michele casella

Diario minimo

I voti si danno alla fine

Massima serale ad un concorso di risotti…. I voti si danno alla fine, quando si ha un quadro d’insieme. Saggezza risicola. Non si finisce mai d’imparare.

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Intervista a Mario Adinolfi, autore del libro “Voglio la Mamma” Mario Adinolfi, giornalista, conduttore radiofonico, blogger e giocatore di poker di fama internazionale,è stato il primo italiano ad arrivare al tavolo finale del World Poker Tour. Autore di due saggi Il Conclave ( Hacca 2005 )e Generazione U ( Hacca 2007 ) e dei romanzi […]

Mantra omofobico

Non voglio parlare delle persone omosessuali e della loro sacrosanta libertà di far quel che vogliono in camera da letto.
Non vorrei parlare della famiglia, progettata dalla Natura, che l’uomo vuole distruggere, vuole manipolare, vuole piegare.
Non voglio parlare della polemica che frulla l’ordine e libertà individuale, amo troppo la pasta per non mangiarne.
Non voglio parlare delle fobie mie ed altrui, non è più tempo di confronti.
Non voglio parlare delle verità supposte che alla fine sono solo opinioni, e della lesa maestà al “Pensiero Unico”.
Non voglio parlare di chi é uomo solo quando é “social”.
Non voglio parlare della confusione che si fa quando scarseggiano gli argomenti.
Non voglio parlare della pubblicità gratuita che tutto questo ha portato, per non urtare la sensibilità di chi la pubblicità se la paga.
Non voglio parlare della coerenza, che senza l’innesto della vita è solo una parola, un rutto che collega uno spritz all’altro.
Voglio invece parlare di una coppia di fatto che deve governare l’Italia, ma non è facile, non si può andare “contro natura”,
Vorrei parlare di un vecchio avido inseguito dalle sue colpe, che nel tentativo di distruggerle, affonda il paese,
Vorrei parlare di Matteo che i crede troppo, di Enrico che dovrebbe crederci di più, di Silvio, che purtroppo ci crede ancora, dell’Italia che non crede più a nulla.
Vorrei parlare dei traditori e dei responsabili, dei falchi e delle colombe, di chi sorride e di chi si incazza, delle divisioni di un paese che sta morendo.
Vorrei parlare del lavoro, che non è più un diritto, di futuro, solo un’incognita, di speranza, una parola oggi fuori moda.
Vorrei parlare delle idee, quelle che lasciano trasparire le persone, la loro vita, i perché e non della banalità di un pregiudizio,
Vorrei parlare con Dio, ma non ci sente da tempo e non mi ha neppure mandato una cartolina.
Vorrei parlare di tutto questo, ma ho sonno, sono le quattro ed ho un po’ di veleno. Mi affido a Gaber e spero di sognare.

"Ri-generare le Istituzioni Il contributo dell’Economia Civile all’Innovazione Istituzionale"

Un buon punto di partenza…….“Ri-generare le Istituzioni

Il contributo dell’Economia Civile all’Innovazione Istituzionale”

http://www.legiornatedibertinoro.it/news.cfm?id=152

il volo della zanzara e il Tennesee

Una zanzara, alle quattro del pomeriggio, fuori luogo come un riccio di mare nella muta da sub. 
Mi ha sorvola da una decina di minuti. La sento, l’attendo per lo scontro finale. All’ultimo sangue. Fingo di dormire così la posso sorprendere. Una manata e tutto viene riportato all’ordine. Un attimo e di lei non rimarrà che un puntino di ematico e qualche pezzo di cutina aggrovigliato. Finché vola impensierita dal mio immobilismo, le sue alucce battenti mi ricordano Seven Years di Norah Jones. Ascolto il suo svolazzare al ritmo del banjo, il ticchettare delle corde, e mi rilasso. Immagino i campi dell Tennesee, i pollini verso sera trasportati dal vento verso il fiume, i colori aranciati dei film di Zemeckis, le atmosfere dell’epopea americana post Jonh Ford. L’America delle torte di mele e dei panni stesi al sole attenendo i ritorno del veterano…anche la zanzara, che è un animale sensibile, con il sangue altrui nelle vene, viene rapita dalle mie suggestioni, si avvicina, per condividere il mio sogno, il nostro sogno, la nostra migrazione lontana, sul set dell’America dalle tinte forti color pastello.  Sui prati verdissimi, con i muriccioli di pietra, gli alberi frondosi, gli insetti, quanti insetti vivono beatamente nei pascoli mittelamericani, nelle distillerie, nelle segherie, nella fronde dei abeti altissimi, negli scorci della fattoria di Jonh Cable e Cades Cove.

