michele casella

Diario minimo

A mia moglie che amo in modo sconsiderato

La lontananza, quando vi sono legami profondi, assume un sapore introspettivo. Il tempo a disposizione per il pensiero apre i battenti alla purezza dei ruoli. Debora, mia moglie, ha un posto di sovranità indiscussa nel mondo sentimentale che abito. Un affidamento, una scelta mia, la costrizione è altrove, non con lei. In questa settimana d’immersione nell’arte è palese quanto la mia donna sia perfettamente terrena. Intesa nel senso più alto, quasi mistico. La sua gravità mi ancora al bene del qui e ora, la sua prudenza è la materia che compone il colore e da la consistenza al segno che imbratta le pagine della vita. Senza nulla da perdere il carboncino non solcherebbe la carta e la lascerebbe bianca, senza memoria. Il suo sorriso é la conferma che Dio è un creativo che sa fare il suo lavoro ed è una grande consolazione. La mia sposa operosa e concreta mi trattiene alla terra e mi immerge nell’amore che produce l’arte del mestierante, dell’artigiano. Mia moglie è così: perfettamente umana e dolcissima. Il crinale sul quale cammino con lei tra sacro e profano è l’avventura del nostro matrimonio, del sentimi suo totalmente e pienamente. A lei che è un punto attorno al quale orbito, che è divisionista quando affrontiamo la vita ed impressionista quando l’accogliamo, dedico un’opera di Pierre Bonnard le grand jardin del 1894-1895, che la rappresenta e dipinge, come ogni sera, con i nostri figli, divina sul far del tramonto.

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L’industria del turismo

Poi arrivi al Louvre e ti manca il respiro. Il mondo è qui e per soli 12 euro. Una miseria per godere della storia dell’umanità degli ultimi 5000 anni distillata in segno, colore e materia. Come ci si sente piccoli e fortunati. Il mistero degli egizi, il protobarocco etrusco. La razionalità artistica dei greci, i volumi e il realismo romano e il ritratto alessandrino. Poi tanta Italia per arrivare a quel fenomeno di costume che è la Gioconda irrisa da quel francese secco e vitale di Duchamp. Tizian, Caravaggio, Mantegna. Una degna delegazione.
L’esserci vale il viaggio.

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Paris by night

Se la Parigi diurna è un crogiolo di fretta e di diffidenza cosmopolita, durante la notte si ubriaca di retorica e poesia. È una città fatta per il buio, per le luci elettriche aranciate che la fanno un po’ deco’, signora attempata ma ancora piacevole. La notte Parigi è una città dipinta, un poster sdrucito dalla storia, appartiene ad una dimensione che solo l’arte, con approssimazione, può argomentare. È il ritratto fedele di tutti quelli che la amano.

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Metropolis

Nella metropoli parigina ci si sente come un batterio in una cucina malsana. Una fiumana di volti, vite, preoccupazioni che corrono ininterrottamente. Non si trattiene l’umanità! Cola ovunque. Si è una parte infinitesimale di un sistema ecologico nelle relazioni ed economico nella ragioni. Inizio in differita ad apprezzare la provincia. La dolcezza della mia campagna. Pur villani ma pur sempre qualcuno. La Grandeur è un insieme immenso di non persone. È un tutto. Mi è bastata una giornata per sentirmi solo.

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Scrivere è vivere

Perché scrivere quotidianamente un diario, un blog? Per fuggire dall’oblio. Il bisogno profondo di sopravvivere alla memoria attanaglia chiunque. Un fumettista definiva gli artisti in due categorie: i marziani, quelli che segnano uno spartiacque tra il prima e il dopo; poi ci sono gli artigiani, quelli che animano le pagine di storia e del divenire di ogni giorno. Aggiungo io, sommessamente, la categoria dei graffittari. Quelli come me che graffiano la storia trattenendone un’inezia sotto le unghie. Un po’ vandali, artisti nelle intenzioni, banali per tutto il resto. Ma quel segno rimane, per sempre. E questo concede una misera sensazione di eternità. Tra un ‘ora sono in aereo quindi non ho accesso alla rete. Lascio il mio segno ora, qui al gate 2 per Parigi. Bonne nuit.

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Salvini e la barbara verità.

