo zolloso e maniacale di Pollock, sino a “Le Gros” di Franz Kline con la sua linea di colore, tratto dell’individualità della pennellata, stigma del Novecento. L’esperienza cosmica del cromatismo, dei suoi elementi materia e luce, è avvincente.
Arriviamo all’ultimo compagno di merende: l’occhio. Senza di lui sarebbe la notte, una notte senza stelle. L’occhio é la finestra del pensiero. Solo grazie a questo, trova un senso l’arte Concettuale, quella Povera, Land Art e Minimal Art e il Melting Pot.
Tutto questo per affermare che l’universo è un’immensa opera d’arte, che con la linea, il colore e grazie l’intercessione dell’occhio, possono essere possedute in modo fittizio ma carnale. Ma l’uomo questo non lo capisce, condannato a sbranare senza conoscere l’essenza.
Cinque opere che rappresentano questo pensiero.
Una raffigurazione del cosmo, con la tangibile esperienza della linea e del colore: Vasilij Kandinskij, Ognissanti I, 1911
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Piero della Francesca e la linea: Flagellazione di Cristo
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Cattelan, il Dito. L’occhio viatico del pensiero.
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La solitudine dei punti e del colore: Study for ‘The Channel at Gravelines, Evening’ – Georges Seurat

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Tiziano, autoritratto, particolare. L’occhio, la luce e la ricerca della linea.
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Alla prossima.

Carnevale Alieno

Carnevale di mezza quaresima. Gli ortodossi direbbero che si tratta di un frutto fuori stagione. Si tratta invece di una grande occasione. Gli eventi inattesi sono premesse  minime per le rivoluzioni cosmiche. Dico questo perché oggi, impalato a salutare le mie bambine sul carro dal marciapiede affollato di bizzarria, dopo aver deglutito la mia dose giornaliera di coriandoli ( avrete certo notato la facilità con cui si infilano ovunque? È incredibile! ), ho fatto un viaggio della mente incredibile. Un trip direbbero alcuni dei miei famigliari più sgamati. Nel bel mezzo della bolgia, mi sono sentito magnificamente solo, e quasi d’incanto si è aperta una voragine spazio temporale tra me è il Tutto. Non ho esagerato con gli alcolici, pur avendone licenza. Ma nel bel mezzo del carosello, con la banda musicale vestita da messicani, magiorette attempate che vagavano un po’ confuse davanti a carri di un kitch travolgente, con musiche latino-americane amplificate a tal punto da sentirsi sino su Venere, bambini festanti e piangenti, machi nostrani e starlette sommerse di schiuma, ho avuto l’illuminazione. Non siamo soli nell’universo. L’ho capito perché lo spazio astrale che si è creato ha fatto da eco ad una voce lontana, anni luce, forse su un altro pianeta. Non ho capito letteralmente, ma dal tono divertito sicuramente chiamava altri a venir a vedere lo spettacolo pop che si stava consumando in un minuscolo paese della pianura padana. Contatto possibile grazie ad un imbecille, il sottoscritto, che in mezzo a quel casino pensava all’universo. Non sto scherzando: ho avuto la percezione certa che si fosse stabilito tale canale. Ho sentito lo sguardo divertito di un extraterrestre, che fissava incuriosito la carovana festosa, gli avvinazzati improvvisare simpatia e strabordi di verità, gli adolescenti molestare altri adolescenti ( di sesso opposto ) nel gioco eterno del corteggiamento travestito da scherzo puerile. E i suoi occhi ( sempre che l’entità aliena li abbia ) erano languidi di tenerezza e voglia di capire, come quelli di un bambino davanti ad una coppia di pesciolini rossi che copulano ( sempre che lo facciano ) nella limpida boccia d’acqua. Quel guardare mi ha attraversato e nel farlo ho sentito che non sono solo, anzi in ottima compagnia. Stupendo! Pensiamoci bene. Possibile che ci sia solo questo, piccole gioie, sofferenze e fatiche, eroismo e banalità? Come possiamo credere che le cose che si riproducono con diverse sfumature in spazi diversi del pianeta, che alla fine si rifanno sempre all’uomo e ai suoi eccessi o recessi, siano uniche. La creatura che spesso rappresentiamo in modo imbarazzante ha prevalso nella gerarchia naturale, ma siamo le uniche dotate di pensiero ed umorismo nello spazio interstellare? Chi ha un minimo di ragione non può contraddirmi. Immagino una carovana di carri allegorici spaziali, ballerine dalle forme inconsuete ballare su un altro pianeta, scimmiottando la tenerezza prodotta da quegli individui pallidi che abitano il pianeta Terra. Lo scrivo anche se credo che alcuni inizieranno a dubitare della mia stabilità mentale. Ma in fondo siamo carnevale. Ragionevoli sbavature sono concesse.

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