 Atterra la mia amica sul mio braccio peloso, un prato ubertoso per lei, ricco e succulento, ed anche lei immagina le american pie appena sfornate, i panni stesi,  i veterani …. pahhhhh addio sogno, maledetto animale. Mai fidarsi di chi parla con un insetto….mai …!

Dormire senza sognare

Stanchezza estiva. Mi manca l’aria, al cervello soprattutto, uno stufato neuronico che di pomeriggio latita per colpa della digestione e dell’aria condizionata. Amo in questi giorni parlare del niente, fumare sereno in solitudine, evitare la parola impegnata e non avere alcun rapporto con il genere umano. Essere vuoto per godere del sibilo della poca aria che si alza la sera. L’estate è anche la stagione della siesta della mente. Del dormire senza sognare.  La polvere degli sterrati calza ai piedi e i miei sandali. In attesa di una silenziosa e sufficiente bellezza. Per ora pensionati in bicicletta il mattino, ragazzini in motorino nel primo pomeriggio, spritz generation la sera nei bar dai nomi esotici. Tutto come sempre aspettando speranzosi settembre con la certezza alla fine di non dire niente oltre l’inutile. Il tempo è pericoloso se non si ha nulla da raccontare.

Rutti e zanzare

Era d’estate tanto tempo fa, quando la sera era noia e zanzare, silenzio e sogni grandi, vecchi e vecchi ancor di più. Ora qui tra cosce contadine e zanzare sempre più mascoline, mi accorgo che guardo troppo indietro e mi perdo nel confuso dei ricordi, tra ostinazione ed ossessione velata di autan. Le rondini dissanguate se ne stanno sulla grondaia dichiarando la resa alla lambada e  al waka waka. Mi manca la dolcezza di un pianoforte e dell’aquilone, e gli idrogeni di moscerini, invisibili tra la gente seduta nella pista del latinoamericano, mi paiono flutti di un mare di paillettes ed inopportuno. Le sagre della mia gente, sboccate e ruspanti, divertenti senza pensar al perché.  La mia estate nel profondo sud della pianura arsa e lavoratrice, birra e sogni ancora troppo grandi, come il piatto coltivato che ci circonda. Tra rutti ed endecasillabi cito una pittrice lontana: le cose non accadono quando noi abbiamo tempo, ma quando di tempo ne hanno loro. Oggi siamo ai titoli di coda e ho voglia di andar a dormire. In certe bolgie si nasconde la chiave dell’universo e della “baciata” come dio comanda.

Gramsci e don Milani votano per la scuola dei preti.