Sono due le cose che posso dire con assoluta certezza in politica. Non sono mai stato leghista e berlusconiano. Comunista da giovane, in fondo tutti quelli che non avevano successo con le ragazze lo erano, democristiano in divenire. Fatta la premessa arrivo al dunque. Il discorso di Renzi in Europa è stato un esempio assoluto del nulla retorico. La luna di miele sta finendo rovinosamente ( le tasse condite dalla ripresa tardiva faranno precipitare gli Italiani verso la realtà ) e il timore è che stiano finendo le azioni di prestigio che hanno fatto innamorare il popolo italiano del Magnifico. Spero ovviamente di venire smentito dalla storia e dai fatti. Gufare non piace a nessuno. Purtroppo, da Renziano della prima ora, quando esserlo significava essere perdenti, ora pentito, non posso che riconoscere che la discontinuità con il governo Letta e Monti non c’è, gli ottanta euro sono stati un abile manovra elettorale che verrà cancellata dalle nuove tasse sui servizi ( TASI in primis ). A tal proposito TASI in dialetto veneto è l’imperativo del verbo tacere, traduce il “TACI!”. Una triste coincidenza. Evoca frasi del substrato leghista del tipo “tasi e paga mona ….” Ricorsi storici di un celodurismo duro a morire. Cosa c’entra Salvini. Il suo intervento, dopo il discorso del buon Matteo, è stato lineare, chiaro, inappuntabile su tutte le questioni. Anche per quelle più barbare, come l’operazione “mare nostrum”, che sta mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei disgraziati che tentano la traversata. Non condivido la posizione leghista ma non posso che cedere alla ragion pura seconda la quale il leghista detenga un minimo di ragione. L’Europa è una somma di egoismi e non vuole assolutamente condividere il peso dell’accoglienza di questi disperati che fuggono. L’Europa continua nel suo rigore ragionieristico, confermando il fatto che non è più un consorzio di popoli ma una struttura in mano alle banche. Le pance degli Italiani si svuotano lasciando l’eco alla dialettica impietosa del leghista Salvini, che con barbara ragione demolisce l’ottimismo oramai inconsistente di Renzi. È finito il miele, ora tocca il fiele. Poi, alla luce degli interventi innescati dalle dichiarazioni di Renzi, l’idea che sia possibile cambiare l’Europa da dentro, onestamente pare una bischerata pazzesca. Cosa c’entra tutto questo ora, dopo una calda domenica oziosa e famigliare? Niente.  Ma di fatto scrivo per me e quindi…

Meriggiare pallido e assorto, ovvero assenze volontarie

Penso capiti anche ad altri, ma spesso sento in modo sensibile un distacco tra il mondo esteriore e quello interiore. Una specie di dissociazione che presumo essere il preludio allo svelarsi della mia natura psicolabile ed istrionica. Non mi reca disagio tutto ciò, semplicemente un senso di vuoto da riempire. La stessa sensazione che si prova scendendo precipitosamente da uno scivolo ripido. É una parentesi veloce, poi subentra profumatamente un agio indescrivibile, paragonabile all’emozione che provo quando mi arabesco la mente di parole e situazioni improbabili, di congetture che altrove potrebbero essere lette come poesia o delirio letterario. Una pace che nasce dalla compattezza e dalla solidità che vive dell’accontentarsi. Robustezza e distacco, le mie due vive di fuga. Scollegamento tra vita e interiorità, così nettamente separate da potermi permettere il lusso dello spettatore pagante che può sbadigliare anche davanti al dramma dell’esistenza, non la mia, per fortuna, felicemente anonima e serena. I demoni del progresso mi invitano a svoltare, a scompormi, a prendere una posizione netta, irriducibile, a macchiarmi della rovina del tempo e dell’affanno. Ma il male di vivere non mi appartiene, troppo alto per la mia ordinarietà. Hanno ragione però i saggi, dovrei visitarlo; non ne ho voglia. Desidero solo bearmi del meriggio caldo nel mio letto fresco e sfatto, aspettando sera, lavorando il giusto, fumando con moderata adorazione un sigaro stagionato e pensando alla cena. Nichilismo, esistenzialismo di provincia, non so…? Con questo piccolo stratagemma, la decadenza del mondo mi passa attorno senza sconvolgimenti, come un intervallo malriuscito di un’opera che vale per lo meno il biglietto. La decadenza, la scenografia costante alle gesta della nostra storia attuale, senza speranza e slanci, un po’ cafona, ridicola come un cieco conducente, è il palco migliore per riprendere il volo. Alla fine la morte arriverà, mi troverà in ritardo, ma avrà gli occhi chiusi e la bonaria pazienza di una madre oramai stanca ed anziana.

Del crocefisso e di altri orpelli di un’Europa che non c’è più.