Nel referendum ( consultazione ) di Bologna ha vinto  la A. Quindi basta contributi alle scuole private (cattoliche se vogliamo arrivare al sodo del problema). L’ingombro “cattolico” è una zavorra che riemerge un po’ ovunque, anche a casa nostra, quando l’identità della nostra terra si palesa. Una storia che ha tonalità diverse, ma si ripete. Partiamo dal nucleo del problema, a monte di tutto: va risolto l’handicap dell’ideologia, impermeabile alle idee. L’ideologia sta logorando un cambiamento che è solo in gestazione e a valle raccogliamo tentativi incompiuti, inutilità e tempo perso. Pensiamo al futuro. Lo Stato, quest’entità che ci sovrasta ma che in realtà ci dovrebbe appartenere, non può, e non deve, provvedere a tutti i nostri bisogni. Dobbiamo pensarci noi, e lo dobbiamo fare al meglio. Per raggiungere questo dovremmo consolidare la convivenza civile delle idee. Invece siamo tra due blocchi. In uno c’è un omino solo al comando, al potere, tra grane giudiziarie e fiatone da fine corsa, nell’altro un marasma di idee che hanno la presunzione di essere assolute e di essere uniche. Una convivenza impossibile. E così lo Stato non si rinnova. Una scatola vuota. Così lo Stato rimane lontano e non è ciò che è: la Comunità degli Italiani. In questa riflessione odierna, posso affermare con molta pace che lo “Welfare State” non è più sostenibile, per costi, per inefficienza e per anacronismo. Ma torniamo alla scuola. Quella paritaria costa meno della pubblica e garantisce gli stessi risultati. Può essere inaccettabile l’idea che non ci sia una scuola uguale per tutti…. Si può anche sognare che la diversità di una scelta faccia crescere tutti. E poi, le cose fatte da ideali forti ( anche dai vituperati preti ), vengono fatte meglio, nella libertà di scelta ovviamente. Ideali, non ideologia. Allego il link (http://www.chicago-blog.it/2013/05/24/referendum-scuola-a-bologna-friedman-gramsci-e-don-milani-votano-b/) presentatomi da un amico neoliberista, che con sagacia mi porta sempre al sodo del problema: i soldi ci sono o no? Non ce ne sono più. Si possono trovare certo, ma si possono anche usare diversamente e meglio. Aspetto con ansia la decisione del buon sindaco di Bologna, stretto tra l’ideologia anticlericale e chi presta un servizio che dovrà poi ricadere completamente ( se le scuole chiuderanno o manderanno a cagare la rossa amministrazione bolognese ) sulle casse comunali dissanguandole….Uhmmmm non vedo l’ora di conoscere il verdetto.

Un prete soltanto

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Sono stato lo scorso fine settimana all’udienza generale di Papa Francesco. Grazie a Viorel, il mio bodygard corazzato e “maestro di vita e di beatitudine” , ero molto vicino, quasi sul sagrato di San Pietro. Ho potuto gustarmi tutto, il timbro paterno e vispo, la semplicità degli occhi lucidi, ma soprattutto il linguaggio corporeo del Papa. Ed ho visto un prete, un semplice prete un po’ acciaccato che annuncia il Vangelo. Poi, al calar del sole, ho risentito il profumo della mia infanzia, i profumi di maggio e dell’incenso, l’austera giocosità del chierichetto, i ricordi più freschi, che costellavano la mia stagione da ragazzino, quando andavo a messa con la mia amatissima vecchia. Allora non mi chiedevo se fosse o non fosse giusto, ove fosse la ragione e la sussistenza filosofica, sentivo inspiegabilmente che ero immerso in qualcosa che mi sosteneva e nel contempo mi sovrastava. Mi sentivo una creatura semplicissima ed amata. Un bambino del creato. Il mio vecchio don con tutti i suoi difetti era miracolosamente umano, ed è dal suo limite che l’Amore ha potuto portare frutto. Papa Francesco l’ho sentito così, limitato a tal punto da essere perfetto per Amore. Parlava a me, e sentivo che attorno a me ognuno si sentiva investito esclusivamente dalle sue parole. Può essere suggestione di massa, può essere qualsiasi cosa, ma chi è stato bambino può capirlo. Voglio credere che ogni tanto quel bambino torna, torna quel bambino che correva con i calzoncini alla messa vespertina, sgusciando dalle urla affannate della dispotica nonna, alle soglie della notte e sul filo arancione del tramonto pronto a tuffarsi nell’infinito e nella pienezza incomprensibile dell’universo e del disegno d’amore che ne olia il meccanismo. Quel bambino che arrivava tutto sudato dal suo Don, un vecchio impacciato, terribilmente solo ma felice lo stesso. E quel bambino era in Piazza San Pietro, sabato 18 maggio 2013, senza merenda e razionalità, ad ascoltare un altro bambino, vestito di bianco, con gli stessi occhi stagionati del mio vecchio Don, un Papa, un prete soltanto.

Segno dei tempi

I segni dei tempi. Mentre la storia sta servendoci una cena improvvisata a base di riso bollito, facendocela passare per buona, mi sono imbattuto, qualche giorno fa, in una serata frugale ma di qualità, con un carnet di vini stimolante. Pur nell’incetta di cambiamenti epocali nel modo di comunicare e di concepire la “cosa pubblica”, nel dibattere e nel dibattersi nel sacco, qualcuno fa ancora delle proposte per riflettere senza essere travolti dai rutti dei depositari della verità maldigerite . Fa riflettere che questa leccornia condita di pacatezza mi sia stata servita nella settimana in cui è tornato al Creatore l’uomo simbolo della Prima Repubblica e della DC, della diplomazia e del governo, della realpolitik che piaccia o no. Segni tempi…forse. Nulla di paranormale comunque, anzi, la straordinarietà sta nell’aver vissuto un’esperienza molto normale. Ho partecipato come spettatore ad un incontro pubblico in cui la politica è stata pensata, comunicata, elaborata e tessuta non da politici, ma da tutto il resto del mondo. Vi condivido alcune piacevoli sensazioni. La prima è stata il taglio dato alla serata. Nessuna contrapposizione di modelli ideologici ( per chi non se ne fosse accorto le ideologie sono in uno stato vegetativo oramai irreversibile, desuete come l’ammazza caffè del dopo cena al giorno d’oggi ), ma idee differenti a confronto, in parte complementari, in parte divergenti, ma in salsa sinfonica. Si, eccola qua la novità che mi ha deliziato. La finestra che mi ha donato una prospettiva scordata, la cucina creativa della mamma, sempre se stessa e sempre la migliore.  Le idee devono essere diverse per completarsi a vicenda e raffinarsi, ma necessita inevitabilmente il mantenimento di un canale per confondersi ( nel senso più alto e liquido che si possa dare al termine ). Serve la sinfonia.
Penso, e non sono i postumi di una digestione concettuale difficile, che non dobbiamo attendere una rivoluzione “politica”, ma antropologica. Scannarci sulla politica italiana senza partire dagli italiani è un gioco inutile, come andare a ristorante nel giorno di chiusura.
Certo, perché il mondo delle esperienze e delle idee che si confronta senza supposizioni e velleità elitaristiche, può avviarci alla stesura di un’opera sinfonica reale, in cui l’economia, l’amministrazione, la cultura è di “comunità” ed è un bene comune. Potremmo così riuscire a far diventare l’Italia ciò che è parsa ultimamente, traghettandola dallo status in cui versa, cioè di un’opera “incompiuta”, alla compiutezza di uno stato moderno.
Una rivoluzione antropologica, un po’ demodé, un po’ pasoliniana ( quanto ho amato in gioventù Pier Paolo ) se si vuole forzare l’idea, ma obbligatoria per passare dalla massa italiana al popolo italiano.
Urge, con una veste comoda, più matura, un vestito nuovo, tra classico e  tendenza. Una novità nella pacificazione con la nostra storia, il tutto condito dalla consapevolezza che i nostri politici sono espressione di ciò che siamo tutti, un po’ ruffiani, un po’patriottici, un po’ cialtroni e creativi, un po’ opportunisti e un po’ generosi, un po’ populisti ed un po’ radical chic, un po’tutto insomma.
La serata  è stata piacevole, grazie agli amici dell’Associazione Protagonisti per il Domani (  www.protagonistiperildomani.it  ), anche per l’approccio sincronico alla realtà. Si è trattato l’argomento spinoso dell’occupazione, della mancanza del lavoro. Tutti con il proprio punto di vista specifico, hanno proposto una chiave di lettura per digerire meglio gli altri.
Spesso ci impantaniamo nei confronti e nei dibattiti, per colpa della diacronia, del vedere cioè un aspetto singolo nella sua evoluzione storica e non nella sua manifestazione contestuale, nel qui e ora. Se durante la serata mi avessero raccontato del perché siamo arrivati a questo punto, giuro non lo avrei digerito. Basta con le analisi conservative e piagnucolose, ma osiamo raccontare le strade per creare un futuro da protagonisti.
Le serate avranno un seguito e porterò anche la mia piccola esperienza. Per chi fosse interessato, vi tengo aggiornati.