In queste settimane ovunque infuria la battaglia dei crocifissi. Prima il nostro presidente della provincia di Verona crocefisso don camillo poi Bitonci, neosindaco di Padova. La questione dello stemma cristiano per eccellenza sta spopolando in particolare sui social. Ma la fede ha bisogno di simboli? Penso che essa, sempre che serva qualcosa difenderla o promuoverla, si trasmetta per trapianto vitale, con i fatti, con la vita. In questo senso mi viene in soccorso il pragmatismo di San Giacomo, che nella sua epistola così afferma: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Lettera di San Giacomo, cap 2, 14-18 ). Concludendo di certo la cristianità intesa come dimensione profonda dell’incontro con Cristo, non trae alcun beneficio dalla crociata dei crocifissi.
Se trattasi di un’azione per ribadire le radici “profondamente” cristiane dell’Italia e dell’Europa, ben venga il tutto. Non perché sia necessario un pedigree certificato del nostro continente, ma la cultura, ce lo insegna l’arte post concilio di Trento che ha fondato le estetiche nazionali, ha bisogno di simboli. Il nostro presente inoltre ha bisogno di fondamenta per proiettarsi nel futuro ed è indubbio che le radici sono cristiane. Peccato che la costituzione europea abbia ceduto ad un laicismo culturale sterile ed oppositivo. Avrei preferito qualche crocefisso in meno, ma che fosse inserito nell’atto costitutivo dell’Europa un rimando alle radici cristiane. Non per amarcord, ma per un bussola identitaria che non indica più riferimenti. Purtroppo noi abitanti del vecchio continente siamo così, dopo la perdita del primato mondiale, rassegnati al ruolo di comprimari che per non scimmiottare i veri leader del pianeta si ungono di inconsistenza. Nei democratici Stati Uniti d’America, il presidente giura sulla Bibbia e nei tribunali si giura da sempre sul testo sacro. In Europa siamo irreversibilmente inclini al rinnegare il nostro passato perché abbiamo timore del nostro futuro. Parigi non vale più una messa. Ora i laici professanti, mi sovvengono un paio di facce corrucciate, diranno che la fede è stata causa di tragedie, di guerre nefaste, di schifezze indicibili, una “ripulita” era necessaria. Il vero protagonista di tutto il male che ha corroso la storia è stato l’uomo. La fede ha invece bonificato l’Europa, ha salvaguardato la cultura antica, ha promosso l’arte lasciandoci un’eredità immensa, ha fondato l’idea di persona che è alla base di ogni stato sociale.
Se i crocifissi dunque aprono una breccia nella riscoperta della nostra identità e delle nostre radici, così sia!
Nel caso sia tutta un’operazione per colmare il vuoto della politica, che Dio ci aiuti……

Volpe e il suo segreto.

Oggi muore Maria Luisa Spaziani. Poetessa e compagna intellettuale di Montale. Per chi ha studiato, per oneri universitari, il poeta di Ossi di Seppia, sicuramente sarà precipitato nel gossip letterario-fantaerotico dei rapporti di questo solenne poeta con le donne. Clizia, Mosca e Volpe, questa la sequenza. Ho sempre tifato per la Tanzi, per Mosca, sicuramente la più ordinaria, la moglie discreta, che ispirò quella poesia magnifica che è “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, la n.5 di Xenia II. La giovane poetessa, l’amica divertente e divertita dal poeta sommo che “ballava per lei”, mi ha sempre urtato. Forse per l’ambiguità di quel rapporto, di quella relazione sublimatasi nei versi, magnifici. Non ho mai creduto nell’amicizia tra uomo e donna. Nell’amicizia tra la Spaziani e Montale oggi sì, oggi ci credo, oggi che è morta sobriamente e che ha portato con sé il suo segreto, l’eredità di una stagione letteraria straordinaria, in cui i vati seppero solo dirci “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Rileggiando qualche anno fa una rivista di poesia moderna, lontanissima per spessore da Solaria e da Lacerba , ho incontrato Anniversario di Montale. Libero dalle ansie scolastiche, l’ho letta come un commiato di un uomo sazio di vita, spronato ancora alla vita dalla concretezza e dalla natura di Volpe. Volpe per quello straordinario amico, Maria Luisa per tutti gli altri. Me la dedico. Orevuar, professoressa.

 

Dal tempo della tua nascita

sono in ginocchio, mia volpe.

È da quel giorno che sento

vinto il male, espiate le mie colpe.

 

Arse a lungo una vampa; sul tetto,

sul mio, vidi l’orrore traboccare.

Giovane stelo tu crescevi; e io al rezzo

delle tregue spiavo il tuo piumare.

 

Resto in ginocchio: il dono che sognavo

non per me ma per tutti

appartiene a me solo, Dio diviso

dagli uomini, dal sangue raggrumato

sui rami alti, sui frutti.

Addio alle armi

Dopo mesi torno a scrivere nel blog. Rinnovato, più sobrio e stagionato. Il mio diario, minimo per  convenienza oppure modestia. All’inizio il blog nasceva come strumento elettorale: faceva tendenza, lo hanno tutti e nel mio piccolo non mi sono fatto mancare nulla. Ora voglio imbrattare le pagine virtuali con tutto quello che condisce la mia vita immersa nella bucolica dimensione moderna del fastidio cosmico (  citaz. ). Lo faccio per me che ho fatto il giro boa, per le mie piccole che mi trattengono nella gioia, per l’Africa parte della mia vita che mi rivela il divino, per l’adolescenza di chi amo che mi invita a rinviare il suicidio, a mia moglie che è bellissima e mi fa ridere sempre, alla morte che mi incrocia casualmente per strada e mi fa un cenno di saluto, al tempo che è un vuoto a perdere. Per le occasioni mancate, per chi odio e rispetto e per chi amo indegnamente. All’amicizia che è rara ed ha sempre ragione. A te Chet, trombettista dell’infelicità e alla tua ragazza un po’ roca, oltre il cielo cobalto di stasera, oltre lo sferragliare notturno verso la città rossa, oltre….